Fumett’Altro. Jean-Marc Reiser, il libertario

Il prossimo 13 aprile Jean Marc Reiser (nato a Réhon nel 1941) avrebbe festeggiato settant’anni e invece se n’andato da un pezzo: il 5 novembre del 1983, a soli quarantadue anni. Pochi ma intensi, gran parte dei quali spesi a combattere ogni conformismo sociale a suon di vignette. Aveva iniziato a seminarne sin da ragazzino, ovunque fossero disponibili a pubblicargliene.

Meno che ventenne, nel settembre 1960, è tra i fondatori di “Hara-Kiri”, la rivista satirica diretta da Georges Bernies, alias professore Choron, con François Cavanna caporedattore. Accanto a lui si formerà una squadra formidabile: autori come Gébe, Cabu, Wolinski e Fred. Il giornale si autodefinisce «stupido e cattivo» e non c’è motivo per non credergli, visto che la magistratura ne interdirà più volte le pubblicazioni. Nel novembre del 1970, toccherà direttamente al ministro dell’interno bloccarne la distribuzione: la morte del generale Charles de Gaulle, per usare un eufemismo, era stata “salutata” senza il necessario rispetto. Divieto che sarà aggirato cambiando una volta di più nome alle pubblicazioni delle Editions du Square: nasce così “Charlie Hebdo”, il settimanale corsaro di tradizione libertaria che non fa sconti né alla destra né alla sinistra.

Libertario per vocazione è stato Reiser, definito il disegnatore più irriverente di Francia, perché in vita non s’è mai preoccupato di compiacere alcuno. Al contrario: con la sua matita si divertiva a spogliare chicchessia dagli abiti di circostanza, senza sudditanze. Che si trattasse di “nemici” forti e ben riconoscibili, come la Chiesa, o più sottili e ben nascosti tra le pieghe della quotidianità – la solitudine, l’incomunicabilità, l’ipocrisia della società contemporanea – non faceva differenza. La politica, con i suoi rituali, immobile nel suo linguaggio enfatico quanto stereotipato, non veniva certo risparmiata. E non c’è stata moda che Reiser non si sia affrettato a demolire, smantellandone i luoghi comuni e gli artifici retorico-ideologici: dal nascente femminismo al suo opposto esatto e contrario, il maschilismo.

Paradossale che un maestro come lui sia pressoché sconosciuto da noi, soprattutto tra i più giovani, malgrado abbia disegnato tra l’altro il poster de La grande abbuffata, il film diretto da Marco Ferreri nel 1973, feroce j’accuse alla società dei consumi. Una lacuna difficilmente colmabile, almeno finché qualche editore non si deciderà a ristamparne i libri, ormai introvabili. Per rimediarne qualcuno, non rimane che affidarsi a ebay e magari imbattersi in quelli editi prima della morte – Storie di ricchi e poveri (Edizioni Della Vetra, 1972) e Vita all’aria aperta (Milano Libri, 1974) – o dopo, tra la fine degli anni Ottanta e i primi Novanta: Le orecchie rosse, Le amiche, Contronatura e Mio papà (Rizzoli Milano Libri). Se poi siete particolarmente fortunati potreste procurarvi la raccolta de Il porcone, edita sempre dalla Milano Libri nel 1986, un quarto di secolo fa. Nel nostro paese questa serie provocatoria – creata e disegnata da Reiser – venne pubblicata originariamente da Linus negli anni Settanta.

Il protagonista, che dà il nome alla saga, è un ultraquarantenne a dir poco trasandato, sporco, puzzolente, perennemente con la barba incolta e in mutande (rigorosamente macchiate) e immancabilmente con un testicolo penzoloni. Un depravato, senza dubbio. Senza arte né parte, né Chiesa né partito, né etica né morale. Indifferente al giudizio altrui come alle sorti del mondo. Privo di scrupoli come anche di ideali. Potremmo definirlo un Andy Capp all’ultimo stadio o, meglio ancora, un cugino di Henry Chinasky, l’antieroe/alter ego di Charles Bukowski. Sì, perché il Porcone non ha nulla da “invidiare” al “vecchio porco” di bukowskiana memoria.

