Anni 70. Le generazioni perdenti e le perse

Generazioni perdute, allarmanti, oscure. Inutile girarci attorno: la società non ha fiducia nei giovani, sempre più inquadrati nelle categorie del disprezzo. Bamboccioni o violenti. Da qui non si scappa. E mentre la politica riesuma gli anni Settanta e gli estremismi di oltre trent’anni fa (quando i giovani erano intruppati nelle maglie di ideologie oggi defunte) i ventenni stanno lì a farsi osservare come fenomeni incompiuti, problematici, privi di radici e incapaci di proiettarsi in un futuro costruttivo. Solo schemi, si dirà, eppure certe semplificazioni pesano sulla percezione collettiva, creano cesure, alimentano incomprensioni.

Due libri usciti di recente sono utili a far comprendere quale sia la tendenza in atto: uno è di Cesare Fiumi e s’intitola La feroce gioventù, parla di una giovane generazione senza maestri, cresciuta nel niente e dal niente incattivita; l’altro è stato scritto dalla giornalista Marida Lombardo Pijola, Facciamolo a skuola, e indaga sul fast sex tra i banchi improvvisato da ragazzine delle medie o dei primi anni di liceo, protagoniste sfrontate di un’epoca in crisi di valori, come si sarebbe detto un tempo. Viene quasi da rimpiangerli gli anni dell’impegno a tutto campo, quegli anni Settanta che sfornarono terrorismo e opposti estremismi ma in cui i ragazzi erano capaci di un sogno di trasformazione. La crisi delle narrazioni ideologiche ha lasciato sul tappeto frammenti di autocritica inservibile per chi oggi fa parte, suo malgrado, della categoria dei giovani, incapace di trasportare la vocazione al ribellismo in una dimensione sociale, organizzata, coinvolgente.

Paradossalmente, mentre i libri-inchiesta descrivono una realtà antropologicamente deformata, il cui orizzonte di riferimento è in rotta di collisione con il vivere civile, la politica vorrebbe ancora investire, almeno anagraficamente, sui giovani come se bastassero energie fresche per ricucire il distacco tra istituzioni e elettorati disillusi. In pratica abbiamo dinanzi un interrogativo importante e al tempo stesso ineludibile che riguarda il futuro: cosa trasmettere e a chi? Uno sforzo già destinato al fallimento o in ogni caso un tentativo doveroso?

In realtà bisognerebbe guardare al problema senza esagerare, con serenità, tenendo presente quanto spiegava Gianni Borgna nel suo Il mito della giovinezza (Laterza, 1997) mettendo in guardia la politica, e in particolare la sinistra, dalla tentazione di appropriarsi del giovanilismo. Un errore, scriveva, perché la giovinezza è una condizione “ambigua”, transitoria, oscillante tra sfrenato egoismo e altruistico idealismo. Passata quell’età, lamentarsi dei giovani diviene quasi un fatto naturale: Shakespeare, del resto, osservava che gli adolescenti elisabettiani passavano il loro tempo senza fare altro che “profanare gli antichi costumi”. Tornando al concetto di ambiguità Borgna scrive che «ambiguità si riscontra nella contraddizione, almeno apparente, fra atteggiamenti di amore e di odio, di accettazione e rifiuto, di coinvolgimento e distacco. Di “gusto dell’assoluto”, come avrebbe detto Nietzsche, e di prosaica ricerca di una sistemazione».

Dunque, se noi accettiamo che il giovane costruisca la propria identità nell’insofferenza delle regole non possiamo poi lamentare il disimpegno, la mancanza di attenzione per tutto ciò che attiene alla sfera pubblica, l’autoreferenzialità delle grammatiche espressive dei giovani. Il punto è che i giovani fanno i giovani (cioè si ribellano alla normalità degli adulti) in un contesto atomizzato e decaduto nel quale poi la trasgressione non può condurre a nuove sisntesi ma solo a ennesime fratture.

La politica ha, o dovrebbe avere, dinanzi a questo fenomeno, responsabilità enormi. E non è solo il clima di eterna rissa a determinare la caduta dei modelli di riferimento quanto piuttosto la pigrizia mentale, l’incapacità di cogliere le novità per attuare una conservazione di schemi funzionali alla propaganda. È anche attraverso queste dinamiche che si attua una fallace demonizzazione delle rivolte generazionali del passato, a cominciare da quella sessantottina, additandole come la matrice di ogni male. Un errore prospettico in base al quale la “peggio gioventù” è sempre quella che è venuta prima mentre la “meglio gioventù” ancora non si affaccia (perché impossibilitata dalla sua stessa ambiguità) sul proscenio della storia per determinare positive spinte in avanti.

La sfiducia nei giovani attualmente trova il suo coronamento nella svalutazione della vecchiaia. Nelle società arcaiche l’adolescente era solo una persona in attesa del rito di passaggio verso l’età virile ma in un contesto in cui gli anziani avevano il monopolio del controllo e della saggezza. Oggi sono saltati questi equilibri: i vecchi sono quelli che se ne stanno andando, infruttuosi e deboli, abbandonati al loro destino; i giovani sono quelli che tardano troppo ad assumersi le responsabilità dell’età adulta. In mezzo ci sono tutti gli altri, immersi in un presentismo senza prospettive. E allora, prima di processare le nuove generazioni, proviamo a mettere sul banco degli imputati una mentalità incapace di creare fecondi collegamenti tra ciò che è venuto prima e ciò che ci sarà dopo. Quando una società manca di prospettiva anche il giovane, anziché una risorsa, diventa un pericolo, perché si comporta come un deviante che non vuole fare il replicante.

Annalisa Terranova

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