Capitalismo. La ricetta del dottor Morte

A vederlo da vicino, il dottor Morte, nemmeno fa paura. Un uomo pacato, ben pettinato e vestito, a suo agio con fascicoli e incartamenti. Ogni tanto s’aggiusta gli occhiali sul naso, come se volesse mettere meglio a fuoco dati e cifre, verificare entrate e uscite di ogni azienda. Fa il consulente ed è famoso tra i suoi clienti. Anche se non ha mai guadagnato una copertina, un titolo in prima pagina oppure una intervista a Porta a Porta. Non fa nulla per apparire, perché gli piace vivere e operare nell’ombra. Se provi a fare mezzo accenno alle sue capacità, al suo successo professionale, lui minimizza e cerca di scaricare il merito su qualcun altro.

Eppure il dottor Morte ha inventato la ricetta più utilizzata nell’ultimo biennio, segreta come quella della Coca Cola. I risultati? Ha fatto chiudere migliaia fabbriche, ha causato la perdita di centinaia di migliaia di posti di lavoro e ha gettato nella disperazione troppe famiglie. Dice di non voler rilasciare interviste, ma ti fa sedere al suo tavolo e ti guarda dritto negli occhi. Non sorride né si abbandona ad emozioni. Ti guarda proprio come guarda i fogli di carta messi in ordine sulla scrivania. Ti chiede cosa vuoi sapere, e ti domanda perché mai ad un giornalista dovrebbe venire in mente di chiedergli qualcosa, che lui alla fine è solo un tecnico e le cose che fa, le fa solo per il bene dei suoi clienti. Poi ti fa firmare un foglio, in cui giuri e spergiuri di non fare il suo nome e di cambiare i nomi alle aziende. Poi riprende a illustrare il suo lavoro, perché non vuole sentir parlare di ricette, mica è cuoco.

Lui applica la logica e segue le regole dei mercati globali. Per cui se una società in Italia costa troppo, deve riqualificarla riducendone i costi fissi – e tiene a precisare non è colpa sua se il personale è tra i maggiori –, cercando di portare al massimo possibile la produzione. Se la società ha sedi all’estero ancora meglio, perché lì non ci sono né articolo 18 né cassa integrazione né mobilità. Tu fai quel che devi fare e lo Stato pensa al resto. Se poi gli chiedi come fa ad operare in Italia, visto che lui stesso ti parla di lacci e lacciuoli, allora ti guarda un po’ meglio, s’aggiusta la montatura, quasi a voler capire se ci sei o ci fai. E ricomincia a parlare, dicendo che mi sono seduto lì davanti a lui con una mia idea ma è evidente che di questa ricetta – o come la voglio chiamare – non conosco nulla. Prende un fascicolo dal mucchio, è solo l’ultima delle tante aziende a cui ha offerto i suoi preziosi consigli. Si meraviglia delle coincidenze, perché il caso che mi vuol portare ad esempio riguarda una società che ha la sede vicino alla città in cui sono nato e vivo, Latina.

Dice che non è stata nemmeno la prima, in quella zona, e sostiene che è stato un lavoro più facile del previsto. Sorride e ripensa a come gli uomini in crisi possano essere ingenui. Continua a dire che noi lavoratori dipendenti, vittime della leggenda del posto fisso, ci caschiamo sempre, tutte le volte. C’è pure un proverbio che spiega questo fatto: la speranza è l’ultima a morire. Si compiace e ride, si aggiusta ancora gli occhiali e continua: per loro, i padroni per intenderci, è troppo facile proporre accordi capestro, perché siamo troppo concentrati a salvare prima 1000 posti, poi 500, poi 100 e poi 10, fino a quando non c’è più un posto da difendere e il sindacato è costretto ad alzare le braccia. Quando è troppo tardi ci accorgiamo che l’azienda è chiusa. Al massimo possiamo pensare a riqualificare l’area o a riconvertire il sito, cercando nuovi acquirenti. E mi chiede il dottor Morte, quasi divertito, se sono davvero convinto che questi altri investitori useranno criteri diversi per investire i loro soldi. “A proposito…” mi dice lasciando la frase in sospeso, poi si ricompone e mi dice di stare a sentire perché non ha più molto tempo da perdere.

LA RICETTA

Il gruppo Monolevel ha quattro società sparse in Europa: due in Germania, una in Inghilterra e una in Italia. La Palmina, una finanziaria con interessi un po’ in tutti i settori produttivi, è il gruppo acquirente e si è rivolto a lui perché vuole andare sul sicuro. Fanno tutti così, dice ancora il dottor Morte, come se fosse la cosa più normale del mondo. Qual’è il vero punto di forza della Monolevel? Oltre alle aziende, ha anche i diritti d’immagine di un noto marchio nell’industria agroalimentare.

Il brand fa il prezzo sul mercato, la produzione lo sostiene e lo penalizza. Così, appena ha iniziato a leggere gli incartamenti, aveva già in mente cosa sarebbe stato necessario fare. E’ un modus operandi semplice e lineare, che porta a risultati garantiti. Quelli della Palmina non volevano crederci. “Non può essere tutto così semplice” ripetevano e lui a convincerli che non c’era altra scelta, se volevano guadagnare bene dall’operazione, per giunta in pochi anni. Dovevano fare così come gli aveva appena illustrato, passo per passo.

