Zucchero. Chocabeck: tour 2011/12

Chi si ferma al successo si ferma, appunto. Prende un coro da stadio per una perla di saggezza. Per una sentenza inappellabile. Confonde l’altezza dei grafici di vendita con la profondità della creazione artistica. Scambia la coda al botteghino con il popolo in marcia. Vede la fila e si accoda. Scorge confusamente un edificio grandioso, là in fondo, e suppone che sia un tempio: è solo il grattacielo di una major dell’industria editoriale.

Zucchero, ovverosia Adelmo Fornaciari, sta per cominciare il suo nuovo tour, a distanza di tre anni dal precedente. Ci sarà una prima parte in giro per l’Europa, tra maggio e giugno, con concerti anche a Parigi e a Berlino, a Rotterdam e a Zurigo. Poi una parentesi estiva in Italia, tra luglio e agosto, con spettacoli all’aperto. E dopo ancora, a partire da novembre, un prosieguo qui da noi e un ulteriore trasferimento all’estero, che lo porterà a toccare via via l’East Coast degli Usa e il Canada, per terminare infine, nel 2012, con la West Coast americana e l’Australia.

Le prenotazioni sono massicce. L’ultimo album, Chocabeck, è uscito nel novembre scorso ed è andato molto bene, specie se si considerano gli standard attuali. Zucchero, del resto, vanta cifre di primissimo ordine, quanto al riscontro di pubblico. Innanzitutto in Italia, ma anche al di fuori dei nostri confini. Una cinquantina di milioni di dischi, tournée prolungate e seguitissime, un consenso che in molti casi diventa vera e propria passione. E che gode dell’avallo di svariati grandi nomi della scena internazionale. Il chitarrista Brian May gli ha addirittura proposto di entrare nei Queen al posto dello scomparso Freddie Mercury (e bisogna dare atto a Zucchero di aver declinato l’invito essendo consapevole che il compito era superiore alle sue forze, come probabilmente a quelle di chiunque altro). A sua volta, un autentico mito come Ray Charles ha affermato che «Questo ragazzo è così talentuoso… Una voce incredibile. Uno dei migliori artisti blues con cui abbia mai lavorato». Anche facendo la tara a una dichiarazione tanto altisonante, che almeno in parte sembra ispirata, e condizionata, dalla sorpresa di avere a che fare con un europeo legatissimo alle sonorità della musica nera, l’attestato di stima rimane. Sovrabbondante, ma non del tutto infondato. Specie se il giudizio si limita al canto e non pretende di investire l’insieme della proposta artistica.

Il punto debole di Zucchero, infatti, è che manca totalmente di rigore. Ha il suo calderone ribollente e ci butta dentro di tutto, senza andare per il sottile: la sua parola d’ordine è l’efficacia, per cui dell’originalità non sa cosa farsene. Se una soluzione gli sembra accattivante, ancorché risaputa o sgangherata, la utilizza senza esitare. Sul piano musicale pesca a piene mani nel repertorio altrui, beccandosi innumerevoli accuse di plagio. Le quali, al di là dell’aspetto prettamente legale, sono a dir poco verosimili, come si può verificare consultando il sito www.plagimusicali.net che gli riserva un’ampia e accurata sezione. Sul piano dei testi, scrive come un autodidatta che non ha mai superato lo stadio iniziale e che, perciò, è rimasto prigioniero del classico vizio dei neofiti. L’eccesso di entusiasmo. Ovverosia l’incapacità di saper distinguere tra il piacere che si prova nel combinare le parole, e nello scovare rime e assonanze, e il loro effettivo valore.

A voler essere gentili lo si può definire un atteggiamento naif. A chiamare le cose col loro nome, come dovrebbe essere doveroso di fronte a uno che è nato nel 1955 e che praticamente ha sviluppato tutta la sua parabola discografica dai trent’anni in poi, bisognerebbe essere più drastici e parlare di superficialità. Lasciando a lui il compito (l’onere?) di chiarire se si tratti di un’effettiva mancanza di consapevolezza, che lo induce a non riconoscere una solenne baggianata da un verso degno di tal nome, o se invece sia frutto di una scelta calcolata, che in nome del divertimento e dell’orecchiabilità è prontissima a riempire il carrello della spesa con qualunque ingrediente a buon mercato. Scorrazzando tanto nei grandi magazzini del pop quanto nelle discariche del trash.

La sua tesi, benché la esprima più che altro in maniera indiretta, è ovviamente che a prevalere sia l’istinto, in sintonia con un pubblico che «vuole divertirsi, cantare, ballare ed è goliardico proprio come me». L’artista e l’intrattenitore si intrecciano, fino a confondersi. L’invenzione vera e propria è una mera eventualità, che non c’è alcun motivo di porre al centro dell’intero progetto fissandola come l’aspetto più qualificante e persino decisivo, e facendosi carico di perseguirla/inseguirla in modo spasmodico,. La certezza irrinunciabile, di contro, è che le aspettative dei fan devono essere soddisfatte: «Vi posso dire che trasporterò sul palco il “concept” di Chocabeck: il “suono della domenica”, l’atmosfera della festa di paese. Dove si balla e ci si diverte: dove c’è energia e calore che si espande nell’aria. È quello il suono che ho in testa in questo momento. Così anche i vecchi successi verranno riarrangiati secondo quello stile: mi sento più Adelmo che Zucchero, oggi, e sono in pace con me stesso. Riprenderò anche vecchi pezzi come Donne, che non faccio da quando la cantavo sulle basi preregistrate… La mia idea sarebbe di dedicare tutta la prima parte del concerto al nuovo disco, rispettandone la scaletta e la compattezza, e di lasciare i vecchi successi in fondo dopo un cambio di scenografia. Ma non so ancora se sarà possibile».

Una mischiatina alle carte, ma leggera. Se alla gente va bene così, diventa del tutto superfluo domandarsi il perché. Se a farla fremere di commozione bastano immagini ordinarie, purché adagiate su melodie orecchiabili e suggestive, non c’è motivo di arrovellarsi allo scopo di fare di meglio. Contenti loro, contenti tutti. Gli applausi scrosciano: e fanno piacere. I guadagni si moltiplicano: e mantengono sereni. Chiedere di più diventa una follia, specie se sai già di non poterci arrivare.

Quelli alla Rimbaud sono l’eccezione, non la regola. Rimbaud fa a pezzi la poesia del suo tempo e muore in rovina. Zucchero, e tutti gli altri della sua pasta, si tengono stretti il successo, se hanno avuto la fortuna di acchiapparlo.

Federico Zamboni

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