Guido Pappadà. Nauta

“Un viaggio alla scoperta della perfetta armonia”. Così recita il sottotitolo di Nauta, opera prima del regista napoletano, classe 1964, Guido Pappadà; quell’armonia così difficile da raggiungere, eppure da alcuni fortemente agognata, tra uomo e natura.

Nauta, dal 3 giugno nelle sale italiane, è un viaggio iniziatico, esistenziale, di cinque personaggi uniti dal caso o dal destino, che nel loro spingersi a verificare un evento affascinante quanto improbabile trovano l’opportunità di confrontarsi con i propri dubbi, le proprie insicurezze, le proprie paure.

Bruno (David Coco), quarant’anni, è un antropologo e professore universitario che, grazie alla chiamata di un vecchio amico, apprende che sull’isola di La Galite si è verificato uno straordinario e misterioso fenomeno naturale. Il professore trae dalla notizia ricevuta la forza per ridestarsi da una profonda delusione amorosa e organizza, grazie alla sovvenzione dell’università, una spedizione che parta alla volta dell’isola. Il gruppo è formato, oltre che da Bruno, da Davide (Luca Ward), burbero capitano amico dell’antropologo, Max (Massimo Andrei), il suo nuovo marinaio, Laura (Elena Di Ciccio), giovane biologa, e Lorenzo (Paolo Mazzarelli), sommozzatore esperto di sport estremi.

Durante i giorni della traversata l’equipaggio, costretto alla forzata e ravvicinata compagnia, perderà progressivamente la diffidenza verso gli altri tanto che ogni componente del gruppo si abbandonerà alla propria reale natura. Il viaggio intrapreso cambierà le loro vite.

Curiosa e inusuale opera prima, per l’italico cinema, Nauta concentra i suoi motivi di interesse nelle suggestioni che danno innesco alla vicenda, e tutto sommato nell’idea del regista di non cercare un cinema necessariamente di genere per indagare le inquietudini esistenziali dei personaggi posti sulla ribalta.

Le buoni intenzioni però non si concretizzano totalmente nella rappresentazione proposta, perché l’opera risulta assai manierata per larga parte della sua durata, attenta al dettaglio e alla quadratura delle immagini fino a renderle quasi prive di pathos, un po’ da cartolina. Non aiuta granché nemmeno il cast, ordinario quanto basta per allontanare qualsiasi spinta di immedesimazione da parte dello spettatore, né la scelta di approfondire al minimo la psicologia dei personaggi.

La pellicola è ambiziosa, nella sua palese ricerca di inseguire un cinema metafisico ispirato da vaghe suggestioni New Age in salsa taoista (molto pretestuoso il richiamo al taoismo, peraltro fuggevole e scarsamente motivato), nel suo tentativo di proporre una visione armonica del rapporto uomo-natura in un tempo storico in cui, di fatto, tale armonia non potrebbe essere più lontana.

«Nauta principalmente è un film sul sogno – afferma Guido Pappadà -, da un lato la necessità di godersi il viaggio verso un progetto futuro più che il raggiungimento di una meta, dall’altro l’importanza di continuare a sognare, quel che sembra un difetto delle giovani generazioni».

L’ispirazione viene da un fortunato libro degli anni Novanta, La profezia di Celestino di James Redfield, che divenne uno vero e proprio successo internazionale nonché il riferimento essenziale per tutti coloro che cercavano una diversa interpretazione del mondo (gli aderenti alla così detta New Age) che partisse proprio dal rapporto tra uomo e natura.

La teoria propone l’uomo come organismo vivente, ingranaggio di un meccanismo armonico di energie (la natura) capace di condizionare scelte, comportamenti sociali, educativi e sentimentali. Tutto ciò dovrebbe, secondo la New Age, suscitare nell’uomo una nuova consapevolezza che lo porti ad inseguire la perfetta armonia che trovano, alla fine della fiera, i protagonisti della vicenda filmata dal regista napoletano.

La chiave di lettura proposta da Pappadà è comunque sufficientemente ironica, e ciò salva il film dal velleitarismo e da improbabili derive spiritualistico-apologetiche, lasciando il giusto respiro a una vicenda leggera ma che a conti fatti resta troppo in superficie.

Il film è girato quasi integralmente a bordo di un veliero, ed è stato ambientato all’inizio degli anni Novanta non solo per omaggiare il bestseller di Redfield, ma anche perché si era alla fine di un millennio che preludeva a profonde riflessioni universali. I cinque personaggi, a detta del regista, riproducono uno spaccato della società occidentale, con i loro vizi segreti (e le loro pubbliche virtù) che la pellicola evidentemente svelerà.

Federico Magi

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