Smokiana. L’arte del fumo

Limitare i sigari? Certo. Mi sono imposto come
regola di non fumarne più di uno alla volta

Mark Twain

Non avrei mai creduto di poter fare il tifo per la Cina. Eppure questa grande nazione in cui i resti del comunismo internazionale, che si sono incrostati dando origine a uno dei regimi più repressivi conosciuti e che si sono saldati a un modello ultracapitalista insensibile a qualsiasi umanità, è diventato il baluardo al quale aggrapparsi se non si vuole vedere scomparire il fumo dalla faccia della terra. Due notizie apparse sui giornali nei giorni scorsi, e magari passate inosservate, mi hanno fatto capire che la saldatura tra comunismo e capitalismo in quel paese può tornare utile a tutti quelli che a diverso titolo guardano alla sparizione del fumo come  a una iattura.

La prima è che da maggio il fumo in Cina sarà vietato nei luoghi pubblici e la sfida sembra rivoluzionaria, visto che fino ad oggi tutti i tentativi di far smettere di fumare i cinesi sono naufragati in un nulla di fatto.

La seconda è che l’industria del sigaro cubano, il famoso Habano, depressa e in via di fallimento, grazie anche al costante embargo imposto dagli Stati Uniti che si approvvigionano, per quel poco che gli è rimasto vista la politica ultra proibizionista e salutista che hanno varato, in altri paesi, ha ripreso vigore impetuoso proprio grazie ai neo miliardari cinesi che hanno cominciato ad acquistarne ingenti quantità, tanto da risollevarne le sorti.

Sul fronte proletario e comunista gli operai non hanno nessuna intenzione di rinunciare alle loro sigarette, sul fronte capitalista i ricconi vogliono continuare a inebriarsi con il costoso tabacco di sigari rollati a mano.

I due peggiori sistemi esistenti uniti in una battaglia di retroguardia, in una crociata libertaria e anacronistica. Sicuramente scorretta politicamente.

Se alle due notizie di cui sopra si aggiunge poi quella che giunge dagli Stati Uniti, dove pare che il costante aumento di prezzo del tabacco sta facendo ritornare in voga i contrabbandieri che cercano di forzare il blocco proibizionista imposto a suon di rincari, il quadro complessivo si fa evidente.

A questo punto ho la necessità di puntualizzare che il fumo è una sporca abitudine, un vizio, se volete, che ha appestato luoghi pubblici, bar, ristoranti, case, autobus, treni, cinema, per anni e che la salute del cittadino, soprattutto del non fumatore, costretto al fumo passivo, viene prima di ogni altra cosa.

Ma se si può gioire del fatto che, nella vita di tutti i giorni, l’aria si sia fatta più pulita, non si può notare con nostalgia che la scomparsa del fumo ci ha reso più poveri.

Perché se è vero che “non di solo pane vive l’uomo” si potrebbe dire anche “non di sola salute fisica vive l’uomo”.

La campagna proibizionista ha giovato alla salute fisica ma ha leso in modo forse irreversibile il nostro immaginario.

Basta guardare i film che oggi vengono prodotti, dove nessuno più accende una sigaretta o un sigaro. Sembrano cliniche asettiche senza più poesia alcuna.

Eppure fu proprio il fumo ad accompagnare i protagonisti dello schermo che non avrebbero avuto lo stesso fascino se liberati dal tabacco.

Vi immaginate una Marlene Dietrich, che nell’Angelo Azzurro si mostra sul palcoscenico del tabarin, senza quella nuvola azzurrina che ne modellava, sfumandole, le forme. Avrebbe avuto la stessa ambigua sensualità?

E Humphrey Bogart in Casablanca?

Si potrebbero riproporre gli stessi scenari dei film di Maigret senza le brasserie, in cui il fumo era tanto denso che si doveva tagliare con un coltello? Lo stesso Maigret non avrebbe lo stesso senso se privato della sua pipa, che a ben vedere rappresenta tutto tranne che una semplice pipa, come ben sapeva anche Renè Magritte che ha intitolato un suo famoso dipinto, che ritrae proprio una pipa, “Cecì n’est pas une pipe”.

Così Clint Eastwood, volto immobile e superbo, al tempo degli spaghetti western non casualmente veniva descritto da Sergio Leone in questo modo “Clint Eastwood ha solo due espressioni: col sigaro e senza sigaro”.

A ben guardare anche la Storia non sarebbe la stessa se si espungessero, in un eccesso revisionista, quei personaggi dediti alla sporca abitudine.

La rivoluzione cubana non avrebbe Fidel Castro e il primo discorso alle Nazioni Unite del Che non avrebbe avuto lo stesso impatto violento e magnifico se non fosse stato puntellato dal suo Montecristo nr. 4.

Così sarebbe solo un ciccione ubriacone Winston Chirchill se privato del suo immenso sigaro che ha preso il suo nome proprio per ricordarci che la sua statura risiedeva in parte anche nel suo tabagismo.

Solo esempi, per ricordare a tutti la potenza evocativa di questo simbolico fumare, dannoso per la vita di veglia, fondamentale alimento per l’immaginario onirico di tutti noi.

