Ollanta Humala. Il fasciocomunista peruviano

Manca oltre un mese e mezzo al ballottaggio del 5 giugno, ma la sfida per diventare presidente del Perù si fa ogni giorno più calda. I due candidati usciti dal primo turno elettorale – Ollanta Humala di “Gana Perù” e Keiko Fujimori di “Fuerza 2011”, rispettivamente con il 31,7 e il 23,5 per cento – stanno affilando le armi in vista del rush finale e soprattutto provano a raggiungere un’intesa con le altre forze politiche rimaste fuori dal ballottaggio.

Finora nulla di ufficiale, ma il populista  “di sinistra” (quando si parla di categorie politiche europee, in Sudamerica le virgolette sono d’obbligo) Humala avrebbe incassato l’appoggio dell’ex presidente centrista Alejandro Toledo e persino una certa simpatia del Premio Nobel Mario Vargas Llosa, che pure aveva descritto l’alternativa fra lui e la figlia di Fujimori come «una scelta fra l’Aids e il cancro».

Da parte sua la populista “di destra” ha già sondato il terreno con l’ex sindaco di Lima Castañeda e sta tentando un abboccamento con “El Gringo” Kuczynski, l’ex candidato liberista e i filo-americano, espressione delle classi agiate della capitale e della costa. Tutto ciò mentre su Facebook una pagina che invitava le forze armate al colpo di Stato contro Humala raggiungeva in poche ore le duemila adesioni, prima di venir bloccata. A quanto pare, ogni Paese ha i suoi Asor Rosa

Il guerriero che tutto vede

In attesa delle prossime mosse della lunga campagna elettorale, è interessante conoscere meglio Ollanta Humala, il favorito, l’uomo che già quattro anni fa andò al ballottaggio in testa e invece venne clamorosamente battuto in “zona Cesarini” da Alan Garcia. La stampa internazionale lo presenta come il candidato di sinistra, socialista e populista, una specie di Chàvez peruviano, insomma, anche se negli ultimi mesi Ollanta ha di gran lunga attenuato le posizioni più radicali e ha preso le distanze dallo scomodo “caudillo” venezuelano.

Nella coalizione che lo sostiene hanno trovato posto minuscoli partiti socialisti e comunisti, ma la formazione politica e culturale di Ollanta (che nella lingua incaica significa “il guerriero che tutto vede”) è tutt’altro che di sinistra, e tanto meno marxista. Il suo movimento, il Partito Nazionalista Peruviano, affonda le radici nella dottrina etnocacerista, una strana (per noi) ideologia che prende il nome dal generale Càceres, presidente della repubblica nell’Ottocento ed eroe della guerra con il Cile. Fondatore e ideologo dell’etnocacerismo è il padre di Ollanta, Isaac Humala, un avvocato con il pallino della politica che ha imposto ai figli tutti nomi di derivazione incaica (ma la madre, Elena Tasso, è di origine italiana). Fondatore dell’Istituto di Studi Etnopolitici, negli scorsi decenni Humala senior ha elaborato una dottrina nazionalista e socialista basata sul riscatto etnico della popolazione di origine india, che in Perù è maggioranza ma a livello politico, economico e sociale non conta quasi nulla.

L’etnocacerismo

In Perù molti osservatori hanno apertamente accusato gli etnocaceristi di razzismo e persino di nazismo. Sul finire degli anni Novanta i militanti del partito erano soprattutto reduci della guerricciola di confine con l’Ecuador, avviata nel 1995 dall’allora presidente Fujimori per vecchie questioni di frontiera. Veterani che agitavano la bandiera del nazionalismo peruviano e cavalcavano lo spettro di una “vittoria mutilata”, addossando al “Chino” le colpe per la grave crisi economica e morale in cui era precipitato il Paese andino dopo aver sconfitto, con le buone e molto di più con le cattive, la minaccia del terrorismo maoista di Sendero Luminoso. Ollanta Humala, ufficiale dell’esercito, aveva combattuto entrambe le guerre: quella subdola e scivolosa contro il terrorismo e quella ufficiale contro l’Ecuador. Così come il fratello Antauro, pure lui ufficiale, ancor più radicale nella lotta politica.

