R. Kapuscinski. Cristo con il fucile in spalla

E’ uscito recentemente per la prima volta in Italia, per la collana “I narratori” della Feltrinelli, Cristo con il fucile in spalla, una raccolta di dieci reportages realizzati dal celebre giornalista polacco Ryszard Kapuscinski, e dedicati ai giovani ribelli del Sud del mondo ed alle loro lotte.

La prima edizione del libro risale al 1975, ma nonostante il successo del libro in tutto il mondo e di altri lavori del celebre inviato speciale, non era mai stato stampato in Italia, nonostante sia  un’opera importante della produzione di Kapuscinski, non certo inferiore a La prima guerra del football e altre guerre di poveri, Sha – in – Sha, o Imperium.

In un’epoca in cui gli inviati di guerra sono sempre più rinchiusi nei loro alberghi e sempre più dipendenti dalle veline dei governi, a parte alcune lodevoli eccezioni, è senz’altro meritorio riscoprire un giornalista che era anche un grande narratore, decisamente schierato ma non fazioso, e che nei suoi scritti raccontava la realtà, riuscendo a mettere sullo stesso piano i grandi leaders ma anche la gente comune, i grandi fatti ma anche i piccoli particolari a prima vista insignificanti, in una narrazione molto avvincente.

I protagonisti dei racconti di Kapuscinski, scritti tra la fine degli anni sessanta e l’inizio dei settanta sono i fedayin palestinesi, i giordani, gli ebrei, i siriani, i  guerriglieri del Guatemala e del Salvador, gli studenti e i rivoluzionari della Bolivia, i partigiani del Mozambico, gli oppressi che in diverse latitudini si ribellano ed impugnano le armi contro regimi dittatoriali e corrotti.

Kapuscinski delinea uno quadro d’assieme sulle lotte degli ultimi, di cui è un sincero ed entusiasta sostenitore, uno sguardo che a mio parere conserva ancora una grande attualità, perché se sono falliti i movimenti e le lotte di quegli anni, i miti e le ideologie di quei combattenti, non sono certo venute meno le condizioni  di sfruttamento dei poveri da parte dei ricchi, l’asservimento di molti governi agli ordini di Washington o la lotta per i diritti del popolo palestinese.

In questo viaggio attraverso diversi volti e paesi, descritti con efficace realismo, passiamo così dai fedayn pronti alla lotta contro l’esercito israeliano, pur consapevoli che «Certi nostri fratelli arabi sarebbero ben felici di farci lo sgambetto», fino al Sudamerica di Allende e Guevara, che solo apparentemente sono due morti diverse, perché tutti e due «sacrificano la loro vita per il potere del popolo.

Il primo, difendendolo; il secondo, lottando per ottenerlo». Tutti e due comunque lottano in maniera certo diversa, ma senza scendere a compromessi: «Questo principio d’onestà morale è un tratto caratteristico della sinistra latinoamericana, nonché causa frequente delle sue disfatte», in un mondo dove i nemici dei rivoluzionari non hanno certo la loro carica etica ed i loro scrupoli morali. Arrivando infine alla lotta del Frelimo in Mozambico, dove la vittoria dei rivoluzionari è sottolineata dal soldato portoghese che pattuglia la strada insieme al partigiano africano, tutti e due indossando le scarpe! e «non è meraviglioso che, dopo anni di cammino a piedi nudi, arrivi un giorno in cui l’uomo può indossare un paio di scarpe senza il timore di lasciare le proprie impronte sul terreno?».

Raffaele Morani

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