Da Fiume a Latina. C’è un filo rosso e nero che…

L’articolo che segue è stato pubblicato venerdì scorso, 6 maggio, sul settimanale Il futurista.

La redazione

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TUTTI A LATINA COME A FIUME
PER LA FESTA DELLA RIVOLUZIONE

Uno spirito libertario e futurista si agita oggi in Italia. E’ lo spirito che aleggiò quasi un secolo fa a Fiume e ritorna a far sentire il suo alito fresco nella raggiante primavera di Latina. Latina non è istriana. Esattamente come Fiume non è pontina. Eppure, eppure: c’è un filo rosso e nero che le unisce. Nel 1918, l’Italia uscita vittoriosa dalla Grande Guerra, fu mutilata dell’italianissima Fiume. Nel 2011, l’Italia è sconfitta e paralizzata (quindi più che mutilata) da un virus malarico: il berlusconismo (dal nome del noto portatore infetto che lo ha diffuso). Nel 1924, il regime fascista diede il via alla grande opera di bonifica dell’Agro Pontino, sottrasse la terra alla malaria (quella vera, non quella metaforica, comunque non meno pestifera, di cui si diceva sopra)  tanto che nel 1932, dal fango delle paludi redente poté nascere il fiore della città di Littoria. Nel 1919, un poeta, Gabriele D’Annunzio, ruppe gli indugi di una politica incapace di imporre alle altre nazioni alleate il giusto riconoscimento per il sangue versato dai suoi figli e occupò militarmente la città istriana, rivendicandone l’italianità. Nel 2011, un altro poeta, Antonio Pennacchi, recente vincitore del Premio Strega con Canale Mussolini (che proprio della bonifica pontina narra) interrompe il macabro balletto degli inciuci della politica di età berlusconiana e a Latina-Littoria – come la chiama lui per l’esattezza storiografica – presenta una lista per le prossime amministrative di inaudita novità: la chiamerà fasciocomunista, lanciando la sfida ai conservatori di destra e di sinistra. Tra il 12 settembre 1919 e il fine dicembre 1920 (il fatidico “Natale di sangue” che concluse la vicenda ), nella Reggenza del Comandante D’Annunzio, la città di Fiume divenne uno straordinario esempio storico, irripetuto fino ad oggi, di società libera. Lì si radunarono poeti, artisti, musicisti, uomini di diversa matrice politica: socialisti, fascisti, comunisti, anarchici, sindacalisti, nazionalisti, futuristi che realizzarono il sogno di una città dove per la prima volta si può parlare con proprietà di linguaggio di: “immaginazione al potere”. Il 20 aprile 2011, vigilia del Natale di Roma, a Latina-Littoria, il Comandante Antonio Pennacchi ha ufficializzato la sua lista e, ora come allora a Fiume, aderiscono poeti e letterati, storici di fama mondiale (Franco Cardini) e giornalisti, comunisti e fascisti, neo futuristi e libertari di ogni specie pronti a sfidare tutti i luoghi comuni malarici dell’italietta berlusconiana.

Latina oggi, dunque, come Fiume ieri? E perché no? Fu anche da quell’impresa, già intrisa di futurismo marinettiano, che cominciò il profondo rinnovamento modernizzatore dell’Italia. Fu da quella epopea che furono tratte conseguenze e parole d’ordine che trasformarono l’Itala da “Grande Proletaria” in grande nazione politica ed economica, nei venti anni successivi. La parola d’ordine della chiamata a raccolta, oggi, è una sola: bonificare Latina, per bonificare l’Italia. Latina, ovvero la città di cui Pennacchi pretende di essere addirittura il co-fondatore, insieme a Mussolini: «Perché – dice –  lui ha fatto le case e la torre, le strade e le piazze. Lui c’ha messo la materia, insomma. Ma io, con la mia scrittura, coi miei romanzi le ho dato l’anima».

Confutarlo è un’impresa che non consigliamo a chiunque. Proprio la mattina del 21 aprile, ho ricevuto il biglietto del Comandante Pennacchi a commento della giornata di presentazione del suo progetto. La riproduco: «Però se semo proprio divertiti oggi, no? Di’ a Cecchini [trattasi di Graziano Cecchini, il neofuturista autore del capolavoro mondiale “Rosso Trevi”, interventista della prima ora nella lista Pennacchi-Fli, ndr] che ci è piaciuto a tutti. Ci sta simpatico. Ciao e grazie di nuovo a tutti voi per essere nostri compagni di lotta. E’ un piacere ed un orgoglio percorrere questo sentiero di guerra insieme a voi. Vinceremo, poi? Perderemo? Ma che cazzo ce ne frega a noi? L’importante era che la facessimo. Era una battaglia che non potevamo mancare. Poi se le masse e il popolo ci seguono, meglio per loro. E sennò se la andassero a piglia’ nterculo», che riassume bene – penso – clima e umore della intrapresa. Il linguaggio è quello che, declinazione romanesca a parte, avrà probabilmente usato D’Annunzio per esortare i suoi legionari all’avventura fiumana. Ed è consono alle attese.

