Rimbotti, io la critica e la politica…

C’è un difetto antico negli intellettuali  non organici dell’area “destra” (chiamiamola così per comodità): essere lucidissimi nelle analisi  ma non riuscire mai – dico mai – dal Dopo ultima guerra mondiale ad oggi, a tradurre la critica in politica. Magari nella meta politica, sì, ma in politica – ripeto – mai. Potrei fare nomi e cognomi, ma se dico “tutti” non ho bisogno di farne. Forse, la morte non lo avesse colto giovane, il solo Adriano Romualdi avrebbe potuto tentare l’impresa. Ma la storia non ce lo dirà mai.

Intendiamoci, l’intellettuale, qualsiasi intellettuale non organico, non è per niente tenuto a compiere questa traduzione (dalla critica alla politica). Il suo lavoro, in fondo, è un altro:  scandagliare la realtà, metterne in luce gli imbrogli, smascherarne le finzioni,  con cui il potere si spaccia ai popoli come oppio. Diciamolo francamente: non è per niente facile e, quando ci riescono, già ce ne è di molto per essergliene grati.

Più facile, semmai, è sparare sulla croce rossa della nostra classe politica di destra e di sinistra: tanti e talmente macroscopici sono i suoi difetti che se spari pure a occhi chiusi hai la certezza di cogliere il bersaglio. E’ un esercizio talmente facile che pure a un dilettante come me a volte riesce. Basta mantenere le giuste distanze dalla politica, non mischiarsi, non sporcarsi le mani, non lasciarsi contaminare mai dal virus del potere. Ma pure questo ci vuole. Anzi, a guardar bene, non vendersi per un piatto di lenticchie al potere o per le sue briciole postprandiali, è senz’altro un altro titolo a loro merito.

Il problema vero è che a volte non si accontentano del già molto a cui si dedicano. Allora, può capitare che in fondo ad un articolo di lucidissima spietatezza sui mali – mettiamo – della “destra”, chiosino con una ricetta, una formula che vorrebbero indicare la retta via, il cammino ardito, il percorso della salvezza politica. E qui, vengono i dolori. Ma a questo punto, è meglio fare un esempio calzante e chiarificatore.

Ho ricevuto questa mattina via mail, da una terza persona, un articolo di Luca Leonello Rimbotti, pubblicato di recente  sul quotidiano Linea. Rimbotti – lo dico per i non assidui de Il Fondo – ha collaborato con questo magazine dagli inizi fino a pochi mesi fa, con interventi di straordinaria sollecitazione intellettuale. Basta consultare l’archivio per rendersene conto. Articoli che non sempre sposavano i miei convincimenti. Ma i miei convincimenti non sono mai stati e mai saranno la linea di discrimine per la pubblicazione di un articolo: Il Fondo, infatti, è nato per far discutere e NON per confezionare un’uniforme. Tanto meno, la mia uniforme dal momento che non ne indosso alcuna nemmeno io.

L’articolo è quello che segue e vi consiglio di leggerlo nella sua integralità:

DALLA DESTRA AL NULLA DI DESTRA
di: Luca Leonello Rimbotti

La parabola della “destra” italiana, dal neofascismo al liberalismo, dalla “fogna” all’auto-blu, è stata parecchie volte ripercorsa negli ultimi anni: l’interesse per questo soggetto alieno, un giorno improvvisamente balzato al centro della scena con pretese di leadership, ha prodotto buoni fatturati di vendita per ogni sorta di ricostruzioni giornalistiche, parastoriche, pseudoscientifiche. Tra il semiserio e l’improbabile, ma rare volte anche con dosi di buona oggettività, le idee, la psiche, gli immaginari di chi, infame fascista ancora negli anni Ottanta, da un giorno all’altro si è trovato ministro o sottosegretario, hanno costituito un materiale andato a ruba negli spacci della divulgazione democratica. C’era da aspettarselo. Il servo chiamato alla tavola del padrone è un antico canovaccio della commedia dell’arte, diverte il popolo. Chi fossero e da quali anfratti fossero emersi quei miracolati incuriosiva. Poche le analisi al dettaglio, diciamolo. Molti i rimescolamenti di carte all’ingrosso. Una sola cosa chiarissima: i missini al vertice del loro partito durante il Kampfzeit ante-1994 erano atlantisti, filosionisti, borghesi, amici dei capitalisti e dei poteri forti; i post-missini oggi al vertice dello Stato sono rimasti atlantisti, filosionisti, borghesi, amici dei capitalisti e dei poteri forti. Nessun “tradimento”, dunque, ma una bella linea retta. Il “tradimento” non è dei cosiddetti “finioti” e neppure dei colonnelli divenuti “berluscones”, è semmai quello di coloro che, partiti da posizioni di radicale contestazione del sistema almirantiano degli anni Settanta, quando basculavano fra Rauti, Evola e de Benoist, oggi hanno scantonato fino a diventare come nulla fosse Kronjuristen di Fini oppure pilastri del potere dell’uomo di Arcore. Ottimi puntelli, insomma, per un modo di essere a “destra” che una volta veniva aborrito con altissime maledizioni. Per non far nomi, un Campi oppure un Alemanno, con tutta la legione degli imitatori.

