La musica al tempo dei Settanta

Detto in due parole: a cavallo tra i Sessanta e i Settanta era tutto possibile, o almeno lo sembrava. Lo era di sicuro in campo artistico, e specialmente musicale. Lo sembrava anche in quello politico. Una sensazione collettiva che magari non era condivisa proprio da tutti, e forse nemmeno da una maggioranza effettiva, e consapevole, ma che autorizzava ciascun individuo a comportarsi come se le cose stessero davvero così.

Il passato era solo un’eredità che ti era capitata in sorte. Un patrimonio che ti spettava di diritto (la casa dei padri, o dei nonni, o di certi zii rompicoglioni) e che un giorno sarebbe stato tuo, per cui era bene, era naturale, era logico, che iniziassi a pensare a come utilizzarla. Al colpo d’occhio non sembrava davvero un granché, con tutte quelle decorazioni stucchevoli e quelle ragnatele negli angoli, eppure guardando meglio qualcosa di buono si riusciva a trovare. Per fortuna non si trattava di un unico appartamento. Ma di un intero edificio. Con diversi piani, con vasti solai e smisurate cantine – e sotterranei segreti, secondo qualcuno. Tolta la parte “di rappresentanza”, presidiata da quei domestici tanto sussiegosi quanto ridicoli, c’era una miriade di altri spazi. Meno accessibili. Più affascinanti. Meno illuminati. Più suggestivi. Meno frequentati. Meglio frequentati. Te li dovevi andare a cercare da solo, e tenerti pronto a essere rimproverato per averlo fatto, ma ne valeva la pena. Eccome, se ne valeva la pena.

Prendi la biblioteca, per esempio. I suddetti domestici non la chiamavano nemmeno così, perché per loro la biblioteca vera (con la B maiuscola e le lettere in corsivo costellate di svolazzi sinuosi come un inchino) era solo quella del succitato appartamento di rappresentanza. Per loro gli altri libri erano poco più che ciarpame accumulatosi col passare del tempo. Volumi da conservare perché così ha deciso il padrone – e si sa che le decisioni del padrone si accettano, e soprattutto si eseguono, senza discutere – ma da non leggere.

In realtà, invece, nella biblioteca/magazzino c’era di tutto. Compresi un sacco di libri che erano nuovi di zecca. O usciti solo da qualche anno. O comunque così vibranti di novità e di voglia di tentare l’intentato – e persino l’impossibile – da stagliarsi al di sopra del passare del tempo. Le istituzioni invecchiano, fino a diventare decrepite e a sbriciolarsi al primo soffio di vento. La ribellione continua a bruciare per l’eternità come se fosse il primo giorno. Il potere logora chi ne è schiavo, sia che l’abbia raggiunto sia che si ostini a inseguirlo. La libertà interiore mantiene giovani. Di una gioventù che non teme le rughe e che guizza negli occhi, tuttora capaci di entusiasmo e di meraviglia. Gli occhi che non smettono di avere sete di quello che non conoscono, anziché avere fame di posarsi per l’ennesima volta sulle certezze già acquisite.

Prendi la musica, per esempio. Prima era tutto suddiviso in compartimenti stagni. La musica colta e la musica leggera. Quella dei bianchi e quella dei neri. O dei negri, per dirla come si diceva allora. Quella colta era piazzata su un piedistallo e si poteva solo contemplare con la dovuta riverenza, riproducendola, e ascoltandola, tale e quale a come era stata composta. Tutti prigionieri, esecutori e pubblico, dello spartito in cui l’autore l’aveva fissata. Immortalandola, nella versione ottimistica. Imbalsamandola, in quella pessimistica. Un po’ come avviene nelle religioni rivelate, le spiegazioni erano solo un’eventualità. Le prescrizioni un obbligo. Nessun dubbio. E nessun margine di discussione. Alla musica colta, che con un’etichetta onnicomprensiva ed ottusa si amava definire “classica”, bisognava accostarsi in punta di piedi. Consci, e grati, del fatto che si stesse entrando in una specie di tempio: le emozioni, chissà perché, andavano celate dietro una maschera di perfetta impassibilità, in attesa dell’applauso finale. Forse liberatorio. Certamente rispettoso. Quasi compunto, come se il piacere del cuore fosse una debolezza da riscattare con la severità del raziocinio. E dell’autocontrollo.

La musica leggera era agli antipodi. Avendo come unico obiettivo l’intrattenimento, di cui il sentimentalismo è parte integrante, e spesso ributtante, dava fondo a tutti i trucchi del mestiere. Imbonimento sonoro, per così dire. Prestidigitazione verbale di quart’ordine. L’immediatezza come valore assoluto. Il gusto corrente come parametro inderogabile. L’intelligenza, quando c’era, tenuta ben nascosta tra le pieghe dell’ovvio. L’approfondimento escluso a priori: non sono mica le canzoni a dover riflettere, e a far riflettere, sulla vita. C’è la letteratura, per questo. Le canzoni devono limitarsi a seminare un po’ di allegria. O di commozione a buon mercato. Non ambiscono mica a far pensare. E men che meno a farti chiedere dove accidenti stai andando. Servono solo come punto di ristoro durante i tuoi soliti andirivieni. Piccole pause per interromperti un attimo. E per indurti a non smettere mai. Bibite fresche e rigorosamente analcoliche. La gazzosa nostrana. La Coca Cola d’importazione. Entrambe un po’ annacquate, alla bisogna.

Poi, per fortuna, è arrivato il rock’n’roll. Che ha messo bene in chiaro una cosetta piccola così. Ed enorme così. I giovani ne hanno abbastanza di essere considerati dei coscritti, in attesa di inserimento nelle armate dell’establishment. I giovani non sono tenuti a diventare carne da cannone nella guerra del Pil. I giovani  non hanno nessuna voglia di diventare adulti, se gli adulti sono questi ometti che dilagano ovunque e che hanno messo in piedi questo assurdo baraccone che è la società dei consumi. I figli non sono tenuti ad assomigliare ai loro genitori, a maggior ragione se lui è un conformista imbolsito e lei una donnetta frustrata.

Il rock’n’roll è diventato rock, magico suffisso di innumerevoli incantesimi. Il rock ha generato musiche fantasmagoriche e testi avvincenti. Troppi – per fortuna – per azzardarsi a stilare un riassunto.

Che bello, averlo vissuto. Che brutto, non vederne più traccia.

Federico Zamboni

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