Michel Delon. L’invenzione del boudoir

Sia reso elogio alle privatissime delizie del settecentesco “boudoir” in questi tristi giorni che vedono l’intimità spiata e strapazzata! Eh, già, non siamo più ai tempi dell’Ancien Régime, quando i “tiranni coronati” che presiedevano alla Giustizia si guardavano bene dal giustiziare la “gioia di vivere”!

Un bieco privilegio dei soli aristocratici, il “piacere”? Può darsi, ma sicuramente anche l’atmosfera “generale” non era così cupa e oppressiva, pregna di furore inquisitorio e di sommario giustizialismo, come quella che la Rivoluzione Francese, con  le sue schiere di “incorruttibili” inquisitori/ ghigliottinatori, avrebbe fatto gravare su Parigi e dintorni.

Charles-Maurice Talleyrand – uno che di sicuro se ne intendeva, visto che aveva trafficato, e ai piani alti della responsabilità politica, con gli splendori delle corti, con le ebbrezze rivoluzionarie, con l’autoritarismo del Bonaparte, col legittimismo restauratore, con le nuove idee liberali…- ripeteva spesso: «Coloro che non hanno conosciuto l’Ancien Régime non potranno mai sapere cos’era la dolcezza della vita».

Ora, di quella intrigante dolcezza il “boudoir” era indubbiamente il contrassegno: un vero e proprio, e perfettamente “architettato”, scrigno di voluttà. Ragion per cui definirlo il salottino personale dove Madame andava a incipriarsi il naso, accoglieva gli ospiti, veniva sedotta o seduceva, significa un po’ svilirne l’immagine. Quella che invece Michel Delon, appassionato alfiere del “privato”, evoca e celebra, in un momento in cui, come giustamente nota, «c’è più di un Grande Fratello per seguirci con lo sguardo fin dentro la nostra intimità» (L’invenzione del boudoir, Le Lettere, pp. 120, euro 15).

Alle origini del “boudoir” si trova sicuramente lo “studiolo”. Figlio del Rinascimento italiano, è uno spazio che il Principe riserva a se stesso. A un tempo, biblioteca, piccolo museo, gabinetto di lavoro, oratorio, lo studiolo è lontano dalle sale di cerimonia e di ricevimento, e il Principe lo fa costruire a propria immagine, disseminandolo di ritratti, oggetti simbolici, motti ecc.

Segue, nei palazzi e nelle residenze parigine del Seicento, il “cabinet” che nasce dall’intento di separare ciò che è aperto ai visitatori da ciò che è riservato agli amici intimi nonché a personali esigenze del più vario genere. Insomma, il “cabinet” può riguardare la preghiera e la toeletta, i bisogni fisiologici e il disbrigo della corrispondenza, la meditazione e la lettura.

Il “boudoir” fa la sua comparsa all’inizio del XVIII secolo, come variante femminile del “cabinet”, e diventa ben presto quel «lussuoso recesso d’amore», che nella letteratura avrà le declinazioni più varie, sempre all’insegna del libertinismo: dai giochi e dalle galanterie di Marivaux, Crebillon, Beaumarchais, ai raffinati, cinici e perfidi meccanismi seduttivi di Choderlos de Laclos (le sue Relazioni pericolose sono un classico dell’erotismo di tutti i tempi), alle sulfuree prelibatezze intellettuali del Marchese de Sade, che affida alla Filosofia nel boudoir le proprie riflessioni di immoralista rivoluzionario, paradossalmente, però, tanto “moderato”, da evitare per poco la ghigliottina negli anni del giustizialismo giacobino.

Ma torniamo al nostro “boudoir”. Quale l’etimologia? Il termine deriva dal verbo “bouder” che significa “tenere il broncio”. Dunque, all’inizio, un “cabinet” ad esclusivo uso femminile, dove signore o signorine si ritiravano in solitudine quando erano di malumore. Ma, come osserva Delon, «il broncio solitario non è, il più delle volte, che un abile pretesto o un preludio a un boudoir a due».

Lussuoso ed esclusivo, il “boudoir” è costruito per l’amore, ha percorsi intricati ed una struttura ermetica che respinge la curiosità volgare dei non-iniziati: da esso nulla deve trapelare all’esterno al punto che, come scriverà Balzac nella “ Fille aux yeux d’or”, vi si potrebbe “assassinare qualcuno” in tutta tranquillità.

“Recinto di fantasticheria, di evasione e di vertigine”, il “boudoir”, come ricorda la Vestroni, ha una scenografia che evoca la sensualità, il desiderio, l’eros, e con essi, naturalmente, il corpo; ed è perfettamente, “plasticamente”, inserito in un “piano” architettonico volto ad adattare le strutture ideali di una casa alle esigenze reali di chi ci vive dentro.

Il “boudoir” è il più privato degli spazi privati, l’”interno più interno”, l’”intimo” per eccellenza, dove, tra “lusso, calma e voluttà”, poltrone e divani dai nomi suggestivi (“ sopha”, “sultane”, “canapé”, “ottomane”) e costruiti in maniera tale che le donne vi si ritrovino “semisdraiate” ( e dunque ben disposte), scialo di ninnoli, di quadri, di specchi,  si svolge il complesso rituale del corteggiamento, con arretramenti e ritrosie, concessioni e capitolazioni, fino al previsto esito.

Ma chi è il “vincitore” e chi il “vinto” nel “gioco di ruolo” che vi si svolge ? Chi meglio appaga il proprio “Io”? Difficile a dirsi. Per gli amanti delle massime, comunque, così parlò il Divino- e Satanico- Marchese: «Non esiste passione più egoistica di quella della lussuria».

Mario Bernardi Guardi

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