Esiste oggi un raro documento interno a quella che una volta venne definita la “Nuova Destra” e vergato da uno degli ancora più rari esempi di mancato imbrancamento nella mandria liberaldemocratica, che ricostruisce bene i meccanismi che hanno reso possibile il passaggio dal Movimento Sociale di strada e di lotta alla “destra” di palazzo e di governo. Leggendo Le metamorfosi della destra. Dal Msi a Futuro e Libertà: come è cambiata la destra in Italia di Giuseppe Giaccio (pubblicato da Caravaggio Editore di Vasto), si imparano alcune cose. Innanzi tutto, che in quella storica virata agirono meccanismi mentali, certo non ideologici. Pulsioni d’occasione, certo non culture politiche. Tattiche di svelta aderenza al kairos (l’attimo propizio, dicevano gli antichi; noi potremmo dire: la botta di fortuna) piuttosto che di meditata sintesi politica. Bravate nell’azzeccare la scelta di vita, nessun pensiero epocale, molta incoerenza ed una subcultura imparaticcia. Ad epitome di tale attitudine a rivendere banalità col tono dell’ultima frontiera del sapere politico, Giaccio colloca non a torto un autentico monumento di insipienza e di pochezza idealtipica, quell’esilarante Mein Kampf di Gianfranco Fini che or non è molto è stato pubblicato col minaccioso titolo Il futuro della libertà. Un solido testo che, per spessore speculativo e profondità d’analisi, Giaccio non esita a paragonare alla rubrica che una volta Donna Letizia teneva sui rotocalchi popolari, distribuendo consigli e precetti ai giovani a modo: «Il suo appiattimento sull’esistente è totale», commenta Giaccio parlando del presidente della Camera bassa, «come dimostra Il futuro della libertà, dove, all’interno della cornice letteraria di un discorso rivolto ai giovani, troviamo elencati e magnificati tutti i luoghi comuni indispensabili per entrare nell’establishment dalla porta principale».

Gli slogan a vanvera – del tipo della «libertà nuova, senza frontiere e senza barriere, la libertà di costruire in autonomia…» – le parole che non costano nulla, i rosari perbenisti: questo il catalogo che i finiani offrono come dono avvelenato a quegli incauti giovani che avessero l’imprudenza di stare ad ascoltarli. Con, in più, la grande mossa fraudolenta, con la quale si conta di accalappiare qualche sprovveduto di passaggio. Il gioco di prestigio nel creare la formula “destra nuova”, il colpo da maestro dei finiani, per darsi un tono e un blasone ideologico, darebbe ad intendere una diretta parentela con la cosiddetta “Nuova Destra” gestita in Italia per qualche decennio da Marco Tarchi: solo che questa l’eresia la viveva davvero, e pestava duro – e ancora pesta – sul tasto anti-americano, anti-capitalista, anti-utilitarista, neo-ecologista, solidarista, etc.; mentre la “novità” della “destra” alla Campi-Fini si segnala per decrepitezza, essendo in tutto simile alla ricetta almirantiana di compiacere il padronato al potere ingurgitandone tutte le pietanze liberal-occidentaliste, e senza battere ciglio. Giaccio precisa: «la lettura “continuista” delle esperienze della Nuova destra e della Destra nuova, secondo cui il “seme innovativo” della Nd “avrebbe fecondato la nuova cultura politica di Fini”, è destituita di ogni fondamento, come ben sa chi conosce i testi e possiede anche solo un briciolo di onestà intellettuale».

Il solo fatto, aggiungiamo noi, di parlare di “cultura politica” a proposito dei finiani è già un azzardo dialettico: i riferimenti fatti dagli scarni pensatoi di Futuro e Libertà (dalla fondazione Farefuturo ai blogger “futuristi”, fino a certi recentissimi pasticci “fasciocomunisti” allestiti in provincia) sono tutti un programma: sempre ed in ogni caso si va nella direzione voluta dai padroni del pensiero unico e, senza deviare di un millimetro dai suoi interessi, si ammassano brandelli di Scruton e Popper, Kant e Dahrendorf, si butta là una citazione da Marinetti ma subito ci si precipita a recitare l’orazione atlantista, quella cosmopolita, mondialista, anti-nazionale, antieuropeista, etnopluralista,  sionista, magari strizzando l’occhio libertario alla lobby gay, così, per andazzo, per stare sull’onda: da tali pertugi si effettua l’uscita dal famoso “tunnel del fascismo”… Di fatto si recita l’antico copione almirantiano: ossequiare comunque il potere liberale e quello liberal, poi si vedrà. Lo direste un programma di “destra”? O invece qualcosa di “postfascista”? Un’occasione perduta? Un teatro dell’assurdo? Il libro di Giaccio – che ancora oggi è tra i più cocciuti collaboratori delle riviste tarchiane “Trasgressioni” e “Diorama” – va letto per schiarirsi le idee, per verificare i limiti di una classe politica che, lungi dall’avere qualcosa di nuovo, si presenta coi vecchi vizi congeniti ad un certo modo degenere di vivere all’italiana la politica.

