I neri e i rossi. Tentativi di conciliazione

Durante la RSI, nel bel mezzo di una guerra civile che scatenò odi abissali e regolamenti di conti primitivi, si verificò anche il caso, noto alla storiografia ma poco al grande pubblico, di una serie di contatti fra certi fascisti e certi antifascisti, uniti nel desiderio di limitare i danni e di progettare, nel momento della ritirata finale dei tedeschi dall’Italia, una collaborazione politica e armata, al fine di salvaguardare la legislazione sociale promossa da Mussolini e di evitare un bagno di sangue fratricida.

I settori moderati del Fascismo – che facevano capo al ministro dell’educazione Biggini, a quello della giustizia Pisenti, a diversi giornalisti come Manunta e Spampanato, a nomi di prestigio come la medaglia d’oro e cieco di guerra Borsani o l’eroe di Bir-el-Gobi Balisti – e quelli moderati dell’antifascismo – il comandante delle formazioni partigiane “Matteotti” Bonfantini, i socialisti rivoluzionari Concordia, Sollazzo, Vigorelli – in più di un’occasione ebbero abboccamenti al fine di concordare una strategia per isolare i rispettivi settori intransigenti (Pavolini, Farinacci, le Brigate Nere per la sponda fascista, i social-comunisti per quella antifascista) e per arrivare a intese politiche condivise: era l’idea del “ponte” fra i due mondi che si erano dichiarati una guerra radicale, ma che ora, a parere di quegli uomini, si trovavano nella condizione di dover frenare l’odio nel nome di una riconciliazione nazionale.

L’ideale era nobile, non c’è dubbio. Che lo strazio dell’Italia dovesse finire per iniziativa degli italiani stessi, deponendo gli estremismi e trovando un punto d’accordo sul terreno della comune volontà di rinnovamento sociale – anzi, proprio “socialista” – era un progetto coraggioso, che metteva anche in gioco le teste di quanti ne erano implicati.

Ma la storia ha dimostrato che si trattava di un progetto utopistico, irrealizzabile in quel clima, di ormai avviato processo di frontale contrapposizione. La guerra civile voluta dai comunisti, con la loro tattica degli attentati e degli omicidi a tradimento, che innescava la perversa spirale delle rappresaglie e l’incrudimento della lotta, era ormai una macchina lanciata in piena velocità, che nessuno forse avrebbe più potuto fermare.

Le cose, infatti, come ben sappiamo, andarono diversamente da come quegli idealisti avevano sperato: in ognuna delle due parti prevalse il radicalismo. Pavolini epurò ad esempio la stampa salotina, sollevando dai loro incarichi giornalisti noti come Manunta, Giobbe, lo stesso Borsani – fautori della riconciliazione – mentre, dall’altro lato della barricata, il falchi antifascisti – in primis Pertini e Longo – stroncarono sul nascere ogni infiltrazione di idee conciliatorie.

E dire che gli ambienti che, in un modo o nell’altro, partecipavano a quel disperato progetto erano vasti e variegati: dal vecchio socialista Silvestri (che nel 1924 era stato uno dei maggiori accusatori di Mussolini per l’uccisione di Matteotti, ma che poi a Salò si avvicinò al dittatore, rivedendo in lui l’antico socialista rivoluzionario), al filosofo crociano Cione, che ammirava lo sforzo sociale operato da Mussolini a Salò e si prodigò per tessere legami fra le parti. Ma anche il principe Borghese aveva per suo conto contatti con cerchie antifasciste. Ed anche il capitano Riccio, pure della Decima, il comandante della polizia della RSI Montagna, come pure il vicecomandante della GNR Nicchiarelli, furono tutti implicati nella intricata faccenda degli abboccamenti, degli incontri segretissimi, dei programmi più audaci per arrestare la guerra civile e costituire, addirittura, dei “battaglioni del popolo”, forze miste fasciste e di area socialista che avrebbero dovuto trovare l’accordo almeno su un punto: collaborazione per evitare la finale rovina dell’Italia, e salvaguardia della legislazione “socialista” della RSI, scongiurando con ciò che al potere andassero, dopo la prevista, imminente sconfitta tedesca, i comunisti.

