Polaris n.5. Resettare l’Italia

Quello che segue è l’editoriale n. 5 / aprile 2011, del trimestrale Polaris,  fondato e diretto da Gabriele Adinolfi.

La redazione

L’Italia non ha compiuto 150 anni, l’Italia ha vissuto, ha brillato e ha illuminato il mondo per secoli, per millenni.

L’ultimo secolo e mezzo ci ha offerto il quadro una Nazione unita e geograficamente definita che  ha però dovuto convivere, non sempre bene, con una serie di squilibri e disfunzioni.

I festeggiamenti della ricorrenza unitaria del 17 marzo sono coincisi con un momento di particolare difficoltà.

La globalizzazione dei mercati e della tecnica, l’affannosa costruzione dei trattati comunitari europei, l’era delle macroregioni, delle continentalizzazioni, dei grandi attori geo-politici, sembrano contrassegnare una caduta verticale della sovranità nazionale che, da noi come altrove, si accompagna con tentazioni secessioniste, con ambizioni localiste e anche con minacce di atomizzazione.

L’Italia del centocinquantenario vive in bilico. O ritrova un senso, un ruolo, un significato, o si smarrisce fino a perdersi definitivamente.

L’Italia ha un futuro se riesce a riaffermarsi, geopoliticamente ed economicamente, nel Mediterraneo. Se riesce a proporsi come in passato quale soggetto latino e romano nel Mare Nostrum, a farsi cerniera diplomatico-politica in un quadro euro-meridionale. Lo ha se a quell’asse latino-mediterraneo riesce a sposare quello delle relazioni, non solo energetiche con l’est cirillico e ortodosso di antico retaggio ellenico.

Se persiste nella strada che la vede timida protagonista nelle cooperazioni russo-turche ed euro-arabe.

Non è solo questione di rapporti diplomatici, economici ed energetici ma anche e soprattutto di convinzioni, di coscienze.

Non ci si può lasciar vivere: si deve prendere in mano il proprio destino. Imponendo la civiltà del lavoro laddove si ha la tendenza a intendere il vivere comune come servitù del consumo.

Tenendo fermo il Diritto Romano rispetto a filosofie giuridiche individualiste o collettiviste, troppo occidentali o troppo orientali.

Comprendendo che non si può stare né fuori dall’Europa né sotto le dittature dei funzionari europei, ma che si può e si deve offrire, se non addirittura imporre, all’Europa carolingia, unicamente votata a scenari continentali dalla coppia egemone franco-tedesca, un nuovo centro a sud.

Non potrà farlo, questo, l’Italia, se le sue élites tireranno a campare, se le riforme strutturali, come quella annunciata sul federalismo, saranno improntate su modelli disgreganti e sballati anziché volte ad innovazioni della concezione nazionale ispirate da archetipi ghibellini.

Non potrà festeggiare i suoi duecento anni, ma forse nemmeno i suoi centosettantacinque, l’Italia, se continuerà a smobilitare socialmente ed economicamente per mancanza di sovranità.

Non andrà lontano se la curva demografica così disastrosa non muterà tendenza radicalmente e al più presto.

Non lo farà se non interverranno una politica d’incentivazione demografica, una politica ferma sull’immigrazione  ma molto costruttiva sulla cooperazione, una politica articolata e organica sul lavoro, una politica energica sulla produzione, una politica di controllo dei mercati. Non si resisterà a lungo senza una presa di coscienza e senza, al tempo stesso, un opportuno ricorso al buon senso. Senza una comprensione ed una difesa orgogliosa delle proprie peculiarità e identità, che non si possono ridurre ad un Made in Italy, rigorosamente scritto in inglese e tra l’altro non sempre apposto a prodotti italiani.

L’Italia non ha futuro se tira a campare e se continua ad essere convinta che la sua unica ricchezza è il turismo. Lo sono, invece, l’arte, il gusto – ivi compreso quello gastronomico che, complici le nenie salutiste e dietiste, stiamo imbastardendo, uniformandolo alla standardizzazione globale – lo sono il pensiero, lo stile. In altre parole lo spirito.

Che, se è consapevole di sé e se si coniuga con la volontà, dunque assume carattere,  plasma la materia.

Ripartiamo da questa presa di coscienza per dimostrare che i nostri centocinquant’anni unitari, i nostri – e da noi resi universali – duemila e ottocento anni di civiltà, sono ancora l’indice di una giovinezza irrequieta e non già di una vecchiezza oscena.

Gabriele Adinolfi

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