Il loro manuale di sopravvivenza prevede poche priorità: bere, mangiare e scopare. Amano le donne ma senza considerarle migliori di loro, tanto da essere stati promossi sul campo nemici pubblici numero uno dal femminismo militante. Non rispettano alcun bon ton e si muovono come elefanti nella cristalleria del politicamente corretto. Non c’è alcuna Grande Idea che possa intenerirli. Il porcone dice le cose come stanno, senza nascondersi, senza incipriare le parole. Agisce senza preoccuparsi dello scandalo che i suoi comportamenti possono creare. Un esempio? Sale su trampolino della piscina comunale, si abbassa le mutande e piscia nell’acqua. I bagnanti escono urlando dall’acqua e prendono a urlargli contro. Lui, sornione, si limita a commentare: «Ma cos’hanno? Tutti pisciano nell’acqua!». E ancora: specialista in peti, si diverte a sparare le sue puzze un attimo prima di uscire dall’ascensore, solo per godersi l’espressione tra lo stupito e il disgustato delle persone. I diversamente abili? Per lui restano handicappati e non si fa scrupolo di toccare le palle a un cieco che fa la carità. Non c’è autorità che riconosca: sbeffeggia le guardie inglesi (esattamente come farebbe Andy Capp) e ci prova con attempate signore di un circolo ricreativo o con giovani donne bloccate da un colpo della strega (prassi bukowskiana).

Perché il sesso è un atto liberatorio e come tale va vissuto, malgrado l’ipocrisia dei benpensanti. La stessa che ancora nel 2004 ha ispirato il cartello con cui si mettevano in guardia i visitatori di una mostra dei suoi lavori al Centro Pompidou: «Alcune delle tavole qui esposte – recitava – potrebbero urtare la vostra sensibilità».

Se Reiser ne avrebbe riso, il porcone probabilmente avrebbe risposto con un peto. Era/è un disadattato? Forse, sì. Ma per certi versi era in prima linea contro ogni sorta di tabù del suo tempo, irriducibile avversario delle convenzioni sociali. Alfiere della rivoluzione sessuale, lotta per noi, fa quello che chiunque vorrebbe fare senza averne il coraggio o perché “non sta bene”. Conquista il tratto essenziale dell’autore, quasi che le storie fossero tratteggiate di getto e senza filtri. Effetto reso perfettamente dall’uso dell’inchiostro, apparentemente sbavato come «spennellature di catrame su una stradina buia, sconnessa e a senso unico». Il tutto rende le storie immediate e dirette, vere, credibili. La sua schiettezza – chiamiamola così – finisce per rendere il porcone simpatico e inevitabilmente il lettore arriva a domandarsi: è lui a essere disgustoso o sono le persone “normali”, intrappolate dalla dittatura della consuetudine? Reiser è spietato quanto esilarante nel ridicolizzare l’uomo medio francese – abbastanza simile a quello italiano – come fa nella raccolta di tavole dal titolo La famille Oboulot aux vacances: l’odissea di un padre costretto alle ferie dalla moglie su una delle spiagge più popolate della costa francese.

Autore assai prolifico, passa disinvoltamente dall’attività di sceneggiatore per autori come Mandyka, Gotlib, Cabu, Alexis, Mézières a quella di vignettista dissacrante su numerose testate: da Le monde libertaire a Paris-Match, da Le Nouvel Observateur a Le Monde. Capace di far ridere con i suoi sberleffi e l’ironia feroce, ma anche di far riflettere. Ambientalista ante litteram – e decisamente sui generis – è stato tra i primissimi a denunciare con le sue provocazioni eco-creative l’emergenza ambientale e a suggerire il ricorso a forme di energia alternative, quella solare in particolare.

«Chi fuma si avvelena di cancro ai polmoni – chiosava con il suo disincantato cinismo – ma coloro che non fumano, si ammalano di cancro al culo». Comunque vada, insomma, siamo spacciati. A lui – beffa atroce – toccò uno dei compagni di strada meno piacevoli per prepararsi all’ultimo viaggio: il cancro alle ossa.

E oggi riposa a Parigi, neanche tanto bene, a dirla tutta, perché la sua tomba nel cimitero di Montparnasse – dalla stravagante forma di un’ala, ché Reiser è stato un appassionato di aviazione – è una delle più visitate. Se ci capiterete, sappiate che una risata sarà più gradita di una lacrima.

Roberto Alfatti Appetiti

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