Non dite “clandestini”. E il problema è risolto

Nomina sunt consequentia rerum, dicevano gli antichi, nella fattispecie l’imperatore bizantino Giustiniano. Che tradotto significa più o meno: “i nomi rappresentano la natura delle cose”, oppure che le parole sono diretta conseguenza dei fatti concreti. Vero, verissimo. Del resto nei vecchi proverbi, siano essi in latino, greco antico o nei più vari dialetti italiani, c’è sempre molto più di un fondo di verità.

Ma la saggezza degli avi non dev’essere nelle corde della portavoce dell’Alto Commissariato per i Rifugiati (UNHCR) Laura Boldrini, figlia del defunto deputato comunista nonché segretario nazionale dell’Anpi. Per la dirigente dell’Onu le parole di uso comune sono pericolose, possono ferire come pallottole. E infatti, parlando del tema principale delle ultime settimane, cioè l’emergenza immigrazione a Lampedusa, la portavoce suggerisce di adottare un linguaggio nuovo, addirittura conia lei stessa bizzarri neologismi.

Ecco le sue parole: «Il termine che va per la maggiore, il più inflazionato e utilizzato è senza dubbio “clandestino”, che porta sempre con sé qualcosa di negativo, un carico di pregiudizio. Clandestino è una persona che si deve nascondere, che è  pericolosa: usare questo termine significa bollare le persone che arrivano in Italia prima di sapere chi sono. (…) Usare la parola “clandestino” non è un’ esemplificazione. Significa contribuire ad alimentare la paura, l’ansia e avvelenare il pozzo poco a poco. Perché il linguaggio condiziona fortemente la percezione del fenomeno». Non solo, in un’intervista radiofonica ha chiesto a giornalisti e addetti ai lavori di usare il termine “migranti economici” in luogo di “clandestini”.

Perfetto. Questo sì che è un contributo fattivo alla soluzione dei problemi. Da domani basterà imporre per decreto l’adozione della terminologia politicamente corretta “Made in Boldrini” e con un tocco di bacchetta magica Lampedusa avrà risolto tutti i suoi guai. L’arrivo di alcune migliaia di “migranti economici”, anziché di banali clandestini tunisini, sarà accolto dagli abitanti dell’isola con i fuochi d’artificio e le città italiane si strapperanno il diritto ad ospitarli, una volta trasferiti sulla terraferma, nei “resort per ospiti itineranti” (tendopoli suona tremendamente cheap…).  Se poi con una ventata d’internazionalismo li ribattezzeremo “voyageurs économiques”, state certi che alla frontiera di Ventimiglia i gendarmi di monsieur Sarkozy in Bruni li accoglieranno con i pasticcini e una coppa di champagne, invece di rimandarceli indietro a calci in culo come fanno ora.

Chissà perché nessuno ci ha pensato prima, meno male che è arrivata la signora Boldrini ad aprirci gli occhi! Infatti è noto che da quando la correttezza politica impone di chiamare “non vedenti” i ciechi, questi ultimi hanno ripreso a vedere;  così come gli “audiolesi” a sentirci benissimo e i “diversamente abili” a disputare le Olimpiadi. Da quando vengono chiamate “escort”, invece, le prostitute continuano a svolgere più o meno la solita attività, ma se non altro si fanno pagare molto più di prima.

La portavoce dell’Alto Commissariato per i Rifugiati, evidentemente, non riesce neppure a concepire l’idea che «l’immagine negativa, carica di pregiudizi, che alimenta la paura, l’ansia e avvelena il pozzo poco a poco» non dipenda dalle parole che si usano per descriverlo; ma dal fenomeno stesso. Cioè dall’arrivo indiscriminato di una marea (Berlusconi con un’iperbole esagerata l’ha definita “uno tsunami umano”) di maschi giovani, tra i 20 e 30 anni, pronti a tutto, privi di risorse economiche e culturali (anche se i supporter dell’immigrazione ad oltranza ci assicurano che molti sono laureati), provenienti da una cultura molto diversa dalla nostra e con una religione guardata con sospetto dalla stragrande maggioranza degli italiani. Nessun giudizio di valore, ma una semplice fotografia della realtà.

È questo che genera ansia, timori, sospetti; non l’uso della parola immigrazione clandestina. Vogliamo fare una scommessa? Adottiamo pure il lessico suggerito da Laura Boldrini, ma se non cambia la situazione (cioè se non si riuscirà a regolare i flussi, a bloccare gli arrivi indiscriminati, a indebolire la mafia dei trafficanti di uomini e a migliorare i termini dell’accoglienza) in capo a un anno la parola “migranti economici” avrà assunto lo stesso valore negativo di “clandestini”. Perché nomina sunt consequentia rerum e non viceversa, come vorrebbero i sacerdoti della correttezza politica.

In risposta ai furori lessicali della portavoce dell’Alto Commissariato, può essere utile ricordare le parole del filosofo post-marxista Costanzo Preve, una voci più interessanti della sinistra non conformista: «Il politicamente corretto è per sua natura un pensiero integralmente privo di dialettica, perché intende impedire anche solo l’enunciazione verbale di possibili contraddizioni, e promuove un mondo simbolico normalizzato in cui tutte le discriminazioni, all’infuori di quella derivante dagli spaventosi differenziali di potere, consumo… e reddito, vengono demonizzate». E a questo punto c’è poco altro da aggiungere.

Giorgio Ballario

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Giorgio Ballario

 

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