Euro. Campane a morte per la Grecia. E poi?

Tira una brutta aria per l’Europa “eurizzata”. Ma soprattutto per il paese del sirtaki. Der Spiegel, l’autorevole settimanale tedesco, ha appena parlato e l’euro è subito entrato in fibrillazione. Il magazine amburghese evidentemente ha assunto il ruolo di eurosabotatore, incaricandosi di dire senza peli sulla lingua quello che i politici di Berlino non vogliono – o non possono – apertamente sostenere. Il patinato media infatti, dopo avere sganciato un potente siluro verso la candidatura dell’italiano Draghi alla presidenza della Bce, ha anche ventilato la possibile uscita della Grecia dall’euro.

A dire il vero, più che un’uscita si tratterebbe di una pedata nel sedere da parte dei cravattari di Lussemburgo, i quali, dopo avere spremuto come limoni i poveri contribuenti ellenici si preparerebbero ora a dare loro il benservito. Certo, a infilarsi in questo vicolo cieco hanno contribuito gli stessi esecutivi susseguitisi in questi anni all’ombra del Partenone, i quali, indebitandosi fino all’inverosimile e truccando i bilanci, si trovano a dover fare i conti con un buco incolmabile.

Tanto per indorare la pillola i burocrati dell’Ue hanno fatto capire che in verità si tratterebbe di un arrivederci e non di un addio vero e proprio. Il paese balcanico, secondo queste ottimistiche voci, sarebbe mollato al suo destino il tempo necessario per depurarsi di tutte le tossine accumulate, darsi una riassettata e rendersi presentabile nei salotti buoni della finanza internazionale. Poi, una volta ripresosi dalla batosta – ma sarà mai possibile riprendersi da un tale disastro? – ci sarebbe una salvifica rentrée tra baci, abbracci e pacche sulle spalle di tutta la compagnia.

Ma chi è lo sprovveduto che può credere a queste pietose bugie? Nessuno. Si tratterebbe solo di una lunga camminata nel deserto, col pericolo, per il paese di Pericle, di rimanerci stecchito. E infatti i boatos si sono immediatamente riverberati sul cambio dell’euro, subito collassato a quota 1,43 dollari.

Naturalmente da Atene e dalle autorità europee è immediatamente scattata la corsa alle smentite. E sia il premier Papandreou che il ministro delle Finanze Papacostantinou hanno assicurato il colto e l’inclita che il ritorno alla dracma è fuori discussione. «Uscire dall’euro non ha senso – ha detto Papacostantinou – perché le conseguenze sarebbero catastrofiche per tutti: il debito pubblico raddoppierebbe e precipiteremmo in una recessione da guerra».

Ma i soliti rumors hanno anche sostenuto lo svolgimento in quel di Lussemburgo di un’apposita riunione dei grandi dell’eurozona proprio per dibattere della possibile defenestrazione di Zorba dall’esclusivo club della moneta unica. O quanto meno dell’altrettanto rovinoso consolidamento dell’astronomico debito accumulato dagli euzoni. Il fatto è che i trattati di Maastricht non prendono neppure in considerazione l’eventuale abbandono della moneta unica da parte di un partner dell’eurozona. E tantomeno l’ipotesi di una ristrutturazione dell’ingestibile ammanco. Tutte opzioni che, una volta realizzate, potrebbero rivelarsi un autentico boomerang per l’uomo vitruviano, che, con l’innescarsi di un incontrollabile processo di default a catena, rischierebbe d’implodere come un castello di carte.

Insomma il pericolo per Eurolandia è quello di una sindrome da Fukushima. Si sa come inizia ma non si sa mai come – e se – potrebbe andare a finire. Ad ogni modo la musica è sempre la stessa: «Nessuno ha mai parlato di uscita della Grecia dall’euro, né si è tenuta alcuna riunione dell’eurogruppo in proposito», ha affermato il portavoce di Jean Claude Junker, presidente dell’eurogruppo. E anche secondo il quotidiano finanziario tedesco “Handelsblatt” la notizia dello Spiegel sarebbe una patacca. Ma, si sa che quando in politica e in economia una voce comincia insistentemente a girare vuol dire che gatta ci cova e che sarebbe meglio preparasi al peggio.

Intanto, confermate dall’americano Wall Street Journal sono emerse in serata nuove voci su una riunione a quattro proprio in Lussemburgo tra i ministri delle finanze tedesco e francese, Wolfgang Schauble e Christine Lagarde, il commissario all’economia Olli Rehn e lo stesso Junker. Insomma appare sempre più chiaro che a decidere i destini della nazione egea e del continente tutto sarà il solito “asse carolingio”, vale a dire l’accoppiata Merkel-Sarkozi. I quali, fregandosene altamente dei destini dell’Europa e tantomeno di quelli della Grecia – ormai segnati – soppeseranno attentamente sul bilancino delle opportunità – le “loro” opportunità – tutti i vantaggi (pochi) ma soprattutto i “danni collaterali” (tanti) che scaturirebbero da questa temutissima manovra.

Infatti, sono una montagna i soldi investiti in titoli di stato olimpici dalle banche di tutto il continente. Oltre agli istituti francotedeschi, esposti per un centinaio di miliardi con Atene, a rimetterci saremmo pure noi, che abbiamo pompato in quel pozzo di San Patrizio fior di quattrini. Denaro che molto probabilmente non ritornerà mai più nelle nostre tasche. E a questo punto, dopo Portogallo, Irlanda e Spagna, la campana a morto potrebbe suonare anche per noi.

Angelo Spaziano

.

.

.


Condividi
  • Print
  • Digg
  • StumbleUpon
  • del.icio.us
  • Facebook
  • Yahoo! Buzz
  • Twitter
  • Google Bookmarks