Paolo Dorigo. Un comunista militante perseguitato dalla giustizia italiana

La Corte costituzionale ha stabilito che va riaperto il processo per l’attentato alla base Usaf di Aviano (Pordenone), a carico del militante comunista veneziano Paolo Dorigo, conclusosi con una condanna ma rispetto al quale la Corte europea dei diritti dell’uomo ha già in passato sentenziato la non equità del giudizio.

La Consulta ha dato ragione all’Europa, bocciando l’articolo 630 del codice di procedura penale, nella parte in cui non prevede un diverso caso di revisione della sentenza o del decreto penale di condanna per conformarsi a una sentenza definitiva della Corte di Strasburgo.

Nel settembre del 1998, infatti, la Corte europea dei diritti dell’uomo aveva accertato la non equità della sentenza con cui la Corte di Assise di Udine, nel 1996, aveva condannato Dorigo a 13 anni di carcere. Ma ora, dopo la decisione della Corte Costituzionale, ci si avvia alla revisione del processo a carico del militante comunista, come sollecitato dalla Corte di Appello di Bologna che aveva fatto ricorso alla Corte Costituzionale.

Anche perché, come ricordato nella sentenza appena depositata, già nel 2008 i giudici costituzionali avevano “rivolto un pressante invito al legislatore affinché colmasse, con provvedimenti ritenuti più idonei, la lacuna normativa”.

Ripercorriamo brevemente tutta la vicenda. A seguito della sentenza della Corte di giustizia europea, che aveva accertato l’iniquità di una condanna basata sulle dichiarazioni di tre coimputati non esaminati in contraddittorio, Dorigo, maestro elementare veneto e con un passato di militante in Autonomia operaia e Lotta Continua, è tornato libero dopo diversi anni di carcere: nel 2005 ha ottenuto gli arresti domiciliari; nel marzo del 2006 la Corte di appello di Bologna ha sospeso la pena; nel dicembre dello stesso anno, la Corte di Cassazione ha ordinato la sua liberazione definitiva perché la prolungata inerzia dell’Italia a conformarsi a quanto stabilito da Strasburgo rende la sentenza di condanna ineseguibile.

Nello stesso periodo, però, Dorigo ha presentato istanza di revisione del processo alla Corte di appello di Bologna, che per due volte ha sollevato questione di legittimità costituzionale dell’articolo 630 del codice di procedura penale. Tale norma prevede la revisione del processo solo nel caso in cui si scoprano elementi nuovi che possano portare al proscioglimento del condannato. Ma, nonostante l’art.117 della Costituzione imponga “la conformazione della legislazione interna ai vincoli derivati dagli obblighi internazionali, il codice non fa alcun riferimento alle decisioni della Corte di Strasburgo.

Ecco perché la Consulta si è trovata di fronte a un “vulnus costituzionale non sanabile in via interpretativa”, dovendo così bocciare in parte l’articolo 630 del codice di procedura penale. Le conseguenze di questa sentenza saranno due: da un lato “spetterà ai giudici comuni trarre dalla decisione i necessari corollari sul piano applicativo, avvalendosi degli strumenti ermeneutici a loro disposizione”; dall’altro, sarà compito del “legislatore provvedere eventualmente a disciplinare, nel modo più sollecito e opportuno, gli aspetti che – scrive la Corte – apparissero bisognevoli di apposita regolamentazione”.

Nel primo caso la Consulta rileva come sia “di tutta evidenza” che “non darà comunque luogo a riapertura” del processo “l’inosservanza del principio di ragionevole durata del processo” dal momento che “la ripresa delle attività processuali approfondirebbe l’offesa”. Il giudice della revisione, infatti, dovrà valutare anche “come le cause della non equità del processo rilevate dalla Corte europea si debbano tradurre, appunto, in vizi degli atti processuali alla stregua del diritto interno, adottando nel nuovo giudizio tutti i conseguenti provvedimenti per eliminarli”.

E così, per una volta, possiamo anche applaudire all’intervento dell’Europa, senza il quale un militante antagonista si troverebbe ancora a dover scontare un’ingiusta detenzione senza prove certe, alla faccia di chi parla a vanvera, riferendosi all’Italia, di Stato di diritto.

Alessandro Cavallini

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