Il 29 ottobre del 2000, mentre il regime di Fujimori è scosso dagli scandali giudiziari e la popolarità del “Chino” è in picchiata, i due fratelli Humala, alla testa di una settantina di reduci, assaltano in armi una caserma nella cittadina mineraria di Locumba, denunciando l’illegalità del governo e chiedendo le dimissioni del presidente. Gli etnocaceristi contestano la corruzione imperante, anche ai vertici delle forze armate, e invocano più dignità per i militari e i reduci della guerra. La sollevazione dura un mese, poi gli insorti si arrendono. Poco dopo, grazie anche alla destituzione di Fujimori, i fratelli Humala fruiranno di un’amnistia, anche se verranno per sempre messi ai margini dell’esercito.

Ollanta si dedica agli studi universitari e alla politica, il fratello Antauro invece persegue strade più radicali. Cinque anni dopo, sotto la presidenza Toledo, Antauro Humala ritenta la via del colpo di mano: con un gruppo armato assalta un commissariato ad Andahuaylas, chiedendo le dimissioni del successore di Fijimori e la reintroduzione della vecchia costituzione del 1979. Questa volta le cose finiscono male: nello scontro a fuoco restano uccisi quattro poliziotti e due militanti etnocaceristi e quando Antauro si arrende viene arrestato, processato e condannato a 25 anni di carcere.

La carriera politica

I fatti di Andahuaylas peseranno come un macigno sulla carriera politica di Ollanta, che pure aveva preso le distanze dalle pozioni estremiste del fratello. Ritiratosi dall’esercito con il grado di tenente colonnello, nel 2005 Humala fonda il Partito Nazionalista e l’anno successivo si presenta alle elezioni presidenziali: raggiunge il ballottaggio ma l’appoggio di Chàvez (che lo indica ufficialmente come suo amico e futuro alleato) e la presenza nella coalizione di alcune formazioni di estrema sinistra gli costano il voto della classe media, che preferisce il discusso candidato dell’Apra (centrosinistra), Alan Garcia.

Nei cinque anni che l’hanno separato dalle elezioni presidenziali del 2011l, Ollanta ha lavorato soprattutto per rinforzare il partito sul territorio e per rimodellare la sua immagine di “estremista”, prendendo le distanze dall’etnocacerismo di famiglia. Secondo il sociologo Gonzalo Portocarrero, «l’ideologia razzista e autoritaria di Isaac Humala e dell’etnocacerismo,  nella versione più “light” di Ollanta risulta accettabile per molti».

Il programma di Ollanta

Nei mesi che hanno preceduto le presidenziali, le posizioni di Humala si sono via via moderate, anche in virtù dei consigli di alcuni “spin doctor” vicini all’ex presidente brasiliano Lula. Ed è probabile che nelle prossime settimane l’ex tenente colonnello debba smussare ancor di più i suoi angoli, in vista di un apparentamento con i moderati di Toledo.

Restano comunque i punti fissi del programma politico del Pnp: nazionalismo; socialismo andino (che rispetta le forme comunitarie tradizionali, i diritti, le proprietà comunali e il patrimonio culturale delle popolazioni di origine india); continuità con l’ideale della Grande Patria latinoamericana di Bolìvar e San Martìn; riferimento alla storia patria, in particolare all’esperienza imperiale degli Incas. E ancora: giustizia sociale, opposizione alla globalizzazione al neoliberismo (i cui principi sono stati inseriti nella Costituzione del 1993 voluta da Fujimori) e modifica del Trattato sul Libero Commercio con gli Usa, interventismo pubblico in economia (aumento del salario minimo, tassa sui profitti del settore minerario, acqua potabile per tutti, servizio sanitario gratuito e incentivi all’agricoltura), estensione dei diritti sindacali.

Un programma che può apparire “di sinistra”, se messo a confronto con la politica della destra neo-liberista; ma che in realtà appartiene a tutti gli effetti al patrimonio ideologico “tercerista” sudamericano, che spesso ha avuto proprio nei militari alcuni fra i suoi più convinti interpreti: da Peròn allo stesso Chàvez, dal messicano Càrdenas al peruviano Velasco, che non a caso figura nel pantheon ideale del Pnp di Ollanta Humala.

Buona parte della sinistra ha appoggiato Humala (non l’Apra, che al primo turno si è avvicinata addirittura al candidato filo-americano Kuczynski), ma il candidato nazionalista persegue la sua strategia di concertazione e coinvolgimento della società peruviana al di fuori degli schemi classici. Nei giorni scorsi ha trovato terreno fertile anche nella Chiesa: è stato ricevuto da Juan Luis Cipriani, potente cardinale primate, che secondo la stampa gli ha strappato un paio di promesse poco digeribili per i progressisti: niente aborto e niente legge sulle coppie di fatto.

Giorgio Ballario

 

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