Tuttavia, come si accennava all’inizio, l’impresa Fiumana, più che per l’iniziativa militare è passata alla storia per essere stata l’esperimento riuscito di un territorio liberato e libertario. Ce ne ha dato compiuta ragione, qualche anno fa, Claudia Salaris con il suo splendido Alla festa della rivoluzione (ed. Il Mulino, 2002) che, senza nessuna spericolatezza intellettuale, ma raccontandone con limpidezza di stile personaggi ed atti, la descrive come un “proto ’68”, dove tutti gli schemi consolidati vengono fatti saltare da una smania concreta di gioiosa vitalità.

Non bastassero i mille aneddoti raccontati nel libro, si dia una sbirciatina alla Carta del Carnaro, la speciale costituzione disegnata da Alceste De Ambris, il sindacalista rivoluzionario anteguerra accorso fra i primi a Fiume e braccio destro di D’Annunzio,  per accorgersi che l’impronta “sociale” e “libertaria” è la stessa: «Art. 2 – La Repubblica del Carnaro è una democrazia diretta, che ha per base il lavoro produttivo e come criterio organico le più larghe autonomie funzionali e locali. Essa conferma perciò la sovranità collettiva di tutti i cittadini senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di classe e di religione; ma riconosce maggiori diritti ai produttori e decentra, per quanto è possibile, i poteri dello Stato, onde assicurare l’armonica convivenza degli elementi che la compongono. Art. 5 – La Costituzione garantisce inoltre a tutti i cittadini, senza distinzione di sesso, l’istruzione primaria, il lavoro compensato con un minimo di salario sufficiente alla vita, l’assistenza in caso di malattia o d’involontaria disoccupazione, la pensione per la vecchiaia, l’uso dei beni legittimamente acquistati, l’inviolabilità del domicilio, l’habeas corpus, il risarcimento dei danni in caso di errore giudiziario o di abuso di potere». Siamo anni luce avanti al Codice Albertino che dettava ancora le regole sociali dell’Italia prefascista. Non basta? Va bene, l’avete voluto voi: «Art. 9 – Lo Stato non riconosce la proprietà come il dominio assoluto della persona sopra la cosa, ma la considera come la più utile delle funzioni sociali. Nessuna proprietà può essere riservata alla persona quasi fosse una sua parte; né può esser lecito che tal proprietario infingardo la lasci inerte o ne disponga malamente, ad esclusione di ogni altro. Unico titolo legittimo di dominio su qualsiasi mezzo di produzione e di scambio è il lavoro. Solo il lavoro è padrone della sostanza resa massimamente fruttuosa e massimamente profittevole all’economia generale».

Sì – mi potreste obiettare –  ma dov’è la gioia dell’individuo, dov’è la trasgressione alla norma dei comportamenti che il ’68, quello del Millenovecento, ha fatto suo? Ma siete proprio degli incontentabili santommasi, eh?  Volete toccare per credere? E vabbeh, accontentàti: «Art 19 – La decima corporazione non ha arte né novero né vocabolo. La sua pienezza è attesa come quella della decima Musa. È riservata alle forze misteriose del popolo in travaglio e in ascendimento. È quasi una figura votiva consacrata al genio ignoto, all’apparizione dell’uomo novissimo, alle trasfigurazioni ideali delle opere e dei giorni, alla compiuta liberazione dello spirito sopra l’ànsito penoso e il sudore di sangue. È rappresentata, nel santuario civico, da una lampada ardente che porta inscritta un’antica parola toscana dell’epoca dei Comuni, stupenda allusione a una forma spiritualizzata del lavoro umano: “Fatica senza fatica”». Non basta ancora? D’accordo: «Art. 54 – Nella Reggenza italiana del Carnaro la Musica è una istituzione religiosa e sociale. Ogni mille, ogni duemila anni sorge dalla profondità del popolo un inno e si perpetua. Un grande popolo non è soltanto quello che crea il suo Dio a sua simiglianza ma quello che anche crea il suo inno per il suo Dio. Se ogni rinascita d’una gente nobile è uno sforzo lirico, se ogni sentimento unanime e creatore è una potenza lirica, se ogni ordine nuovo è un ordine lirico nel senso vigoroso e impetuoso della parola, la Musica considerata come un linguaggio rituale è l’esaltatrice dell’atto di vita, dell’opera di vita. Non sembra che la grande Musica annunzi ogni volta alla moltitudine intenta e ansiosa il regno dello spirito?». Trovate un’altra Costituzione nel mondo che elevi la musica a suo principio fondante se vi riesce.

