Slavoj Zizek e la crisi delle destre europee

L’articolo che segue è stato pubblicato venerdì scorso, 13 maggio, sul settimanale Gli Altri. E’ postato qui per gentile disponibilità dell’Autore e della Direzione.

La redazione

RIVE DROIT
È CRISI NERA

L’ultimo libro del filosofo sloveno Slavoj Zizek arriva proprio mentre l’attualità della politica europea e internazionale conferma in pieno la sua la sua interpretazone. «In effetti – si legge nelle prime pagine di Vivere alla fine dei tempi (Ponte alle Grazie, pp. 620, euro 16,50) – è come se la sinistra europea fosse dovuta morire due volte: prima come sinistra comunista “totalitaria” e poi come sinistra moderata e democratica, che negli ultimi anni ha progressivamente perso terreno in Italia, in Francia, in Germania».

Ma è soprattutto quando Zizek rivolge il suo sguardo alle vicende dell’altra parte, la destra, che la sua analisi si rivela profetica. Nella pseudo-democrazia post-politica degli ultimi anni, spiega il pensatore, il bipolarismo tradizionale tra un centrosinistra socialdemocratico o laburista e un centrodestra conservatore o cattolico-liberale è stato gradualmente sostituito da un nuovo bipolarismo tra politica e post-politica: da una parte quello che lui definisce il partito liberale-tecnocratico e tollerante-multiculturalista dell’amministrazione post-politica, dall’altra la sua controparte dialettica populista tutta giocata sul ricorso propagandistico – ma rassicurante per una segmenti disorientati – alle paure e ai disagi sociali più diffusi.

«Non c’è da stupirsi – annota ancora Zizek – se i vecchi nemici (conservatori o cristiano-democratici e socialdemocratici o progressisti-liberali) sono spesso obbligati a far fronte comune contro il comune nemico». E se quest’ultima annotazione può spiegare perché nel 2002 tutta la Francia democratica – di destra e di sinistra – si schierò compatta con Jacques Chirac per fermare Jean-Marie Le Pen arrivati al secondo turno nelle presienziali o anche perché in Germania Schröder e Angela Merkel misero su insieme un governo di Grosse Koalition, è il comune sfondo di post-politica che può aiutarci a comprendere anche la fine della spinta propulsiva delle cosiddette destre europee di governo degli ultimi tempi.

I dati elettorali e i sondaggi più aggiornati parlano chiaro. A parte il “caso italiano”, dove la coalizione Pdl-Lega governa soprattutto in virtù di una bizzarra legge elettorale che trasforma in maggioranza assoluta i consensi di un terzo dell’elettorato e, in seconda battuta, per via di una contabilità parlamentare che è più che altro il risultato di una precisa strategia di palazzo, anche negli altri paesi la perdita di attrazione da parte dei partiti e dei leader di destra è ogni giorno più evidente. E questo è un fenomeno che accomuna sia – per dirla ancora con Zizek – le destre che, come in Germania o in Gran Bretagna, «hanno integrato nei loro programmi molti punti appartenenti tradizionalmente alla sinistra (sostegno a qualche forma di Stato sociali, tolleranza verso le minoranze, eccetera)», sia le destre che, come in Italia o in Francia, hanno tentato di incamerare e disinnescare al proprio interno elementi di derivazione populista: si vedano i programmi sugli immigrati o sull’identità francese di Sarkozy, o il riecheggiare temi e toni dell’alleato leghista da parte del Pdl. Ma la ricetta non riesce a tenere. Se a Parigi l’Ump di Sarkozy perde terreno in tutti i sondaggi a favore dell’originale populista, incarnato dal nuovo look di Marine Le Pen, a Roma aumentano le manifestazioni spontanee di contestazione nei confronti di esponenti del governo e crescono di intensità fenomeni come, l’astensionismo elettorale, il Popolo viola o il movimento antipartitocratico di Beppe Grillo.

Una cosa è certa: quelle che Zizek individua come le inedite emergenze della nostra epoca – la crisi finanziaria globale, il collasso ecologico, le migrazioni di massa di intere popolazioni, la riduzione biogenetica degli esseri umani a macchine manipolabili, la precarizzazione generalizzata, il controllo digitale totale sulle nostre vite, la crescita esplosiva delle esclusioni sociali – impediscono ormai di fatto di ricondurre la complessità sociale alla guida di sintesi politiche consunte e destituite di efficacia.

Lo storico Luciano Canfora ha cercato di individuare sul Corriere della Sera i fattori politologici di questa crisi generale che tenderebbe a coinvolgere tutti, la sinistra come la destra: «La disintegrazione dei partiti, il discredito delle idee, la pratica pervasiva del mercato del voto, l’abrogazione del principio proporzionale che trasforma le elezioni in una specie di lotteria, la straripante concentrazione monocratica del potere mediatico». E se, come dicevamo, non sembra più reggere il cosiddetto sarko-belusconismo, a perdere consensi e forza attrattiva sono anche, come dicevamo, le destre definite inclusive e dei diritti, quelle che Zizek descrive così: «Se qualcuno come Angela Merkel presentasse il suo programma negli Stati Uniti, verrebbe tacciata di essere una radicale di sinistra».

Eppure, non solo per il dibattito sul nucleare successivo a Fukushima e nonostante il no del governo tedesco alla costruzione di nuove centrali e il suo neutralismo sulla crisi libica, nelle elezioni locali il centrodestra perde voti ovunque nello stesso momenti in cui tornano ad avanzare i Verdi. Analogo il discorso in Gran Bretagna, dove come si apprende è già in crisi quell’accoppiata Cameron-Clegg che avrebbe dovuto prefigurare un centrodestra spinto sul fronte dei diritti e dell’ambientalismo. Il risultato del recente referendum sulla legge elettorale, che sinora penalizza i partiti minori, ha spaccato l’intesa tra il premier conservatore e il suo vice Lib-dem, quest’ultimo schierato per il “sì” all’abrogazione, l’altro decisamente per il “no”. E la bocciatura del quesito referendario potrebbe adesso accentuare la spaccatura della coalizione, già fortemente divisa sull’aumento delle tasse universitarie e sui tagli alla spesa pubblica. Buona parte degli elettori di Nick Clegg  si percepiscono più riformisti che moderati, sembrerebbero aver mal digerito l’alleanza con il partito che fu della Thatcher e sarebbero forse felici di ricollocarsi a sinistra.

Il politologo Antony Giddens, autore del celebre saggio Oltre la destra e la sinistra, non prevede stabilità per il centrodestra britannico: «Come che sia, dubito che questo governo durerà per l’intera legislatura». Insomma, se le sinistre europee piangono le destre non sembrano certo ridere.

Luciano Lanna

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