Anni 70. La verità, solo la verità…

L’articolo che segue fa riferimento a quello di Valerio MorucciAnni 70. Per uscirne definitivamente“, pubblicata su Il Fondo e alla discussione che ne è seguita.

La redazione

Quella sui terribili anni 70  sembra essere una diatriba destinata a non morir mai. Prima nascosti, negletti, dimenticati, ai più sconosciuti, sembrano ora rivivere una seconda giovinezza, fatta stavolta di dotte disquisizioni, riassunti tra il cronachistico ed il romanzato, cronistorie infarcite di nomi che neanche chi quegli anni visse, riesce a rammentare, il tutto pubblicizzato così ampiamente, da non poter non far sorgere il sospetto che, molte volte, non di coraggiosa e doverosa ricerca storica trattasi, bensì di collaudati tentativi di far qua e là pubblicità ad un qualche nuovo “target” editoriale. Ed allora benvenute le parole critiche di Valerio Morucci quando, con giusto sospetto bolla di massima superficialità o, peggio, di squallida collateralità certe iniziative editoriali, certe “ipotesi di lavoro”.

Va però ripetuto, a onor del vero, che da criticarsi non dovrebbero essere le ipotesi scaturenti dalla naturale ed inevitabile ricerca storica, che sempre dovrebbe operare quella salutare opera di cesura e riaffastellamento degli eventi, rendendoli in tal modo più leggibile e comprensibili, quanto invece lo spirito con cui in questo caso essa è stata compiuta, a quel sottile velo di menzogna che, inquietante, incombe come una spada di Damocle sulla narrazione di quegli eventi.

Il fatto è che, a ben vedere, sembra che, a destra come a sinistra, nessuno si sia accorto che sui tragici “anni di piombo” in Italia si è sempre raccontata una mezza verità. La prima mezza verità ci parla degli anni del disagio giovanile, della contestazione, delle grandi lotte operaie e delle tensioni sociali. Ci parla di sigle, movimenti, nomi. Tanti nomi, di destra, sinistra, centro e chissà dov’altro. Sono nomi di coloro che di quegli anni sono considerati i tragici attori, ora nel ruolo di colpevoli, ora in quello di vittime inconsapevoli. Giovani, tanti, troppi, giovani. Giovani le cui facce riempivano i manifesti messi lì a coprire il grigiore delle città italiane del dopo-boom. Giovani vittime, da onorare con tanto di ossequiosa presenza di capi di partito o dall’altra parte, schiaffati lì sulla prima pagina dei quotidiani, sottoposti a quella gogna mediatica che, attraverso l’appellativo di “superlatitante” ne sanciva la damnatio memoriae da parte di una intera società che non ha saputo, e non ha voluto, chiedersi il “perché” profondo, il senso compiuto, di quei tragici accadimenti.

Già, perché è proprio a quel “perché” che si è fermata la società italiana, protesa a fare di quegli anni una sorta di mass mediatica spettacolarizzazione di cui bisogna chiedere il conto unicamente a Loro, ai giovani o ex tali. E allora giù con le vendette postume. Ordini di cattura, inseguimenti sino all’altro capo del mondo, processi ultratrentennali, inchieste infinite. Ma la verità, quella no, mai.

A guardar bene, qui in Italia, un’altra verità ci racconta di una classe politica praticamente impunita. Gente che oggidì si gode la propria pensione di deputato, presidente o senatore, con tanto di onorificenze magari e invece in quegli anni, soffiava sul fuoco, o magari, ancor peggio, fece finta di nulla, lasciando che corresse il sangue, salvo dopo fare leva sui soliti ipocriti discorsi sulla “solidarietà nazionale”.

Già, perché se ce ne fossimo dimenticati, in quegli anni vi fu chi, nel bel mezzo dell’irrompere di una crisi epocale (quale quella generatasi a ridosso degli anni ’60) non fece nulla per impedire, o quantomeno, raffreddare gli animi che da noi andavano pericolosamente surriscaldandosi, cercando di evitare, o quanto meno, di contenere la politicizzazione del mondo studentesco, in ambiti più civili e meno violenti. No, lorsignori lasciarono che si soffiasse sull’odio fra fronti contrapposti, tra giovani e tra interi segmenti della società italiana.

“Uccidere un fascista non è reato” ed altri simili amenità ben presto divennero vere e proprie parole d’ordine, imperativi categorici che escludevano assolutamente qualsivoglia forma di dialogo con chi non la pensasse come te, nero o rosso che fosse. Vecchie carogne dagli occhiali a fondo di bottiglia lasciarono scivolare l’Italia verso la tragedia degli anni di piombo, mentre si riempivano la saccoccia con innominabili affari. Gente che per quattro denari vendette al miglior offerente quel che rimaneva della già limitata sovranità nazionale italiana.

E così il Bel Paese era divenuto d’un tratto, un’autostrada per i Servizi segreti di mezzo mondo. USA, URSS, Gran Bretagna, Israele e chissà quali altri ancora, fecero strame dei nostri interessi, facendo della vita politica ed economica nostrana un’immensa ed inestricabile trama intessuta di sudiciume e violenza.

