La Roma è dei romani. DiBenedetto uno di noi

L’articolo che segue è stato pubblicato oggi, 18 aprile, sul Secolo d’Italia.

La redazione

MA QUALI AMERICANI?
SONO ITALIANI CHE RITORNANO
miro renzaglia

Dicono che sia cosa fatta. Mancano alcuni dettagli, qualche firma e poi l’A.S. Roma cambierà proprietari e presidente. La stagione della famiglia Sensi, lunga 18 anni, con molti alti e qualche basso risultato, è alla fine. Arriveranno i cosiddetti americani: un gruppo di imprenditori bostoniani già coinvolti nel mondo di altri sport tipicamente yankee: il baseball, il football (quello che rassomiglia al rugby, non il calcio) con buoni successi, a quanto è dato di sapere. L’A.S. Roma, così, sarà la prima società nella storia del calcio italiano a vantare (se di vanto si può parlare) una proprietà straniera.

Davanti alla novità, il fronte della tifoseria giallorossa si è disunito fra chi teme uno stravolgimento delle tradizioni della “magica” e chi sogna investimenti economici senza limiti per rifondare una squadra che di vera e propria rifondazione ha bisogno. Soprattutto fra gli identitaristi irriducibili della romanità c’è chi storce il naso e pronuncia il veto: gli americani, no… gli americani, mai, dettato da pulsioni che oscillano fra vecchi risentimenti nostalgici mal collocati e nuove idiosincrasie no-global o anti-global peggio digerite.

Che gli imprenditori che stanno per rilevare la società abbiano il passaporto americano è cosa vera. Ma leggiamone i cognomi: DiBenedetto, D’Amore, Pallotta, Ruane. Senza neanche dover ricorrere ad indagini anagrafiche, balza con evidenza agli occhi la loro ascendenza italiana. E per loro esplicita memoria storica, sono nipoti di emigrati italiani che hanno mantenuto con il paese d’origine dei loro nonni un legame non solo affettivo ma anche effettivo, come quasi sempre capita a chi per ragioni che non staremo qui ad analizzare, ha dovuto lasciare la patria di origine per cercare fortuna dove questa gli veniva promessa. Ora tornano, probabilmente attratti anche dalla possibilità che i loro investimenti diventino un business. Ma se fosse solo per questo, ci sarebbero ben altri campi finanziari dove gettarsi piuttosto che su quelli di calcio. Perfino Berlusconi, uno che il business ce l’ha nel midollo spinale, li ha messi all’erta: con il calcio non c’è guadagno.  E dove non c’è guadagno la remissione è certa, si dice a Roma. Come sa bene la famiglia Sensi che per arrivare ai successi della loro gestione (uno scudetto, qualcun altro scippato, un paio di Coppe Italia, una supercoppa, diverse qualificazioni in Champions League, uno stabile posizionamento nella élite del calcio nazionale ed europeo), si è dissanguata economicamente. E siccome il quartetto di signori “americani” non è fatto di sprovveduti, credo che si facciano poche illusioni sulle possibilità di trarre dal loro investimento ulteriori arricchimenti personali. Anche se è un loro diritto provarci. Il che, poi, dovessero anche riuscirci, non è detto che risulti controproducente per le sorti calcistiche della Roma. Staremo a vedere, ma è molto probabile che a muovere il loro interesse sia – come dicevo all’inizio – il desiderio di saldarsi con la terra delle loro origini. E il nome di Roma, in questo senso, non poteva che essere la migliore delle molle.

Da tifoso, ho gradito molto la sobrietà della conferenza stampa con la quale Thomas DiBenedetto ha ufficializzato il raggiunto accordo con la Unicredit per la transazione societaria avvenuta: una semplice maglia giallorossa  esibita sul tavolo e una torta fatta in casa con la scritta “Forza Roma”. Niente altro: nessuna sguaiatezza, nessun lustrino. Insomma: nessuna americanata. Le americanate, invece, le hanno fatte, probabilmente per eccesso di zelo, i miei contifosi: sabato scorsa allo stadio e, prima ancora, davanti ai cancelli di Trigoria e nel corso della visita di DiBenedetto nello storico club giallorosso di Testaccio con un tripudio di bandiere americane. Senza contare l’inopinato titolo con il quale il Corriere dello Sport ha dato la notizia della firma nei giorni scorsi: “La Roma è americana”. E, allora, c’è da chiedersi da chi temere lo snaturamento della tradizione del nome, della storia e della maglia giallorossa: se dai nuovi dirigenti o da noi stessi. Sarà pur vero che un certo culto per l’America il romano se lo cova in petto: quello straordinario film di Alberto Sordi con la regia di Steno, Un americano a Roma, sta lì a dimostrarlo da decenni. Ma è pur vero che, a conti fatti, il grande Nando Meniconi, pur non rinunciando al suo sogno del Kansas City, finisce per devolvere gli intrugli da cow-boy, latte marmellata e mostarda, a cimici sorci e mici, prendendo d’assalto la cofana di maccaroni che insistentemente lo “provocava”.

Ecco, fosse dipeso da me, avrei accolto Thomas DiBenedetto invitandolo a pranzo al “Bucatino” e, fra una pajata, una coda alla vaccinara, e un bel litrozzo di vino sincero dei castelli, gli avrei detto semplicemente: “Bentornato a casa”. Così, tanto per far sentire il sapore vero dell’Urbe ad un figlio italiano che, dopo essersi sudato la vita ed il successo dall’altra parte dell’Atlantico, torna per dare nuovo lustro a questa associazione sportiva che di Roma è identità. Sono certo che anche lui avrebbe gradito assai di più.

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