Frank Frazetta. Una leggenda. Un anno fa

Quando lo scorso maggio – il 10 del mese, poco più di un anno fa – un infarto ha sancito la fine dell’esistenza ottuagenaria di Frank Frazetta, da noi la “notizia” è passata quasi sotto silenzio, salutata con devozione dagli addetti ai lavori e con tristezza dai non pochi cultori dell’artista statunitense di origine italiana nato a Brooklyn nel 1928.

Eppure grande è il debito di riconoscenza che gli appassionati dell’altrove hanno nei suoi confronti. Che si tratti di fantasy o fantascienza (e persino di cinema e rock), infatti, non c’è genere che non sia stato condizionato dall’originalità del suo stile ricco di colori forti e caratterizzato dal sapiente uso di chiaroscuri e dalla cura del particolare.

Quanti lettori hanno avuto tra le mani, magari senza rendersene conto, un libro o un fumetto illustrato da lui? Quanti sono stati conquistati dalla copertina di un disco o dalla locandina di un film senza sapere che erano opera sua?

Ancor più grande, se possibile, è il debito di riconoscenza di chi dell’altrove ha fatto una collocazione politica, quando stare a destra significava dire no all’omologazione culturale, al materialismo storico e al razionalismo illuminista. Perché Frazetta, con i suoi evocativi dipinti, ha dato forma e forza alle suggestioni epiche, estetiche ed etiche che hanno animato l’immaginario di più generazioni di destra giovanile.

Non ci credete? Andate su Google e digitate “Frank Frazetta”. Riconoscerete come familiari le immagini che vedrete apparire sul monitor. Sì, quei poster che hanno fatto da tappezzeria alle nostre camerette da ragazzi, quando ancora sognavamo mondi antichi e alternativi al tempo stesso, sono stati disegnati proprio da lui.

Legionari romani in attesa, schierati su una rupe con tanto di insegne e spade sguainate. Eroi mitologici in perenne combattimento contro mostri spaventosi. Cavalieri armati fino ai denti, soprattutto di coraggio. Oltreuomini d’impronta nietzscheiana che non si limitano a rimanere in piedi tra le rovine ma reclamano battaglia. Icone memorabili che, fondandosi sul senso prima che sull’intelletto e offrendo il punto di vista magico, quello colpevolmente rimosso dalla cultura ufficiale dei decenni scorsi, danno evidenza alla realtà simbolica delle cose. Scenari ultraterreni evocano mondi lontanissimi e, al contempo, rielaborano compiutamente i conflitti della modernità. Che si tratti di olio, acquarello, inchiostro o matita – tecniche che Frazetta maneggiava con eguale disinvoltura – la potenza di tali immagini riesce a comunicare l’essenziale prima e forse meglio di qualsivoglia testo, perché l’autore, a differenza di chi ha cercato invano di emularlo, riesce a rendere credibile l’incredibile.

«Non leggevo nessuno dei libri che illustravo – ripeteva Frazetta – e non mi curavo di quello che pensava la gente. Ma le persone non si sono mai lamentate. Probabilmente quei libri non li leggevano neanche loro». Senza voler togliere nulla ai tanti libri che popolano la nostra ricca biblioteca d’area, tali disegni, nella base identitaria della nostra cultura di riferimento, sono altrettanto importanti. E lo sono, naturalmente, anche oltre il confine del nostro mondo di provenienza. A maggior ragione, infatti, il successo (non solo commerciale) di Frazetta dimostra una volta di più come il nostro immaginario non abbia vocazione minoritaria e meramente consolatoria ma, al contrario, sia ampiamente maggioritario. Non solo: conferma, qualora ce ne fosse bisogno, il ruolo di primo piano svolto dalla cultura popolare nel “dibattito” delle idee.

