Latina. Le ragioni di un ko alla prima ripresa

Era un esperimento, d’accordo. E gli esperimenti – si sa – non hanno mai un esito certo. A volte riescono, a volte riescono così così e a volte no. Quello della lista “fasciocomunista” di Latina non è assolutamente riuscito. Diciamolo francamente: la sconfitta è netta e chiara. Abbiamo parlato, abbiamo cantato, abbiamo dipinto, abbiamo incitato, abbiamo inveito, abbiamo messo in campo persone dalla faccia pulita e pure di una certa fama nazionale e ultra, abbiamo fatto parlare di noi anche a Parigi… Ma abbiamo fallito…

Il dato è questo e, siccome non sono abituato al linguaggio politichese, capace di arrampicarsi sugli specchi pur di trasformare una debacle in dato positivo, ammetto decisamente il riscontro inferiore, molto inferiore alle attese.

Intendiamoci, nessuno nella lista dei candidati e nei suoi sostenitori si aspettava la vittoria al primo turno e nemmeno l’accesso al ballottaggio. Le aspettative erano un quorum in percentuale che desse  la possibilità di incidere con la indicazione di voto al secondo turno e impedire così la rielezione del candidato di centrodestra. Il quorum è quello che è e il candidato di centrodestra, pur ridimensionato molto rispetto alle elezioni precedenti, ha vinto al primo turno. Peggio di così non si può.

Ci sono delle responsabilità per questa sconfitta? Certo. La prima è nostra: già dire “fasciocomunismo” significa rivolgersi a una sfera di intelligenza che va oltre, molto oltre quella dell’elettore medio. Ma questo è un errore che almeno io personalmente rifarei cento volte. Non tanto per la giustapposizione di quelle esperienze storiche, quanto per la novità del linguaggio. Per il coraggio e la voglia di dire qualcosa di diverso dalle manfrine liberal-conservatrici e liberal-progressiste, liberal-democratiche e democratico-liberali, liberal-liberiste e liberiste-liberali. L’elettorato non ha capito la nostra metafora? L’ha interpretata in maniera letterale? Non fa niente: quando bisogna rompere gli stereotipi non si deve star lì a fare il calcolo di ricezione. Si fa e basta. Chi capisce, capisce. E chi non capisce, col tempo, magari capirà.

Ma l’errore fondamentale è stato, con molta probabilità, quello di aver voluto correre da soli al primo turno, anziché apparentarsi fin da subito con il raggruppamento di centrosinistra. Come è accaduto per esempio ad Olbia, dove Gianni Giovannelli, in quota Fli, è stato eletto sindaco con una coalizione che andava da Fli, appunto, a Sinistra ecologia e libertà.

La terza responsabilità è tutta interna a Futuro e libertà, la sigla di partito che ha deciso di accompagnare la vicenda “fasciocomunista” di Latina. Sin dall’inizio, in quel partito, c’è chi ha remato contro questa esperienza. I primi a vogare in direzione opposta, sono stati le cosiddette colombe. Gli Adolfo Urso, i Potito Salatto che sono usciti da Pdl con il torcicollo nostalgico per quell’agglomerato monocratico che a chiamar partito ci vuole immaginazione. Bisognerà ricordare il motivo principale del loro ostracismo: la dichiarata volontà di optare per il candidato di centrosinistra in caso di ballottaggio che avesse visto esclusa, così come è avvenuto, la lista Pennacchi-Fli. Potito Solatto ha addirittura usato il simbolo del partito in appoggio ad una lista del centrodestra. Un atto scellerato e di cui – dicono – risponderà in via discipinare.

E qui ci sarebbe voluto il colpo d’ala. Diciamo che la presenza del Presidente della camera, Gianfranco Fini, al comizio di chiusura avrebbe dato i suoi risultati. Non avrebbe dovuto dire niente di che. Sarebbe bastata la sua presenza per avvalorare in un elettorato indeciso il suo incitamento e il suo imprimatur alla intrapresa. Non l’ha fatto. Su questo non-fatto bisogna interrogarsi. Andiamo troppo lontani dal vero se ipotizziamo che il suo intervento in Piazza del Popolo a Latina avrebbe spaccato gli equilibri interni di Fli? Ovvero, per calcoli di micro politica interna, ha preferito non metterci la faccia e lasciare Fabio Granata, Claudio Barbaro e Antonio Bonfiglio, che la faccia invece ce l’hanno messa, a combattere da soli la battaglia delle “bonifiche”. Se andava bene, bene. Se andava male, come è andata, c’è già Bocchino a “Porta a Porta” (lo sento in diretta mentre sto scrivendo) fare i richiami ai valori della vera-destra-vera.

Possibile – mi dico – che sfugga a lui e a chi è con lui, che il massimo del consenso, in questi mesi dopo la sua espulsione dal Pdl, lo ha ottenuto quando ha rotto gli equilibri, prima alla direzione del Pdl e poi a Mirabello? E che ha cominciato a perderne quando, dopo la sconfitta sul voto di fiducia al Governo del dicembre scorso ha cominciato a indietreggiare indeciso fra le due correnti interne del partito e confluendo in una coalizione, quella del cosiddetto Terzo polo, ancora più indecisa di lui sul con chi schierarsi e perché? Sarà mica un caso che nelle città maggiori i grillini surclassino o comunque se la battano alla pari con i terzopolisti?

I grillini – diciamolo chiaro – sono una manica di qualunquisti forcaioli che non voterei manco per sbaglio. Ma certo una caratterizzazione antisistema ce l’hanno. E quella del Terzo Polo, invece, qual è? Un accordino qui, uno là, un distinguo a destra, uno a sinistra, uno gne gne gne generalizzato e nessuna parola d’ordine vincente (o perdente che sarebbe comunque sempre meglio della manfrina del nulla).

Ed è esattamente questo il dato che al momento emerge. Di fronte al radicalizzarsi dello scontro fra centrosinistra e il centrodestra, il Terzo Polo quando ha corso da solo o in appoggio al centrodestra si è praticamente liquefatto. Tanto che il suo potere contrattuale in ballottaggi importanti come Napoli e Milano è praticamente zero…

Ma pure in questo zero, l’occasione politica va colta. Se l’azione di Fli è cominciata con la dichiarata intenzione di rompere con Berlusconi, la conseguenza ovvia è una indicazione chiara e netta per  Pisapia a Milano e per  De Magistris a Napoli. Ogni altra ipotesi avrebbe conseguenze assolutamente nefaste. E, a questo punto, incomprensibili.

miro renzaglia

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