E’ strano come in Italia si urli tanto allo scandalo al solo parlare di modifiche costituzionali, quando poi Lei, la onnipotente Costituzione venga frettolosamente scordata quando non fa comodo. Esiste una precisa figura di reato che in questa fattispecie troverebbe un fertile campo di applicazione: l’istigazione a delinquere che, così com’è trattata dal codice penale con l’art.414, anche se di scarso impatto, offre quanto meno la sponda all’idea di comminare una pena simbolica per una figura di reato veramente odiosa e di grave impatto sociale.

Con la stessa alacre meticolosità con cui si dissotterrano casi vecchi di decenni, (vedi Cesare Battisti, ma anche il caso di Adriano Sofri e tanti altri ancora…), bisognerebbe procedere contro i sino ad oggi illibati protagonisti della vita politica di allora, di qualunque tendenza o estrazione essi fossero. E non solo per istigazione a delinquere, ma anche per spionaggio ed alto tradimento, visto che molti di costoro intrallazzarono con i servizi di mezzo mondo.

Opera difficile si dirà, anzi difficilissima in un paese come l’Italia dove, chiacchiere garantiste a parte, la magistratura costituisce tutt’ora un intangibile potere a sè e dove, guarda caso, vige l’infame pratica del “segreto di Stato”, applicato senza alcuna vergogna anche alle pagine più tragiche e dolorose della vita del nostro paese. Regolare l’uso di questo sigillo d’infamia, limitarlo a pochi, selezionati casi e per un tempo limitato, costituirebbe un primo, importante passo.

Certo, ce ne sarebbe per tutti: la vecchia partitocrazia nostrana ha le mani che grondano di sangue. A partire da quel PCI anima ed ispiratrice occulta di tanti tragici eventi, iniziati nei lontani anni della delazione togliattiana contro gli esuli anarchici e comunisti nell’URSS di Stalin, passando attraverso i massacri del triangolo rosso in Emilia, sino ai più recenti anni della manipolazione e dell’infiltrazione delle lotte studentesche ed operaie, strumentalizzate al solo fine di allargare i propri consensi elettorali, e subito dopo abbandonate in nome di quella sana realpolitik che prevedeva la solita, onnipresente opera di delazione, come accaduto con il blitz del 7 Aprile.

E poi la vecchia, cara Balena Bianca, con i suoi intrallazzi, le sue trame oscure, il suo tentacolare muoversi attraverso intrallazzi e schifezze d’ogni tipo, con quel suo accomodante laissez faire tanto gradito ai vari burattinai…

Ed in ultimo come non ricordarsi del MSI, e del suo caro, vecchio, doppio petto, vera scuola d’italica ipocrisia, non seconda nemmeno a quella del PCI. Da una parte la destra, quella dei valori patriottardi e della legalità, dall’altra quei giovani mandati scientemente allo sbaraglio, contro i “rossi”, a finire sprangati o, meglio ancora, a morire, per lo meno il “partito” ci avrebbe guadagnato in consensi elettorali. Quella destra che non esitò ad allearsi in segreto con il PCI durante i duri anni della contestazione, pur di non vedersi realizzare un movimento di contestazione unitario, mandando i Caradonna all’Università. E tutti quei “ragazzini” prima armati, poi scientemente mandati in galera, come accadde per il caso di Loi e Murelli, all’indomani dei tragici fatti di Milano. E poi quelle stragi infinite, quegli eccidi senza volto né nome, in cambio di soldi e favori a profusione per una classe politica legata a doppio filo alle varie potenze straniere. Trascinarli tutti in tribunale si dovrebbe, costituirebbe un vero e proprio obbligo morale…

Ma probabilmente mai si potrà fare tutto ciò, troppo rimescolamento di carte e troppe resistenze da parte del sistema si verrebbero a verificare, vanificando qualsiasi tentativo in tal senso. Molto più realistico potrebbe essere, sulla falsariga di quanto svoltosi in Sudafrica sotto la presidenza di Nelson Mandela, l’istituzione di un “confessing day”, accompagnato da una definitiva rimozione del segreto di stato su quanto successo in Italia negli ultimi sessant’anni, costi quel che costi. E lì un intero paese dovrà guardare se stesso, i propri peccati. Chi confesserà pubblicamente qualunque cosa abbia fatto, non potrà mai essere legalmente né imprigionato né condannato, ma sarà il paese ad uscire da questa esperienza con una nuova coscienza.

La delusione, lo sconcerto per tutto quello che salterebbe fuori, mostrerebbe la realtà di un paese ancora governato dalle stesse logiche di potere degli ultimi decenni, di quei partiti oggidì nel ruolo di dirette filiazioni delle formazioni di quella Prima eterna Repubblica mai veramente morta. L’esempio di quanto sta accadendo con le rivelazionio sugli assurdi silenzi dello Stato nella tragica epopea delle stragi di mafia, dovrebbe costituire un primo, e lampante esempio. Aprire dossier, rimuovere omissis, rivedere tutto, costringendo mandanti e burattinai ad uscire allo scoperto, costituirebbe quell’inappellabile condanna morale in grado di imprimere una spinta decisiva verso il cambiamento.

Solo facendo i conti con il proprio passato, senza vendette, senza rancori, senza inutili rigurgiti di postumo giustizialismo, un paese potrà veramente cambiar pagina ed entrare in una nuova fase della propria storia. Una comunità che non sa fare i conti con il proprio passato, non ha nessuna possibilità di sopravvivere al futuro.

Umberto Bianchi

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