100 Salgari. Ritornano le tigri

Yanez de Gomera se regordet cume l’era?
adess biciclett e vuvuzela e g’ha el Suzuki anca Tremal Naik
Yanez de Gomera se regordet de James Brook?

Yanez – Davide Van de Sfroos

SALGARI PER SEMPRE
Mario Grossi

 

Ormai se ne sono accorti tutti. Il 2011 è l’anno delle celebrazioni salgariane, il centenario della morte, visto che lo scrittore si suicidò nel 1911.

Inizialmente ho storto la bocca. Non sopporto le celebrazioni cariche di morte. E tutto sembrava andare per il solito verso, mostre sullo scrittore, ristampe anastatiche di vecchie edizioni dei suoi romanzi, gadget allegati ai quotidiani, nuove edizioni dei classici, spigolature sui romanzi meno noti, biografie.

A onor del vero ho partecipato a quest’orgia celebrativa comprando a più non posso e stivando la casa di carta stampata.

Cito solo a titolo d’esempio la collana di romanzi, impreziosita da una serie d’incisioni e da un corpo di note a tratti affascinante, che il Corsera ha pubblicato come allegato al quotidiano nei mesi scorsi, le ristampe anastatiche che La Stampa sta presentando proprio in questi giorni e il Mammuth che la Newton Compton, a poche lire, ha messo a disposizione dei lettori (è stata la 5° edizione dei romanzi più noti a entrare nella mia libreria).

Tutte queste iniziative, pur lodevoli e per me appetitose, hanno però un vago senso necrofilo, un ricordo un po’ andato a male e lievemente maleodorante per ricordare un autore morto e sepolto, che ci rimandano un senso di morte che nulla ha a che vedere con Salgari.

Poi, come a punteggiare questo deserto d’ossa, nel bel mezzo di questo cimitero d’elefanti, sono comparse alcune pubblicazioni che mi hanno riconfortato perché restituiscono il senso più vero che Salgari incarna.

L’amore per la vita, la forza dell’immaginazione, l’attualità di un autore che non muore mai.

Sto parlando di Disegnare il vento di Ernesto Ferrero, edito da Einaudi che sto leggendo in questi giorni e di Ritornano le Tigri della Malesia di Paco Ignacio Taibo II che Tropea si è premunita di mettere a disposizione dei lettori e che ho finito di leggere proprio oggi.

Il primo è una biografia romanzata di Salgari, il secondo un romanzo scritto ex-novo.

Entrambi si distaccano dal coro celebrativo perché sono libri che parlano di vita e io parlerò del secondo, visto che il primo lo devo ancora finire.

Ritornano le Tigri della Malesia di Paco Ignacio Taibo II è una nuova puntata, spostata di trenta anni in avanti, delle avventure di Sandokan.

Il punto di partenza, ed è quello che rende avvincente la lettura, è che Paco Ignacio Taibo II fa vobrare dentro di sé la sua passione giovanile per Salgari, costruendo un romanzo che non è la scimmiottatura dei suoi famosi avi, ma una nuova avventura in cui è lo spirito stesso di quelli che risuona in ogni pagina.

Gli ingredienti ci sono tutti, l’esotismo ammaliante delle descrizioni, un clima enigmatico che cela, in un alone di mistero, le nuove disavventure che attendono le Tigri, Sandokan e Yanez in testa, gli arrembaggi, l’eterna lotta con l’Inghilterra coloniale.

L’autore di suo ci mette tutta una serie di aggiunte che attualizzano il contesto e lo dilatano ben al di là del panorama dell’originario mondo salgariano.

Irrompono così nella narrazione Engels e la Comune di Parigi, così come fa capolino Darwin. La lotta delle Tigri non si svolge più solo sui mari e contro un nemico ben identificato. S’innesta nel racconto anche una lotta oscura giocata sui campi finanziari, con sette segrete dal volto anonimo che spalleggiano l’imperialismo britannico ma sempre rimanendo nell’ombra.

C’è nella rappresentazione degli eroi salgariani un’ironia nel descriverli un po’ ingrigiti, con minor smalto e maggior disincanto che testimonia l’amore dell’autore per le creature letterarie che hanno infiammato la sua immaginazione di lettore adolescente e che hanno innervato la sua penna in un pasticcio fantasioso che dà godimento al lettore.

Ci sono nel dialogo alcune sbavature che secondo me stonano. Un accenno di turpiloquio in Yanez che ne offusca il carattere distaccato e che ne depotenzia il sarcasmo. Così come alcune dichiarazioni di Sandokan un po’ troppo contemporanee e che ne annacquano la forza interiore.

Ma è ben poca cosa di fronte alla fantasia sfrenata che muove la penna dell’autore e che è un pozzo d’emozioni cui attingere a piene mani.

Insieme a questo c’è un’esplicitazione in Taibo II che non era presente in Salgari se non in modo più nascosto e obliquo.

