Quel poeta rivoluzionario di Sanguineti

Da venerdì 20 maggio in edicola con Gli Altri, un libro con gli ultimi editoriali del poeta per il settimanale. Con postfazione di Fausto Bertinotti che, di seguito, proponiamo in anteprima. Il 18 maggio è stato il primo anniversario della morte del poeta Edoardo Sanguineti. Per più di un anno, Gli Altri ha ospitato i suoi scritti in una rubrica intitolata “il materialista”, in cui Edoardo offriva la sua lettura, sempre sferzante e originale, dei temi di volta in volta affrontati. Questi articoli li riproponiamo in un volume allegato al settimanale dal titolo Sanguineti l’altruista. A partire da venerdì 20 maggio nelle edicole di Roma, Milano, Torino e Genova sarà possibile chiederlo insieme a Gli Altri, al costo aggiuntivo di un euro.

La redazione

IL COMUNISTA GENTILE
Fausto Bertinotti

Mi è proprio difficile immaginare un mondo – della cultura, dell’arte poetica, della fantasia critica – senza Edoardo Sanguineti. Con lui e con sua moglie, Luciana, ho avuto un vero rapporto di amicizia: una relazione intensa e affettuosa, anche se non frequente come avrei desiderato. Tanto più oggi avverto un rimpianto, un vuoto doloroso. E una grande riconoscenza per tutto ciò che ha fatto, per tutto ciò che mi ha dato.

Avevo ventitré anni quando il Gruppo 63 irruppe nella cultura italiana. Io ero allora uno dei tanti ragazzi con la “maglietta a striscie”, reduce dalle formative battaglie del luglio ‘60 – e come tanti imbevuto di neorealismo, di romanzo novecentesco americano ed europeo, dei grandi autori della “crisi”, Kafka, Joyce, Proust. Loro irrompono, appunto, come un’avanguardia autentica a mettere in discussione il nostro bagaglio culturale, quasi tutte le nostre certezze – quelle che avevano egemonizzato la sinistra e una gran parte della società italiana. Non si può più leggere il mondo con le nostre antiche categorie: ecco il senso di fondo del loro messaggio di rottura. Una rottura tanto più forte, quanto nient’affatto banale era stato il tempo che li aveva preceduti.

Una rottura tanto più significativa quanto, su altri crinali, attraversava la politica, la condizione giovanile, la nostra percezione del futuro. Essa si sviluppò su due caratteri, mi pare, principali: l’uno, la centralità del linguaggio e la critica del contenutismo, fosse anche il più socialmente avanzato; l’altro, il passaggio alla nozione di “discontinuità”, il rifiuto dell’universo “organicistico” in verità fino ad allora imperante. Nel gruppo, le dimensioni della modernità, per un verso, e della rivoluzione, per l’altro verso, erano entrambi presenti, ma in termini nuovi: si contaminavano, si mischiavano, si influenzavano a vicenda. Anche questo tratto dell’esperienza per me fu assai importante: il cambio di passo che questi nuovi intellettuali proponevano e praticavano.

Modernisti o rivoluzionari che fossero, non si consideravano, nient’affatto, intellettuali organici – potevano o no militare in un partito, ma non era questo l’elemento che li caratterizzava. Erano, in un senso preciso, “eretici” liberi anche dal culto formalistico dell’eresia, da ogni forma di manierismo.

Edoardo, tra questi, apparteneva senz’altro all’ala rivoluzionaria del gruppo – senza mai essere un pifferaio, un “portatore di messaggi”, o un  propagandista. Non è stato soltanto un grande poeta, ma un intellettuale a tutto campo, un saggista, uno scrittore, un uomo d’arte, un infaticabile lavoratore critico: in questo senso, è stato un protagonista della cultura italiana, alla quale ha dato un contributo rilevantissimo. Nel suo essere parte integrante, fino in fondo, di un’avanguardia, il suo “rasoio” è sempre rimasto aperto alle operazioni più spregiudicate e nuove. Ma – ecco una delle sue caratteristiche portanti – la sua disposizione ad innovare, a sbarazzare il terreno dai luoghi comuni e dalle concrezioni, non si trasformava mai in un “nuovismo”. Come dimostrano le sue letture di Gozzano, di Pascoli o il suo contributo di “dantista”. Era sempre, a guidarlo, uno spirito vero di ricerca, un fortissimo senso di libertà rivoluzionaria.

Colsi questo suo tratto – essenziale – fin da quando lo conobbi, negli anni ‘80, in un qualche convegno o dibattito. Poi lo incontrai e lo conobbi meglio ai tempi di Rifondazione comunista e del movimento no global – verso il Prc egli nutrì un’attenzione speciale, senza mai trasformarsi, anche qui, in un aderente organico. Ma anche qui scelse, se così posso dire, l’essenziale: l’ipotesi di quel revisionismo di sinistra che in quegli anni alcuni di noi perseguirono con una certa tenacia, anche se, forse, con qualche prudenza di troppo.

Non fu, questo rapporto politico e politico-culturale, di natura banalmente idilliaca. Tra di noi c’erano simpatia, complicità, rispetto, e capacità di confronto – ma c’erano anche alcune differenze di fondo. In Edoardo convivevano, tra le tante, due diverse antropologie: così come era massimamente innovatore nella cultura, nella letteratura, nella produzione artistica, era decisamente ortodosso in politica. Un gramscian-leninista. Un cultore del materialismo storico di marxiana matrice. Insomma, un comunista abbastanza tradizionale.

A me, che tendevo (e tendo) a spingermi assai oltre, piaceva anche questo suo tratto: era uno dei suoi modi di rifiutare l’organicismo, di praticare liberamente il suo indomito spirito di ricerca. Del resto, in lui queste propensioni non nascevano da un qualche ossequio alla tradizione e non si manifestavano certo in termini banali, arroganti o in qualche modo tronfi. Erano piuttosto la sua risposta al conformismo nuovista che, dalla fine degli anni ‘80, portò una parte non piccola dell’intellettualità di sinistra a schierarsi con l’acritica celebrazione del “mondo globale”.

E se si trattava di fustigare una tale pigrizia, una tale caduta di criticità anche restaurando l’ortodossia – alcune delle coordinate basiche della Weltanshaung rivoluzionaria – ebbene, Edoardo diventava ortodosso e così proseguiva la sua battaglia contro ogni rendita di posizione. Lo faceva a modo suo, con concetti forti e parole gentili. Io ritrovavo con lui, quando ci incontravamo nei dibattiti di Liberazione (ne ricordo uno proprio a ridosso dei fatti di Genova, svoltosi davanti a una grande folla), un legame speciale, anche nel dissenso. Una complicità speciale.

Rimarrà, nella memoria collettiva e in quella mia personale, un ricordo e un debito indelebile. Sia per il lavoro grande che ha svolto, fino all’ultimo giorno della sua vita, sia per la sua personalità umana, culturale, intellettuale. Edoarado era un grande intellettuale libero: lo trovavi sempre, non lo “assoldavi” mai, se mai ti fosse venuta la voglia di “assoldarlo”. Se in lui c’è stato, in nuce, un messaggio da consegnare ai posteri, esso ha riguardato proprio il rapporto tra intellettuale e impegno politico, tra libertà della ricerca e libertà dell’esserci fuori ed oltre ogni schema canonico.

Sì, è stato un rivoluzionario, il mio amico Edoardo Sanguineti. Un rivoluzionario gentile per i tanti che hanno saputo ascoltarlo e imparare da lui.

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