Se Vasco Rossi si rompe i coglioni…

L’articolo che segue è stato pubblicato sabato scorso, 2 aprile, sul Secolo d’talia.

La redazione

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VASCO SMONTA LA
VERA-DESTRA-VERA
miro  renzaglia

Come si suol dire, gliene ha cantate quattro. “Chi a chi”? Uno che di cantare se ne intende un po’, ad un altro che, invece, fa il finto sordo. “Oh, a Renzà, parla chiaro: chi so’ ‘sti due?”. E chi volete che siano? Il cantante è Vasco Rossi, il finto sordo è Marcello Veneziani. “E che si sono detti il cantante ed il dotto?”. Non si sono detti niente, perché quando uno sa quello che dice, Vasco Rossi, e l’altro replica ripetendo a memoria la stessa lezioncina moralista che, valga quel che vale, potrebbe appiccicare addosso a chiunque, senza tener conto del detto altrui, che razza di discussione volete che ci sia? “I fatti, Renzà, i fatti: sennò non se capisce niente”.

Eh! quanta fretta. Prima dei fatti, parliamo degli antefatti. Qualche anno fa, questo giornale si permise di elogiare il cantautore di Zocca, non ricordo bene per quale occasione discografica. Anzi, fece di meglio: lo elogiò in toto per la sua produzione artistica. Personalmente – giova precisare che non ero io l’autore dell’articolo, ma Filippo Rossi – trovai del tutto naturale la cosa. E che cavolo: se non è dei nostri uno che va a Sanremo e, invece di vola colomba bianca vola, ti spara “voglio una vita spericolata”, allora chi è dei nostri? Lapalissiano, no? Macché! Il dotto Veneziani se ne ebbe così a male per quell’articolo che da altri fogli sparò il suo risentito richiamo ai sacri valori della vera-destra-vera, imputando a questo giornale di aver smarrito il senso dei quali. Replicai io, qui sul Secolo, con un pezzo ironico che non so come Veneziani abbia preso. Questi, gli antefatti.

E veniamo ai fatti. Ora, uno sarebbe quasi portato a ritenere che, passati tanti anni i dotti, riflettendo meglio sulle proprie convinzioni di tempi lontani, magari anche perché la vita coi suoi schiaffi qualcosa gli dovrebbe avere insegnato,  possano aver rivisto certe posizioni. Di nuovo: macché! Esce (da poche settimane) il nuovo album di Vasco Rossi, Vivere o Niente, e Veneziani ripete pedissequamente il suo personalissimo convincimento che si può così riassumere: trattasi di pericolosissimo messaggio nichilista, senza senso, privo di significato e per nulla declinabile alla sua – sempre personalissima e rispettabilissima, per carità – idea di “destra”. A questo punto, però, Vasco Rossi si deve essere un tantinello rotto i coglioni della cantilena veneziana e – come si diceva all’inizio – gliene ha cantate quattro a modo suo: rock, se volete….

Vivere o niente, scrive Vasco sul Giornale di ieri «Significa scegliere e decidere di vivere una vita piena e intensa. Vivere con passione. Altro che vivere non basta. Io non sono un modello negativo –continua – io amo la vita. Ho 59 anni suonati. Le sembro uno che ha buttato via la propria vita bruciandola senza un`ombra di regole in confusione mentale, senza principi o etiche in totale e perenne preda di passioni? Lei sa che ho una compagna con cui vivo da venticinque anni e con lei ho costruito una famiglia? Ho un figlio splendido. Sa che mantenere in piedi un rapporto, un progetto, un matrimonio, un patto costa molti sacrifici? Costa ad esempio non permettere di lasciarsi innamorare di un’altra persona. Sa che mantengo tre famiglie? Che la provvidenza mi ha regalato altri due figli nati da precedenti occasionali rapporti? Che regolarmente ed orgogliosamente li ho riconosciuti provvedendo ad ogni loro necessità e amandoli?».

Ci sembra già di sentire la replica veneziana: e passi per la famiglia, Rossi, e passi per la famiglia che, per quanto allargata, dice di amare. Ma con la droga, eh? – no: dico con la droga – e con i suoi eccessi, come la mette? E Vasco: «Vuole vedere le mie analisi del sangue dove i valori del mio fegato sono quelli di un bambino? Lei è chiaramente ancora vittima di quel pregiudizio demenziale che un mediocre giornalista mi affibbiò quando mi sentì cantare la dionisiaca voglia di divertirsi… Mi definì drogato e quel marchio così spaventoso per le mamme, le famiglie che a quei tempi vedevano i figli distruggersi con l’eroina decretò la mia condanna civile, il mio esilio dalle orecchie della gente. Era pericoloso ascoltare le mie canzoni. Inneggiavano alla droga. Vita spericolata, una canzone che inneggia alla vita vissuta pericolosamente piena di avventure e piena di significato, divenne sinonimo di vita drogata. Incredibilmente. Nulla in quella canzone ha dei riferimenti alla droga. Nemmeno metaforici o figurati».

Ci sono casi in cui è necessario arrendersi all’evidenza dei fatti. Anche i dotti dovrebbero esserne capaci. Basta un po’ di umiltà  per ammettere di essersi semplicemente sbagliati, magari per un eccesso di zelo o per una difettosa interpretazione dei testi che si vogliono imputare all’Autore preso in considerazione. Autore che in questo caso annota: «Marcello Veneziani io lo conosco. Il problema è che quando questi filosofi parlano di canzoni, non essendo il loro linguaggio non ne capiscono niente e finiscono per dare significati completamente opposti a frasi, espressioni e concetti. Arrivando a prendere veri e propri abbagli. Imbarazzanti prese di otto per diciotto».

Otto per diciotto fa 144. E’ inutile cercarci significati sottintesi: fa solo rima.

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