Giaccio, in poche ma ben condite pagine, parte da lontano, dall’8 settembre, dalle spaccature ideologiche che oggi si ricreano nell’odio compulsivo verso il tiranno mediatico, ripercorre i traumi del crollo del Muro e del polverone di Mani pulite, quelli che hanno accompagnato la “crescita della società civile” a suon di mutazionismi politici eterodiretti dai soliti noti. Critica l’universalismo cosmopolita cui tutti – di “destra”, di “centro”, di “sinistra” – si adeguano; analizza le sindromi della “destra” nostrana e di tutto il sistema della prima e seconda Repubblica, incentrato sull’accettazione passiva del modello liberaldemocratico occidentale. Irride il “patriottismo costituzionale” – versione coloniale di quello americano – e poi chiama a raccolta quei pochi – un Tarchi, uno Zolo – che mettono in guardia contro gli abbagli illuministici della modernità. Fa un quadro preciso di quel disastro politico che è oggi diventata la “destra” italiana. La sua è una parola di rilievo, poiché proviene da uno dei pochi osservatori radicalmente anti-sistema che ancora esistono, sia pure minoritari, spinti nell’angolo, ignorati.

Da erede del progetto “Nuova destra”, quello vero, che avrebbe potuto rovesciare la politica italiana se solo avesse avuto una sponda politica, Giaccio non demolisce soltanto, ma ricorda quale era e avrebbe dovuto essere l’alternativa vera: «formulare un europeismo non autoritario e disposto ad allearsi col terzo mondo, favorire una presa di coscienza antioccidentale in quei settori della società civile che hanno manifestato un senso di profondo disagio verso il liberalcapitalismo». Giaccio è un osservatore politico con venature di poeta. Qualche anno fa ha scritto racconti di visione e di attesa, di panteismo e di infinito, di silenzio e di ascolto (Storie francescane, edizioni Controcorrente). Una specie di apologo pagano e nietzscheano sulle forze elementari della vita, ma viste sotto immagine cristiana. Che c’entra con la “destra”? C’entra. Era per dire che, senza una concezione “apocalittica”, senza un’ideologia della rivolta tellurica, radicale, ultimativa, senza raffinatezza di sensi e fame di abissi, la “destra” e la politica in genere rimangono al livello di una conversazione fra Fabio Granata e Andrea Camilleri.

Bene. Gli si può dar torto sulla pars destruens che compie a proposito della “Destra Nuova”, su Fini, sui suoi laboratori, sul pensiero (o sul non pensiero) che  vengono da là proposti? Difficile. Semmai, gli si potrebbe far notare che se qualcosa di nuovo si agita, pur fra mille contraddizioni e non poche insensatezze, viene proprio da là. Ma – conoscendo Rimbotti – sono sicuro che sarebbe tempo perso. Si potrebbe, al limite, obiettargli che quelli che lui chiama «certi recentissimi pasticci “fasciocomunisti” allestiti in provincia» con la “destra” vecchia e nuova hanno poco o nulla a che vedere, ma gli concediamo la messa a fuoco, una volta tanto, non precisissima. Insomma, se si fosse fermato quattro righe prima della chiusa, sarebbe stato un articolo che certo non aggiunge molto fuoco agli spari sulla croce rossa di cui si diceva nel preambolo ma che, di sicuro, coglie una porzione di vero.

Il problema nasce quando dalla pars destruens si passa o si vorrebbe passare a quella construens. E qui – come si diceva – vengono i problemi. Perché, allora, dalle soluzioni banali, banalissime alla “Donna Letizia”, proposte dalla “Destra Nuova”, si passa ad un viatico di questo tipo:

«senza una concezione “apocalittica”, senza un’ideologia della rivolta tellurica, radicale, ultimativa, senza raffinatezza di sensi e fame di abissi, la “destra” e la politica in genere rimangono al livello di una conversazione fra Fabio Granata e Andrea Camilleri»

che non significa assolutamente nulla. Nulla, almeno, in termini di traduzione dalla critica alla politica.

miro renzaglia

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