1° maggio: modello Saviano. Che noia…

Diciamolo subito: il concertone del Primo Maggio quest’anno partiva già con il fiatone. Appariva, ancora prima di andare in scena, stanco, un po’ stufo, quasi annoiato. Forse anche furbescamente aveva provato a preparare il terreno a un possibile fallimento.   Invece di competere, si è come tirato indietro, fatto fuori con le sue mani. E come dargli torto? La competizione era davvero impari, disumana, anzi santa: la concorrenza era infatti con la beatificazione di Wojtyla.

Anche la più ottimista delle persone, sarebbe salita sul palco con il broncio, incavolata con il destino infame che le aveva contrapposto un evento mediatico di quella portata. Quindi nessuna sorpresa, se fin da subito e solo con qualche eccezione il tradizionale appuntamento musicale sembrava la brutta copia delle edizioni del passato, dove folle urlanti rispondevano ai richiami che venivano dal palco.

Ma dare tutta la colpa alla competizione sleale della Chiesa cattolica non basta. A metterci lo zampino è stata anche la retorica nazionalista, con l’inno di Mameli cantato in tutte le salse. Un’overdose di Fratelli d’Italia che, credo, avrà dato fastidio anche ai più fervidi sostenitori della causa patriottica o dell’Unità d’Italia.

Ma anche fin qui, tutto prevedibile. Tutto secondo copione. Quello che forse non era previsto, almeno da noi comuni spettatori, era l’altrettanta overdose di sermoni fatti dal presentatore di quest’anno, un Neri Marcorè in tenuta non da concerto ma da programma palloso in mondovisione. Dopo le 22, dopo cioè il momento clou del concerto, affidato ai vetusti Dalla e De Gregori, c’è stata una sequela di musicisti e discorsi da stendere chiunque: Paola Turci, Gino Paoli, Morricone, Neri Marcorè e tante, tante parole. Non sarà un caso, ma la diretta offriva, a differenza degli altri anni, poche immagini del pubblico. Nessuna bandiera, nessun canto corale, nessuna mano allungata per salutare la mamma a casa. Chi c’è stato parla di numeri ridotti, rimpolpati peraltro dai papa boys a cui i sermoni del presentatore forse saranno pure piaciuti.

Per fortuna per il prossimo concertone, dobbiamo aspettare un altro lungo anno. Ma il problema della sua “pallosità” ci parla anche dell’oggi. La domanda è cioè questa: ha forse vinto il metodo Saviano? D’ora in poi l’unico modo per fare tv un po’ intelligente, diversa, non allineata, sarà quello di fare le prediche, di dire ciò che è giusto e ciò che è sbagliato? Pare proprio di sì. Con la differenza che mentre Saviano, qualsiasi sia il giudizio su di lui, comunque riesce a bucare lo schermo, non è detto che gli altri riescano a fare altrettanto. Speriamo quindi che dopo questo noiosissimo concertone il virus invece di diffondersi ulteriormente si fermi e lasci spazio a nuovi modi di comunicare.

Ps: E se proprio non si trovano nuovi modi di comunicare, meglio lasciar vivere i tradizionali che funzionano come il vecchio ma bello Primo Maggio fatto di canzoni rock.

Angela Azzaro

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