Perù alle elezioni. Né destra né sinistra?

La stampa italiana, che di solito segue la politica sudamericana attraverso le agenzie di stampa internazionali oppure tramite i corrispondenti degli Stati Uniti, anche stavolta ci ha capito poco. Dopo aver trascurato completamente la campagna elettorale per le presidenziali in Perù, ora che  si aprono le urne sui propri siti web titola “Ballottaggio a destra per battere il candidato della sinistra”. D’accordo, nei titoli di giornale sintesi e semplificazione sono d’obbligo, ma questa volta l’adozione di categorie “europee” è del tutto fuori luogo.

Per avere i risultati definitivi ci vorranno ancora parecchie ore, forse giorni: i votanti sono circa 20 milioni, il Perù è un Paese molto grande, in certe zone piuttosto arretrato, e scrutinare le schede nei lontani collegi andini e amazzonici richiederà del tempo. Tuttavia fra proiezioni dello spoglio e sondaggi, il quadro è ormai delineato: al ballottaggio di giugno si presenterà senza dubbio Ollanta Humala (quello che i nostri giornali definiscono “candidato di sinistra”), un ex militare nazionalista e populista, considerato il Chàvez peruviano, leader della coalizione “Gana Perù”, di cui oltre al suo Partido Nacionalista Peruano (Pnp) fanno parte anche minuscole formazioni di estrema sinistra (comunisti e socialisti). Con il 60 per cento delle schede spogliate, Humala veleggia intorno al 28 per cento dei consensi; e i suoi principali avversari sono staccati di sei punti percentuali.

Con tutta probabilità a sfidarlo sarà Keiko Fujimori, la figlia di Alberto, l’ex presidente di origine giapponese che guidò il Perù per un decennio (1990-2000) con metodi piuttosto spicci e che adesso si trova in carcere per corruzione e violazione dei diritti umani. Stando alle proiezioni, la candidata della coalizione “Fuerza 2011” è più o meno alla pari del candidato della destra liberista Pedro Pablo Kuczynski (“Alianza por el Gran Cambio”), entrambi intorno al 22,5 per cento; però tutti i sondaggi indicano che a prevalere sarà la trentacinquenne deputata. A differenza di Kuczynski, che si afferma soltanto nell’area metropolitana di Lima, la Fujimori è in testa in sette regioni peruviane; mentre Humala vince in 15 dipartimenti del centro-sud del Paese, dove è in maggioranza la popolazione di origine india. Nettamente staccati gli altri due candidati: l’ex presidente (dal 2001 al 2006) Alejandro Toledo si ferma al 15 per cento; mentre l’ex sindaco di Lima Luis Castañeda non va oltre l’11 per cento.

A meno di clamorose sorprese nell’urna, sembra quindi avverarsi l’incubo del Premio Nobel Mario Varga Llosa (sostenitore di Toledo), che nei giorni scorsi aveva definito l’eventuale ballottaggio fra Humala e Fujimori «Una scelta tra il cancro e l’Aids». «Ho paura – aveva aggiunto Vargas Llosa, che fu avversario di Fujimori padre alle elezioni presidenziali del ’90 – Non possiamo permettere che venga frenata l’ottima fase economica del Perù». Negli ultimi dieci anni l’economia del Paese è cresciuta con un tasso d’incremento annuo del 5 per cento, più ancora dei vicini maggiormente dinamici del Sudamerica, Cile e Brasile. Ma il 35 per cento della popolazione peruviana vive in stato di povertà ed esiste tuttora un deficit di scolarizzazione e di sanità pubblica.