La tensione politica e anticolonialista che in Taibo II esplode in una costante (e giusta) invettiva, colorata con tutte le tonalità possibili che passano per l’ingiusta occupazione di terre non proprie, per lo strapotere della Finanza senza volto ma al soldo dell’imperialismo, per la trama oscura volta a colpevolizzare gli insorgenti, descritti come terroristi tesi a minare le libertà delle potenze presenti sulla scena.

È qui forse che si svela la vera attualità di Salgari, magistralmente amplificata da Taibo II, che descriveva già nei suoi romanzi quello che oggi, purtroppo continuiamo a vedere.

Come infatti non ritrovare nelle vicende afgane, così come in quelle irachene, ma anche negli affari libici odierni quell’accusa, se volete edulcorata e nascosta, che dalle pagine di Salgari riecheggia con potenza sinistra?

Il Brook dei romanzi del ciclo della Malesia è solo un antenato di un potere che, uguale a se stesso perdura, è solo passato il testimone. L’Inghilterra è solo uno zelante alleato della nuova potenza coloniale, gli Stati Uniti d’America che, inondandoci con le loro guerre umanitarie, interventi armati per la libertà, raid mirati, bombe intelligenti, non fanno che replicare quello che il Brook letterario metteva in atto nelle pagine dei romanzi.

E questa attualità di Salgari, insieme al sentimento di libertà, al cameratismo, alla fratellanza, all’autodeterminazione come volontà di ogni popolo, apre il fianco ad un altro paragone. Anche questo impietoso, con il suo rivale letterario di sempre.

Mentre Salgari ha scritto dell’uomo e dei suoi sentimenti imperituri, Verne ha rappresentato un mondo ormai obsoleto e vecchio, privo di qualsiasi attualità, superato nel suo senso, dallo stesso senso che ha rappresentato nei suoi romanzi: lo scientismo.

Chi infatti racconterebbe, con la stessa forza di Taibo II, il sommergibile Nautilus, il giro del mondo in 80 giorni o la navicella spaziale alla conquista della Luna, l’attualità di Verne ormai relegata in qualche ammuffito museo?

Verne, contemporaneo dei suoi tempi, è stato seppellito con quelli. Salgari inattuale per i suoi tempi, lo scopriamo attuale in tutti i tempi, proprio perché racconta sentimenti che non morranno mai, pena l’estinzione della razza umana.

Per concludere e per dar conto dell’estrema attualità di Salgari e di come Taibo II l’abbia saputa riversare nel suo romanzo, riporto un passo, tra i più significativi del suo testo, e che spiega meglio di ogni altro il senso della Patria che tanto, in questi giorni andiamo ricercando (per chi volesse leggerselo integralmente rimando alla pag. 193 e seguenti).

“ La Mentirosa (il panfilo delle Tigri ndr) non solo era una riproduzione ridotta della torre di Babele in quanto a razze, costumi, abitudine alimentari. Alcuni non mangiavano carne di maiale e altri quelli di vacca, c’era persino chi rifiutava di mangiare uova di tartaruga…..  Se vi erano varietà di gusti e tabù in materia gastronomica, qualcosa del genere succedeva al momento di pregare Dio.…. Sandokan. La vita lo aveva reso eretico, iconoclasta, agnostico…… Yanez invece aveva l’anima divisa tra religione del cinismo e quella inconfessabile del romanticismo….. se Heym Old Shatterhand professava un cattolicesimo quasi idilliaco, l’ateismo dell’ingegner Monteverde era di origine cattolica, cioè il più convinto, il dottor Saul era cattolico ma con singolari infiltrazioni di religioni afrocubane. La minoranza dei dayaki, un giavanese e alcuni malesi erano musulmani, poi c’erano due cinesi taoisti…. I papua credevano nella reincarnazione peggiorativa, una forma di pessimismo cosmico.

Qualunque credenza professassero, tutti i membri dell’equipaggio della Mentirosa erano adepti di una religione superiore, quella delle Tigri della Malesia, che non ammetteva compromessi o negoziati, un codice d’onore rispetto al modo di vivere e soprattutto rispetto al modo di morire, che veniva applicato in maniera ferrea”.

La Patria insomma rispettosa dei singoli ma al di sopra del particolare.

Una lettura gioiosa, affascinante, attualissima per non dimenticare mai, come ci dice nell’introduzione Taibo II, che «Non è la letteratura che deve imitare la vita, è la vita che deve imitare la letteratura».