Io che sono stato fumatore in giovane età (tra i diciotto e i venticinque) e che ora mi concedo (solo da tre anni dopo una lunga pausa) saltuariamente, in solitudine nel pensatoio esterno casalingo ricavato su un balcone, solo qualche Toscano Antica Riserva alternato a qualche Romeo e Giulietta, conservo nella memoria le sigarette della mia giovinezza che scatenavano fantasie sfrenate. Con le Gitanes senza filtro (quelle gialle in carta di mais) mi sentivo legionario in partenza per il deserto. Con le Camel sempre senza filtro pensavo ai soldati americani che scaricavano la loro tensione nella jungla vietnamita prima di qualche nefasta azione di rappresaglia, con le Nazionali mi sentivo proletario, qualche volta assumevo le pose da dandy moderno e effeminato accendendo Salem al mentolo, che mi facevano schifo.

Infantilismo che non mi è passato, visto che i sigari sono per me, oggi, un propellente interiore che mi fa pensare in tutta rilassatezza, rincorrendo i fantasmi che il fumo porta con sé, nascosti tra le nuvole inutili che sbuffo.

A ricordare a tutti l’inaridimento cui siamo costretti in nome della salute fisica mi sono andato a ripescare un libro, comprato a metà prezzo e forse non più in catalogo, che era rimasto sepolto sotto una delle tante pile che affollano il pavimento del mio studiolo.

Nel 2007 Marsilio pubblicò Smokiana di Enrico Remmert e Luca Ragagnin che porta l’inequivocabile sottotitolo Elogio del fumo nella letteratura di tutti i tempi.

Vi sono raccolti brani scelti, aforismi, battute sul fumo e sul fumare.

Nulla è trascurato. Basta scorrere i titoli dei capitoli che lo compongono per scoprire che ognuno potrà trovarci qualcosa che lo affascina e lo fa pensare: Sigaro qui sigaro là, La sigaretta, Tabacchi da meditazione, La filosofia nel fumoir, Canne al vento e Narghilè.

Tutti ci si possono tuffare per scovarci quello che credono e per scoprire che come nel cinema, come nella Storia, come nella vita, come nella letteratura il fumo rappresenta uno dei cardini dell’immaginario di tutti noi.

Siete innamorati del genere fantasy? Eccovi serviti. Sentite Tolkien: «E’ bene qui far cenno di un’altra originale abitudine degli Hobbit: solevano aspirare o inalare, con pipe di legno o di argilla, il fumo proveniente dalla combustione di certe foglie che chiamavano erba-pipa o foglia-pipa e che probabilmente erano una varietà di quella che noi chiamiamo nicotiana».

Amate i romanzi d’avventura? Non potete imbattervi in Salgari e nei suoi personaggi: «Yanez fumava flemmaticamente la sua eterna sigaretta».

Se vi piacciono gli autori americani non potrete sottoscrivere l’affermazione di Mark Twain: «Niente è più facile di smetter di fumare: lo faccio venti volte al giorno!».

Non potete sottrarvi alla malia esotica se vi accingete a godervi Hugo Pratt: «Corto Maltese si sedette sull’ampia poltrona di paglia intrecciata, si accese una sigaretta, ne aspirò qualche boccata lasciando che le volute si diradassero e che il sapore forte del tabacco si attenuasse sul palato, poi espirò con estrema lentezza un sottile filo di fumo e fisso Rasputin:”E perché il Monaco non dovrebbe essere d’accordo?”».

E che dire dell’erotismo e della poesia di Kavafis: «Accanto alla vetrina tutta luce del tabaccaio, stavano tra molti. Gli sguardi s’incontrarono, per sorte: dissero la vietata bramosia della carne, timidamente, dubitosamente».

Ognuno può pescare in questo torbido, vano, inane piacere il gusto della letteratura, della vita, dell’immaginario che si gonfia orgoglioso a ogni boccata, a ogni parola letta.

E se è vero che non bisogna dimenticarsi mai quanto il fumo uccida, non bisogna al contempo sottovalutare quello che disse Renè Edouard Rumbullion: «Fumare uccide un gran numero di persone. Ma è davvero incalcolabile il numero di quelle che salva».

Chiudo con un passo che racchiude un po’ tutto il senso del fumare. Esce dalla penna di Giovannino Guareschi: «La sigaretta non è un semplice pezzetto di carta con dentro un pizzico di tabacco. La sigaretta che adesso ci toglie l’appetito (ed è perciò vigliacca) un tempo ci ha aiutati a sopportare la fame.La sigaretta che adesso ci toglie la memoria (ed è perciò un’assassina) per anni e anni ci ha riempito il cervello di idee. La sigaretta è un’amica che, dopo anni e anni di fedeltà, ci ha traditi: ma rinunciare a essa è come rinunciare a un felice passato. Ci si trova soli e vuoti senza la sigaretta. La sigaretta rappresenta il trait d’union fra il mondo delle cose reali e il mondo della fantasia. È il ponte di fumo che ci permette di abbandonare la riva dei bruti e di passare alla sponda opposta».

Che dire di più? Leggete! Fumate!

Mario Grossi

Frascati, 9 aprile 2011

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