Giancarlo Sciannella. La terra plastica

Giancarlo Sciannella è scultore in terracotta: una vocazione vissuta in modo esclusivo (quasi un destino: se si pensa che anche il nonno era ceramista) per l’artista, nato – e in parte qui ancora operante – a Castelli, una delle piccole, quanto gloriose, capitali italiane della ceramica (all’Istoriato seicentesco, legato ai nomi dei Grue e dei Gentili sono riservati, come tutti sanno, posti d’onore nei musei di tutto il mondo). Anche se, a differenza, della tradizione castellana, che intendeva la ceramica essenzialmente quale supporto per l’intervento pittorico, Sciannella predilige della terra le inesauribili potenzialità plastiche. E tuttavia gli è estranea l’ostentazione virtuosistica, e perciò scontata, della tecnica.

Non sembri eccessivo questo insistere sulla materia della scultura; se il materiale ha sempre rivestito importanza nelle scelte e nei processi operativi di un artista, questo ruolo è andato crescendo nella modernità, fino a far affermare a un Sol Le Witt che “i materiali costituiscono le maggiori preoccupazioni dell’arte contemporanea”.

La terracotta è un materiale affascinante, che racchiude un amplissimo spettro di significati e di rimandi, espliciti e segreti. A cominciare dalla plasmabilità, che rinvia ad un culminante prototipo creazionale, comune un po’ a tutte le tradizioni religiose e alle cosmogonie, che parla dell’uomo formato da Dio con acqua e terra, dove quest’ultima si è fatta magari una sorta di cosmica materia, di limo primordiale, caricatosi di lasciti e di fermenti esistenziali.

Il persiano Omar Khayyàm, vissuto nell’XI secolo, espresse questo concetto più direttamente ed efficacemente di altre voci poetiche: «poggia piano il piede sulla terra / ché lì è stata la pupilla dell’occhio d’una beltà […] Quest’anfora è stata al pari di me un doloroso amante, / ed è andata alla ricerca del volto di una bella. / Quest’ansa che tu le vedi sul collo / è una mano che recinse il collo di un amico» (1).

A sua volta, il procedimento di cottura, riserva, all’artista stesso, un affascinante margine di imprevedibilità assieme a valenze di sapore alchemico: basti pensare alle crettature dell’argilla cotta, ai colori e alle preziosità di smalti e lustri, ma pure alle tonalità mutevoli della stessa terra, che può trascorrere dal giallo aranciato, alla gamma delle ocra, al marrone.

Fino a confrontarsi col fascino arcaico, povero, del materiale (quanto gremito, appunto, di vissuto esistenziale), che è stato da lungo tempo, opportunamente e saldamente, riscattato dalla ancestrale destinazione utilitaria, che pure poteva dischiudersi, specie nelle culture rurali, a suggestivi precorrimenti plastici, per essere acquisito al campo e alla dignità della scultura senza aggettivi.

Sciannella ha ben presente la valenza di memoria arcaica, connessa alla cultura contadina e mediterranea, pastorale e montanina, della sua terracotta e su questo tema egli lavora, modellando sculture provviste di un fascino arcano e di incontestabile sacralità, capaci di evocare sentimenti di una cosmica nostalgia, di quella che i tedeschi chiamerebbero sehnsucht.

E spesso associa alla terra, altri materiali poveri e primari come il carbone, il catrame, il ferro, il legno, attivando una sorta di dialogo reciproco. Eppure, a ben vedere, nonostante la ricerca del materiale ascetico, autentico, scarno, proprio nulla lo accosta alla riscoperta delle tautologie estetiche, proprie dell’ “Arte Povera”.

Semmai egli interviene col segno, col graffito, con l’incisione sulla pelle della terra. E sono evocazioni ieratiche e archetipali a venire formulate da Sciannella, come attesta pure il repertorio di forme e di immagini che il nostro artista sciamano connette alle sue opere: dall’aratro alla capanna, dal dardo al sudario, dal sestante, allo zodiaco, alla zattera, tanto per intenderci.

Anche il mito classico, spogliato da presenze narrative, altisonanti, perfino retoriche, e ricondotto al gheriglio più intimo e qualificante, più strettamente allusivo alle concordanze e ai riti cosmologici, coinvolge l’immaginario di Sciannella. Lo attesta, nell’ambito della mostra, un’opera come Enea, strutturata sulla doppia direttrice orizzontale e verticale, della nave e dei pali d’ancoraggio, allusivi al lungo errare e patire dell’eroe virgiliano, al suo finale e fatale radicarsi nel Lazio, ove trasporta i Penati da Troia incendiata, e alla fondazione di Lavinium, la nuova città precorritrice di Roma.

E, accanto al mito, gli scenari di una contemporaneità effettuale, perché ogni artista è, comunque, interprete della sua epoca, sulla quale riesce a formulare, spesso, diagnosi di profetico precorrimento. A questo riguardo, le valutazioni del nostro artista non sembrano ispirate a ottimismo. Lo testimonia in forma efficace la titolazione stessa delle sculture esposte: Veliero, Vascelli, Scafi, ma anche più chiaramente, Stelle spente; trasparenti metafore di una collettiva condizione periclitante di instabilità, di insoddisfazione del qui e ora.

Carlo Fabrizio Carli

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(1) – Omar Khayyàm, Le Rubaiyyàt, Sansoni, Firenze 1944, pp. 10 – 22, trad. Francesco Gabrieli.

 

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