SANDOKAN, IL CORSARO NERO E CHE GUEVARA
Lorenzo Alderani intervista Claudio Gallo

Ricorre quest’anno il centenario della morte di Emilio Salgari, avvenuta per suicidio l’11 aprile 1911 e praticato con una specie di harakiri: si squarciò ventre e gola aspettando il sorgere del sole in un bosco torinese. Quasi un Mishima italiano, insomma. Manifestazioni, mostre commemorative, celebrazioni del romanziere, canzoni dedicate (Yanez, di Davide van de Sfroos, presentata all’ultimo Festival di Sanremo) e suggellate finalmente anche con l’emissione di un francobollo ufficiale della Repubblica italiana,  sono avvenute e stanno avvenendo un po’ dappertutto. Passato alla storia della narrativa come il creatore di Sandokan e del Corsaro Nero, la sua produzione letteraria, sterminata (oltre duecento opere fra romanzi e raccolte di racconti, senza contare l’attività giornalistica e quella teatrale), ha infiammato la fantasia di intere generazioni di adolescenti, senza soluzione di continuità fra la Belle Époque,  la Grande Guerra, il regime fascista e il Dopoguerra ultima mondiale. Se di flessione di attenzione del pubblico si può parlare per la sua opera, questa si registra in questi ultimi decenni, dove la lettura del romanzo di avventura è stata sostituita dagli adolescenti con i videogame. Molte anche le pubblicazioni, più o meno biografiche, che stanno uscendo. Fra queste, segnaliamo Emilio Salgari. La macchina dei sogni di Claudio Gallo e Giuseppe Bonomi (Ed. BUR Rizzoli, pag 488, € 12,00). Un lavoro che sfata molti luoghi comuni sull’uomo, tutt’altro dallo stereotipo del topo da biblioteca (a differenza di quel che si crede, per esempio, guadagnò moltissimo con le vendite dei suoi libri e se morì povero fu solo per il cattivo rapporto che aveva con il denaro) quanto, piuttosto, un iscritto a pieno titolo all’indole della “Scapigliatura”. Il libro ripropone con forza l’attualità dell’opera e dei suoi personaggi. Ne parliamo con uno degli autori, Claudio Gallo, direttore del semestrale “Il Corsaro Nero” e amministratore di un sito a tema: www.ilcorsaronero.eu.

Dove nasce il tuo amore per Salgari?

E’ nato, come credo un po’ per tutti, negli anni della mia infanzia. La curiosità per mondi esotici e lo spirito di avventura che di quell’età è propria, ti porta naturalmente ad amare scrittori come lui o come Jules Verne.

Sì, ma tu ne fai quasi una ragione di esistenza intellettuale: un sito online, un semestrale, ora anche il libro.

Non lo nego, ma cosa posso farci? Partito dai libri sono arrivato all’uomo.  E se già la sua produzione letteraria ha dell’incredibile per quantità e ricchezza di sfaccettature, l’autore, l’uomo, Emilio Salgari insomma, non è meno interessante da approfondire e conoscere. Così finisci per accorgerti che di lui più ne sai e più ne vorresti sapere.  O, almeno, così è capitato a me. Tanto più perché l’autore e la sua opera finiscono spesso per contraddirsi.

Contraddizioni. Infatti, mi sembra di cogliere che fra Salgari, nonostante la sua “scapigliatura” (cento sigarette al giorno e il non poco vino che beveva mentre scriveva) e i suoi personaggi avventurieri, Sandokan in testa, le coincidenze non siano millimetriche. Sei d’accordo?

Ti dirò di più. Se assumiamo Sandokan come prototipo del guerrigliero antimperialista e antibritannico, l’uomo Salgari lo contraddice almeno in parte. Come Sandokan era contro l’impero britannico ma molto meno contro quello francese. Insomma, non era un antimperialista tout court. Per di più, a smentire una condotta di vita personale assimilabile in tutto e per tutto a quello della “Scapigliatura”, era un convinto monarchico. Un conservatore, diremmo oggi, almeno con riguardo alla politica italiana…

A me affascina molto la lettura di Sandokan in chiave di similitudine con la figura di Che Guevara.

Non sei certamente il solo e nemmeno il primo a notare le somiglianze fra il personaggio letterario e le vicende reali del guerrigliero argentino-cubano. Uno per tutti, è Paco Ignacio Taibo II, anche in tempi recentissimi, a sottolineare con forza la rassomiglianza dei due. Del resto è noto che il Che fosse un appassionato lettore dell’opera salgariana. Cosa confermata anche dal padre di Ernesto. Se non bastasse, ci sono anche le straordinarie somiglianze fisiche fra i due. Sandokan è descritto come un uomo alto e snello e dal nobile aspetto. La sua carnagione è chiara. Ha un’aria triste nello sguardo a volte bruciato da lampi di passione, di ira e di vendetta. E ha una barba corta e incolta. Sembra proprio la descrizione di Ernesto Guevara de la Sarna, più noto come il Che.

E se ti dicessi che leggo Sandokan come il braccio armato del Mahatma Gandhi, l’apostolo della non violenza?

Beh, Sandokan non combatteva in India ma nel Borneo. Comunque, il nemico era lo stesso: l’impero britannico. In ogni caso, ti direi di aver pazienza e aspettare ancora un po’ per soddisfare la tua intuizione: c’è chi ci sta ragionando su.


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Mario “vox clamans in deserto” Grossi

Frascati, 30 aprile 2011

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