E, su tutti, stava la figura di Mussolini, che ebbe lui per primo, negli ultimi mesi, l’idea di trasferire la legislazione sociale fascista al partito socialista, in una sorta di passaggio del testimone ideologico. Il Duce, che si sa esser tornato a Salò ai suoi giovanili ideali socialisti, pensava che, se anche la sconfitta militare del Fascismo fosse sopravvenuta, si sarebbe potuta avere, per così dire, una sua vittoria sul terreno della legislazione del lavoro, cospargendo l’Italia di quelle famose “mine sociali” che gli Alleati – così ingenuamente egli auspicava – a quel punto non avrebbero più potuto abrogare.

Su questa linea, Mussolini incoraggiò i “pontisti” e ne ricevette a Gargnano più d’uno: qui stimolava, là suggeriva, anche se, ovviamente, con le SS all’uscio di casa e i duri del Partito che dominavano la scena, il suo fu un ruolo oltremodo difficile di bilanciamento, di attenta misurazione delle iniziative. Bisogna osservare, in ogni caso, che questa volontà di conciliazione nazionale fu più presente tra i fascisti, coinvolgendo, come abbiamo visto, anche nomi pesanti della RSI, che non tra gli antifascisti, di cui, a parte il Bonfantini, vennero interessate invece, per lo più, frange tutto sommato secondarie. Anche se il gioco, per un momento, parve poter interessare anche strutture centrali del movimento partigiano.

A portare chiarezza su questa pagina considerata minore e certamente oscura, ma straordinariamente interessante, della nostra storia del Novecento, è un libro da poco uscito, (Mursia), che svolge una puntuale e documentatissima analisi sulla complessa vicenda, tale da poterla noi considerare come l’opera di gran lunga più esaustiva circa l’atmosfera, gli uomini, le idee che si mossero nei convulsi mesi del tramonto della Repubblica Sociale, nella spasmodica ricerca di evitare all’Italia il duplice abisso della sconfitta militare e di una guerra civile senza più freni.

Fabei – studioso ormai noto da anni come tra i più fertili e preparati delle ultime generazioni – tra le molte cose scrive dei tentativi di Silvestri di guadagnare alla causa “pontista” il partito socialista e quello d’Azione, precisando che nelle intenzioni di Mussolini c’era l’idea di «consegnare la RSI ai repubblicani, e non ai monarchici, la socializzazione ai socialisti, e non ai borghesi», dando quindi chiara indicazione di quale dovesse essere, ai suoi occhi, il profilo di un possibile nuovo Stato post-fascista. C’è in quest’affermazione tutto il senso del tentativo mussoliniano, che non a caso – alla luce dell’imponente documentazione elaborata da Fabei – seppe trascinare sul suo terreno settori diversi dell’antifascismo, lambendo anche il cuore della Resistenza, e proprio con Bonfantini, il socialista riformista che non rappresentava solo se stesso, ma tutto un clima ideologico resistenziale, non pregiudizialmente ostile a contatti col Fascismo.

Fabei, in sede di considerazione generale del fenomeno, fa una serie di osservazioni originali e di estremo interesse storico: a cominciare dall’isolamento in cui si trovò Mussolini nella fase finale della Repubblica, ciò che ne impedì l’assistenza nel previsto travaglio all’eredità socialista. E illuminante è la notazione paradossale (ma non tanto) che a Dongo gli uomini della “sinistra pontista” della RSI (a parte Utimpergher e Daquanno, uomini generosi, ma minori, e Bombacci, isolato), non c’erano. C’erano invece i rivoluzionari intransigenti, fra cui Pavolini e Mezzasoma. E, dall’altra parte della barricata, i socialisti “pontisti” vennero scavalcati dagli eventi che si succedettero troppo rapidamente, precipitando verso la logica dell’eccidio di massa dei vinti, piuttosto che verso una ragionata politica di accordi.

Responsabilità di quel sangue, come noto, fu certo dei capi resistenziali, Pertini fra i primi, che volle recitare la parte del ferreo giustizialista. Ed è anche interessante il rilievo di Fabei circa le ambiguità del CLN, dato che «dopo l’insurrezione, i suoi membri più influenti e rappresentativi si affrettarono a smentire di avere autorizzato le trattative». Erano gli stessi “partiti dei lavoratori” che, per odio antifascista, lasciarono che padronato industriale e democristiani – con benedizione angloamericana – abrogassero nel primo dopoguerra la legislazione sociale fascista, consegnando il mondo del lavoro italiano a quel clima di plumbea reazione anti-operaia che furono gli anni Cinquanta.

Luca Leonello Rimbotti

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