Allora, facciamo Fiume. Facciamola a Latina, stavolta. Da qui parte la marcia del “Partito delle Bonifiche”. Facciamo saltare per aria schemi e schemini, gabbie e prigioni dei “così non si dice”, “così non è bene”, “così non si fa”. A noi che ce ne frega? Che c’abbiamo da perdere se non il lezzo con cui ci hanno reso mefitica l’aria che respiriamo? Intanto, il primo schema che a Latina-Littoria è saltato è quello, lungo un secolo, della radicale e irriducibile contrapposizione fra due storie e due idee: fascismo e comunismo. Se un Massimiliano Lanzidei, numero due della lista, che ha in tasca ancora oggi la tessera del Partito per la rifondazione comunista (strano non lo abbiano ancora espulso),  incontra ed abbraccia l’appena “dimissionato” direttore del Secolo d’Italia Luciano Lanna, anch’egli in lista,  qualcosa vorrà pur dire.

Vuol dire, ad esempio, che certe dispute possono pure valere come confronto critico-storico ma che comincia ad essere palpabile l’evidenza che nulla hanno più da dare alla vicenda politica di questo Paese. E vuol dire anche che le vecchie logore categorie di “destra” e di “sinistra” – che di quelle originarie matrici, fascismo e comunismo, sono state per decenni l’imbellettamento politically correct –  sono diventate inutili a decifrare la complessità della società civile italiana. In positivo, vuol dire invece che nuove sintesi si propongono come chiave di lettura e di intervento. Una di queste sintesi la individua con chiarezza proprio Antonio Pennacchi: «Oggi non è più tempo delle divisioni sulla base delle ideologie del Novecento. Oggi, la scelta da fare è decidere se stare con lo stato o stare con l’antistato. La linea di demarcazione deve essere fra chi ha a cuore il bene pubblico dell’intera collettività nazionale e chi non vede altro che i suoi interessi privati o della propria fazione».

E’ assai suggestivo che una sfida all’antistato incarnato dal berlusconismo di destra e di sinistra (la recente sortita pro golpe di Alberto Asor Rosa, non è altro che l’assunzione da “sinistra” della stessa identica mentalità berlusconiana) nasca a Latina: la città (di fondazione)  “nuova” per eccellenza. «Una città – scrive Pennacchi – non è semplicemente un posto dove abita della gente e dove dorme. Come le stie per i polli o i campi di concentramento. La città è il posto l’incrocio, la cerniera – dove si svolgono i traffici, gli scambi, le comunicazioni. Ed è per questo che una città non è un museo, se non è morta. Se è viva si trasforma, inevitabilmente».

D’altronde, le rivoluzioni e se non proprio le rivoluzioni, almeno i cambiamenti profondi delle società e della politica moderne, nascono sempre nelle città. Ora, senza volerci spingere troppo in là con la fantasia dei nostri sogni, tutti ancora da realizzare, a parte la presentazione della lista che, comunque, di per sé è già un piccolo miracolo, il messaggio è partito. E la ricezione, al momento, è forte e chiara: «Dobbiamo ricostruire un nuovo pensiero forte collettivo – ha detto ieri il Comandante Pennacchi nella conferenza stampa – uno spirito unitario, quello che univa pure Togliatti e Guareschi. Dobbiamo ricostruire l’unità del popolo, quella di Mao, dobbiamo ricostruire la libertà: ma di tutti, non solo quella di Berlusconi e della sua famiglia. L’Italia di Berlusconi è l’Italia di Semiramide. Nell’asse ereditario a noi ci sono toccati l’unità dello Stato, lo stato sociale, la redistribuzione dei redditi e le bonifiche: se stai con Berlusconi non sei erede di queste cose. Ditelo a Gasparri: nella divisione dei beni a lui sono rimaste le leggi razziali e le guerre perse… Ci andasse pure a ‘fanculo».

miro renzaglia

 

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