Osama killed? Ma che bella festa…

Ho provato compassione per tutti quei giovani americani che dopo l’annuncio notturno di Barack Obama, hanno festeggiato come ossessi per la morte di Osama Bin Laden. Alcuni sentimenti non si possono comandare. Mi metto a riguardare le foto, sono tutti giovani, eccitati, con la loro bandiera a sventolare nell’aria, ma continuo a non disprezzarli per quello che fanno. Magari provo un certo fastidio, ma il tutto si ferma qui, non vado oltre. Forse perché sono giovani come me, appunto.

Non conosco moltissimo la loro cultura e di statunitensi ne ho frequentati pochi per colpa del mio inglese. Una volta però a Barcellona incontrai un giovane della mia età che in questa guerra contro il terrorismo aveva subito dei danni a una gamba e per questo aveva una protesi. Naturalmente congedato, era stato ricompensato con parecchi soldi dal governo e con quei soldi aveva deciso di girare un po’ l’Europa. Diceva di aver perso un amico in guerra, davanti ai suoi occhi e piangeva della guerra come ricordando un grosso trauma. Davanti ai nostri discorsi sulla guerra però si arrabbiava, non potendo mettere in discussione quello che il suo paese stava facendo. Bisogna farlo ed era giusto così.

Noi italiani siamo diversi. Sono morti decine di nostri soldati in Afghanistan e in Iraq e il nostro atteggiamento nei loro confronti diventa sempre più ipocrita. I morti di Nassirya ci avevano trovato abbastanza uniti anche se retorici, poi ad ogni altro soldato ucciso la sceneggiata made in Italy si è fatta sempre più imbarazzante: politici che votando le missioni dicono “beh, forse dovremmo andarcene”, talk show che sparano la loro empatia universale parlando (ancora) di “missioni di pace”. Poi ci sono le accuse, i ribaltoni, le mozioni, la Costituzione, il capo dello Stato. Io che sono pacifista preferirei che qualcuno dicesse, pubblicamente: “A noi degli afghani, dell’Iraq, della pace, dell’articolo 11 della Costituzione non ce ne frega niente! Dobbiamo partecipare alla guerra per motivi economici, per motivi di politica estera. I nostri soldati sono soldati e sanno che possono morire, sono pagati anche per questo e quindi basta con tutte queste storie….”. Sarei contento, lo giuro. Forse sarebbe più dignitoso anche per i nostri soldati.

Di soldati americani ne sono morti moltissimi (4.380 in Iraq e 1.368 in Afghanistan) e in questi anni, sicuramente, l’opinione pubblica ha cambiato molto la propria idea sulla guerra contro il terrorismo. Si può dire che l’elezione di Barack Obama sia stata dovuta, in una buona parte, anche al suo proposito di far terminare questi conflitti, proposito che non passava nella testa invece dei repubblicani. Per questo e per altro ancora Obama ha anche ricevuto il premio Nobel per la Pace. Sembrava dover essere finito questo decennio. Invece a febbraio 2011 è scattata una nuova guerra (per la pace), questa volta in Libia, anche se (per adesso) l’imperativo è quello di “non scendere a terra” ma di continuarla con le famosissime armi intelligenti e gli U.S.A. sembrano non voler avere un ruolo di primo piano, lasciando il comando a Francia e Inghilterra.

Il 2 maggio del 2011 viene ucciso Osama Bin Laden e centinaia di giovani americani sono corsi a festeggiare l’uccisione del nemico numero uno del loro paese, dell’occidente e della democrazia. Gli voglio bene a quei giovani con la bandiera a stelle e strisce, perché non sono paraculi come i nostri politici o la nostra opinione pubblica. No, loro per davvero non possono mettere in discussione il mandato che gli U.S.A. si sono dati nel mondo, cioè quello di “esportare la loro democrazia”. Centra poco con la pace e i diritti umani,  il loro è un mandato universale e divino.

Per questo in un attimo hanno dimenticato che Bin Laden ha stretto per decenni accordi con il loro paese, hanno dimenticato i dubbi sull’11 settembre, dimenticato che nessun’arma di distruzione di massa era presente in Iraq, dimenticato i loro fratelli e amici morti negli ultimi anni, dimenticato che nessuno saprà mai se Bin Laden è stato ucciso o no.

Dimenticato tutto perché, come dicono gli analisti, la guerra ora è finita.

E loro, allora, sono pronti a sacrificare le loro vite per la prossima che verrà.

Simone Migliorato

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