Terni, Milano, Roma. C’è violenza e violenza

La violenza è l’ultimo stadio dell’essere umano. Ma non dell’essere umano in quanto persona fisica: del vivere e dell’appartenere ad un genere cui la natura e l’evoluzione hanno fornito la funzione sapiens.

Homo sapiens , quindi uomo sapiente, capace di intendere, di controllare la propria volontà e di canalizzare istinti primordiali. La ragione: ecco cosa ci distingue da qualsiasi altro essere vivente. Quella ratio esaltata  dai padri dell’Illuminismo che, nella Società odierna, pare venire sempre meno.

Terni, 8 Aprile. Un venerdì come tanti. Un giornalista di una testata locale è di fronte ai cancelli della Basell-Meraklon, azienda da mesi all’attenzione della cronaca per crisi lavorativa, licenziamenti, scandali di carattere finanziario. Gli operai, disperati per la perdita del posto (240 licenziati in Marzo) , frustrati dal fatto di sentirsi pedine di un gioco più grande di loro, da tempo stazionano all’ingresso della ditta, con presidi e striscioni.

I lavoratori, come è naturale, attirano l’attenzione della stampa. A livello cittadino il cronista segue le ultime vicende legate, fra l’altro, anche ad un arresto eccellente. La tensione è grande e sfocia nel peggiore dei modi: il giornalista finisce circondato e schiaffeggiato.

La reazione di sdegno è immaginabile: il mondo politico, sindacale e professionale esprime legittima solidarietà alla vittima, condannando il grave e vile gesto dei licenziati che, in poche ore, assurgono agli occhi dell’opinione pubblica come violenti.

Il gesto, certo, è inqualificabile ma…

C’è qualcosa che non torna. Facciamo un salto indietro, di almeno un paio d’anni. Siamo a Milano, in Piazza Duomo. Silvio Berlusconi ha appena terminato un comizio in un bagno di folla quando, tra i manifestanti, compare una mano che scaglia una statuetta in faccia al Premier. Anche in quell’occasione massima solidarietà da tutto l’arco costituzionale contro la “barbarie” perpetrata dal giovane Tartaglia.

Ma facciamo un altro ‘salto’, in tempi più recenti. Una settimana fa, di fronte a Montecitorio, volano sputi e monetine. In un eccesso d’ira, culminato con un plateale ‘vaffa’ al Presidente della Camera, il Ministro della Difesa Ignazio La Russa richiama un’ala dell’opposizione alle proprie responsabilità: quei manifestanti fuori dalla Camera, secondo La Russa, non operano motu proprio , sono semmai animati da politici che ora, per non sfigurare, si nascondono, lasciando la responsabilità a ‘piccoli gruppi di facinorosi’.

Solito vecchio copione, vecchio di almeno quarant’anni, ma ancora valido per tre città così diverse: Terni, Milano, Roma.

Giusto, non esiste un motu proprio della violenza: se è vero che la violenza divampa come un incendio è logico che, da qualche parte, quell’incendio debba essere animato. Parliamoci chiaro, di pazzi in giro ce ne sono e di fanatici anche, ma quando la violenza assume connotati politici e mira a colpire un avversario, un giornalista, un sindacalista è difficile parlare di spontaneismo.

Dietro ad episodi ben più gravi di quelli sopra elencati e accaduti nell’ultimo quarantennio, la longa manus della strumentalizzazione e dello sfruttamento di ignoranza e paure è stata sempre presente.

Il golpe e il revanchismo fascista da un lato, la violenza ‘rossa’ e i collegamenti del PCI con l’Urss dall’altro: gli anni Sessanta e Settanta hanno visto giovani combattersi per ragioni (se viste con gli occhi di oggi) assolutamente futili; ragioni che però sono state cavalcate da classi dirigenti partitiche pavide o da chi, nel caos generale, ha trovato opportuno ergersi a difensore di sicurezza e ordine.

Come i giovani dei Settanta anche gli operai Meraklon oggi pagano in toto colpe che non appartengono solamente a loro. Le istanze degli operai non sono state intercettate da quelle istituzioni che, da mezzo secolo a questa parte, possono considerare il mondo operaio principale serbatoio di consensi. Il consenso in politica è cosa fondamentale e va mantenuto cercando nuovi collanti, argomenti e ragioni che possano aumentare il sostegno a partiti e sindacati.

Accade così che un momento di generale e difficile situazione economica internazionale venga presentato come conseguenza della pessima politica del governo centrale o degli amministratori regionali; si richiama l’attenzione alle lobbies di potere e si mette in guardia da provocatori ‘vari ed eventuali’.

Ed ecco allora che, dopo mesi e mesi di campagne informative di dubbia veridicità, è facile che anche un cronista locale, (noto per posizioni non esattamente ‘conformi’), finisca per diventare capro espiatorio in un clima generale di rabbia e preoccupazioni: «E’ della stampa, non è ‘dei nostri’ sicuramente è qui per provocare o denigrarci». Il giornalista finisce in ospedale e gli operai in .prima pagina come il “Mostro di Dusseldorf”.

A Terni, Milano e a Montecitorio la piazza è sfuggita di mano, è andata oltre le previsioni e le aspettative, ha fatto ciò che non avrebbe dovuto fare, un qualcosa che ora può compromettere.

Sono pronto a scommetterci: nessuno degli operai Meraklon è un teppista o un violento. Più facile credere che la disperazione, mescolata a finti sospetti e a generici scaricabarile, abbia condotto persone rimaste senza lavoro e senza pane ad un giorno di ordinaria follia.

Chi ha favorito questo clima di intolleranza sappia ora due cose: ha mandato in ospedale una persona che era lì, guarda caso, per fare il suo mestiere e per portare anche lui a casa la pagnotta; ha distrutto le lotte e le rivendicazioni dei licenziati e cassaintegrati ora dipinti come ‘facinorosi’ .

Logica imporrebbe che il ‘consenso’ venisse ottenuto gradatamente e con criterio. Non si può fomentare la folla e poi lasciarla allo sbaraglio. E’ moralmente orrendo e strategicamente fallimentare.

Marco Petrelli

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