Il quarantottenne Ollanta Humala, tenente colonnello in pensione, risucirà a vincere solo se alla maggioranza relativa costituita dai poveri e diseredati (in gran parte indios) saprà agganciare altre fasce sociali fino a raggiungere il 50 per cento più uno dei votanti. Cioè quelle stesse fasce sociali che alle elezioni del 2006 gli voltarono le spalle preferendogli al ballottaggio Alan Garcia, il candidato dell’Apra. Sulla parabola di questo partito, uno dei più importanti e antichi del’intero Sudamerica, ci sarebbe da aprire una parentesi: nato negli anni Venti del secolo scorso come forza politica nazional-rivoluzionaria, il partito è giunto al potere solo nel 1985 con Alan Garcia, ormai collocato su più tranquille posizioni riformiste. Travolti dalla corruzione e dall’incapacità di far fronte alla guerriglia maoista di Sendero Luminoso, Garcia e l’Apra sono scomparsi per un quindicennio, affermandosi nelle presidenziali del 2006 con un modello di centrosinistra moderata, liberista e filo-americana.

Dilaniata dalle divisioni interne, quest’anno l’Apra non è neppure riuscita a presentare un candidato in grado di succedere ad Alan Garcia e pochi giorni prima del voto si è schierata a fianco di Kuczynski, detto El Gringo (che in Sudamerica non è precisamente un complimento), ex ministro dell’Economia nel governo Toledo, uomo di Wall Street de ex dirigente della Banca Mondiale e di alcune società americane. Figlio di un medico di origine tedesca e di una francese, Kuczynski ha ottenuto un ottimo successo elettorale nella capitale, ma è considerato una specie di corpo estraneo nel resto del Perù. Negli anni Settanta aveva ottenuto la cittadinanza statunitense, alla quale ha rinunciato soltanto lo scorso dicembre al momento di candidarsi alle presidenziali. Tre mesi fa è stato ulteriormente “azzoppato” dall’uscita delle notizie riservate di Wikileaks, nella fattispecie un’informativa dell’ambasciatore Usa a Lima in cui si definiva El Gringo come un alleato fondamentale delle compagnie minerarie internazionali presenti in Perù.

Della linea politica di Keiko Fujimori si capisce poco. I media la presentano come una populista di destra, pure lei ha studiato negli Stati Uniti (fra l’altro il padre è stato anche accusato di aver distolto un milione e mezzo di dollari dai fondi pubblici per pagare gli studi a lei e ai fratelli nelle migliori università americane) e di recente ha proposto di estendere la pena di morte anche ai reati di omicidio successivo a violenza sessuale e rapina. Nell’appello finale Keiko è stata come sempre piuttosto fumosa, ha annunciato di voler lavorare per i poveri in maniera responsabile, generando ricchezza e non povertà grazie alla sua équipe di esperti in campo economico e sociale.

Se davvero sarà lei a sfidare Humala, bisognerà vedere quanto riuscirà a trascinare dalla sua parte l’elettorato di El Gringo – liberale, liberista e filo-americano – ma anche i centristi di Toledo, i democratici cristiani di Castañeda e l’ancora solida struttura partitica dell’Apra. Tutti, chi più chi meno, poco inclini a piegarsi a una riedizione del “fujimorismo”. Quel che è certo è che l’ancora lunga campagna elettorale non risparmierà polemiche e colpi bassi. Se l’eventuale ascesa al potere di Keiko turba i sonni di Vargas Llosa e di molti esponenti dell’establishment economico e culturale peruviano, la vittoria di Humala è considerata un vero spauracchio. «Vuole fare come in Venezuela, in Ecuador e in Nicaragua – ha dichiarato Kuczynski riferendosi all’ex militare – modificare la costituzione per rimanere al potere per decenni». Ma Humala, memore dell’abbraccio mortale di Chàvez alle elezioni del 2006, fa professione di moderatismo e assicura di guardare più che altro all’esperienza del brasiliano Lula. Però il suo programma è chiaro ed è l’unico che propone di modificare il modello economico liberista, promette l’aumento del salario minimo, ipotizza una tassa sui profitti del settore minerario, annuncia l’acqua potabile per tutti e un servizio sanitario gratuito e incentivi all’economia agricola.

Giorgio Ballario

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