Una passione, quella per il pop, che contagiò lo stesso Frazetta quand’era ancora un giovane e promettente allievo della Brooklyn Academy of Fine e al suo precoce talento già si interessavano l’artista italiano Michael Falanga, suo mentore d’accademia, e persino Walt Disney. Morto il primo e rifiutate le proposte del secondo, Frazetta si affermò nei primi anni Cinquanta come uno dei disegnatori più ricercati. Dalle copertine di Buck Rogers a serie celebri come Abner Lil del geniale cartoonist Al Capp, la sua firma iniziava a comparire sempre più spesso e con crescente autorevolezza. Se sul Times esordiva con una striscia quotidiana tutta sua – Johnny Comet, la cui ristampa integrale è stata da poco ripubblicata dalla casa editrice Vanguard – il suo curriculum si impreziosiva ulteriormente con le collaborazioni al Flash Gordon di Dan Barry, con le riviste horror dell’epoca e, grazie alla dimestichezza dimostrata con l’erotismo — in quel periodo decisamente rivoluzionario — persino con Playboy.

La sua carriera, tuttavia, decollerà definitivamente a metà dei Sessanta con le illustrazioni di John Carter di Marte e Tarzan di Edgar Rice Burroughs ma in particolar modo con la rivisitazione iconica del Conan di Robert E. Howard, talmente potente da cancellare quelle dei suoi predecessori e imporlo come uno dei pochi autori in grado di fare scuola.

Il successo riscosso lo renderà, nel giro di pochi anni, una vera e propria figura leggendaria nell’ambiente, in grado di trasformare in oro tutto ciò che toccava. Una “macchina da guerra” che Hollywood non si poteva far scappare. Se la sua scomparsa è avvenuta proprio mentre le Major si apprestavano a portare sul grande schermo le trasposizioni cinematografiche, dichiaratamente ispirate alle sue illustrazioni, di Conan il barbaro (nelle sale la prossima estate) e John Carter di Marte (la cui programmazione è slittata al 2012), e se personalità come Clint Eastwood, George Lucas, Steven Spielberg e Sylvester Stallone sono stati veri e propri fan di Frazetta, commissionandogli lavori per i loro progetti cinematografici, tutto ciò ebbe inizio per caso. Precisamente nel 1964, quando Frazetta pubblicò sulla rivista Mad un ritratto di Ringo Starr, il batterista dei Beatles. La United Artists lo notò e gli commissionò le prime di tante locandine cinematografiche, tra cui il poster del film Ciao Pussycat del 1965 con Peter Sellers.

Per un artista dalle sue potenzialità la naturale evoluzione sembrava essere il cinema d’animazione ma il primo esperimento – Fire and Ice, realizzato con Ralph Bakshi nel 1983 – si dimostrò un flop. Forse l’unico della sua carriera ma, in realtà, non addebitabile a lui. Perché l’immaginario di Frazetta non poteva essere ricostruito con le modeste tecnologie e i metodi ancora pionieristici di allora. Ciononostante i registi di fantasy hanno continuato a ispirarsi a lui, realizzando in seguito quello che lui non poté fare.

Ben altre soddisfazioni, invece, gli ha dato il mondo della musica. Sono molti i gruppi rock, in particolar modo le band di heavy metal, ad aver utilizzato i disegni di Frazetta per sottolineare la carica antisistema dei loro album musicali o per i quali l’artista statunitense ha realizzato copertine nuove di zecca, come per il secondo album dei The Dead Elvi: Buddy Bought The Farm.

Tra le più spettacolari, ricordiamo: la splendida immagine del guerriero che brandisce un’ascia in Flirtin’ With Disaster dei Molly Hatchet, i tre che si battono sulla neve in Hard Attack dei Dust, i due che si fronteggiano sullo sfondo di un pianeta incandescente in Expect No Mercy dei Nazareth e, non ultima, la dea del mare, immobile nella tempesta, di The Sea Witch dei Wolfmother. Questi ultimi non soltanto hanno usato l’immagine come copertina per l’album che ne ha segnato il debutto omonimo ma hanno saccheggiato l’opera di Frazetta per alimentarne il merchandising: dalle t-shirt ai gadget.

E non è certo un caso se l’acquirente del suo dipinto più prezioso – “Conan il conquistatore”, usato come copertina per il volume del 1966 – è stato un musicista come Kirk Hammett, il chitarrista dei Metallica. Gli è costato un milione di dollari. Molti, anche per un artista la cui importanza non ha prezzo.

Roberto Alfatti Appetiti

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