Bisognava acquisire prima gli stabilimenti in Germania e Inghilterra, con l’obiettivo di risistemarli attraverso consistenti tagli al personale, accordi sulla detassazione del costo del lavoro e una maggiore flessibilità sulla rotazione nei reparti e nell’orario. Solo dopo aver acquisito questa posizione di forza, sarebbe stato possibile acquisire lo stabilimento in Italia. I sindacati avrebbero capito questa manovra – perché dice il dottor Morte che non sono fessi – e avrebbero subito iniziato a voler trattare. Per la famosa ‘rete di protezione’ dei lavoratori che in realtà si rivela troppo spesso una tonnara. Perché il dottor Morte sostiene che dipende come ci stai seduto, al tavolo delle trattative, e se la rete hai intenzione di farla valere per tutti o solo per alcuni. Le società questi particolari li notano, quasi li fiutano da chi e come si presenta, da quanto è aggressivo o sottomesso.

Parola del dottor Morte che ci sono fior fiore di studi e professionisti a studiare scientificamente ogni singolo aspetto, perché loro non sono abituati a scherzare con i soldi. E continua che proprio quando i sindacati vogliono trattare, allora bisogna far trapelare la possibilità che vi siano esuberi, tanti esuberi. Non importa che venga indicato il numero preciso dei lavoratori che non servono più, basta utilizzare la parola esuberi che il sindacato entra in agitazione. Dopo la rabbia iniziale e magari qualche sciopero, arriva la paura e si inizia a pensare a strumenti come la mobilità e la cassa integrazione, attraverso la richiesta di tavoli ministeriali. Per un po’ la società fa finta di tenere il punto, poi accetta di buon grado. Dice il dottor Morte che bisogna solo stare attenti alla tempistica e allo stato d’animo dei lavoratori.

Dopo un iniziale stato di fastidio infatti, c’è una seconda fase – quella della paura – in cui il sindacato inizia ad accettare l’idea – insieme a molti dei lavoratori – dei tagli, della riduzione degli sprechi, dei posti di troppo ed è quello il momento di calare l’asso: indicare il numero degli esuberi e coinvolgere il sindacato nella scelta dei nomi. Magicamente, arriva il momento in cui ci si siede al tavolo delle trattative. Non si discute più se mandare a casa o no dei lavoratori perché si passa dalla qualità alla quantità.

Quanti sono gli esuberi effettivi? Chi rientra in questo piano di riduzione del personale? L’azienda coinvolge le altre parti sedute al tavolo solo per verificare che non siano colpite le famiglie monoreddito o i disabili. Nobile scopo sì, ma con trappola annessa. Perché si sa, continua ancora il dottor Morte, il potere assoluto può facilmente dare alla testa, succede nove volte su dieci. E il sindacato, insieme all’ufficio del personale locale, inizia ad andare oltre i parametri stabiliti all’inizio. “Mettici quello che è un crumiro e ha pure il doppio lavoro”, “Mettici quell’altro che m’ha risposto male e non vuole fare i turni”. Il gioco è fatto: una volta macchiato, non è più credibile nessuno. Né il sindacato né l’ufficio locale delle risorse umane, che magari qualche suo interesse di bottega potrebbe pure averlo.

A quel punto non ci sono più ostacoli, parte la mobilità e la cassa integrazione che anche i politici così hanno qualcosa da promettere. La produzione diminuisce, nonostante i lavoratori siano sottoposti lo stesso a rotazione selvaggia nei reparti – e quindi al demansionamento – e a ritmi di lavoro più pesanti. Meno persone lavorano, meno si produce. Gli sprechi non esistono più da tempo, lo sappiamo tutti ma facciamo finta di ignorarlo. E così alcuni reparti, quelli più colpiti dagli esuberi, non ce la fanno a sostenere la mole di lavoro e parte della produzione viene trasferita negli altri stabilimenti esteri. Altri reparti, dove i licenziamenti non sono stati numericamente troppo invasivi, vengono sostenuti attraverso l’outsourcing, cioè i lavoratori precari o stagionali che non hanno molti diritti e all’interno dell’azienda sono sempre una mina vagante utile, utilissima.

A questo punto, scaduto l’accordo sulla prima cassa integrazione e la prima mobilità, se ne chiede un’altra, scaduta quest’altra se ne chiede un’altra ancora e così via. Tutti sono convinti di tamponare la crisi, aspettando che prima o poi passi, ma il vero problema non è la crisi. Non è mai stata la crisi. E’ la società Palmina che vuol vendere un brand e una produzione ristrutturata al miglior offerente. Questo significa smantellare lo stabilimento italiano. “Deplorevole?” chiede il dottor Morte. E come a voler giustificare il suo operato ai miei occhi, si risponde da solo: le regole del mercato non le fa lui, è soltanto uno che le conosce e che si muove rispettandole per far guadagnare i suoi clienti. Se gli investitori chiedono di licenziare 10 mila persone, lui non può esimersi dal farlo. Mors tua, vita mea. E se quel ‘tua’ significa una persona o 10 mila, poco importa.

Graziano Lanzidei

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