Cara Meloni, la vita è adesso…

Sabato 9 aprile a Roma e in molte città italiane si è svolta una mobilitazione dei giovani precari dal titolo “Il nostro tempo è adesso – La vita non aspetta” (ne avevamo parlato sempre qui su Il Fondo un paio di settimane fa, leggi QUI). Sono stato presente a quella romana, e devo dire che è molto ben riuscita, per il tema e per le tante facce giovani scese in piazza a rappresentare una generazione che non può più “aspettare” per realizzare la propria vita.

Ho letto con interesse anche la lettera del ministro della gioventù Giorgia Meloni inviata agli or ganizzatori della manifestazione. Interessante perché l’ex portavoce dei giovani di AN nel suo messaggio, e questa è una cosa rara per un ministro del governo Berlusconi, ha almeno cercato di comprendere le istanze e le richieste di chi scende in piazza. Un atteggiamento intelligente, a differenza di quello usato dal ministro Sacconi o dal ministro Gelmini che bollano ogni manifestazione con giudizi inutili come “sono ideologici”, “sono figli di una vecchia ideologia”, “sono tutti radical-chic”, ecc..

Nella lettera, che è visibile sul profilo Facebook del ministro, però si fanno degli appunti ai manifestanti secondo me completamente fuorvianti, “mischiando le carte” come è solito fare questo esecutivo di fronte ad ogni problema, non affrontando mai la questione che viene sollevata. Scrive testualmente la Meloni: «Sono d’accordo, ma devo confessarvi che – dopo aver letto il vostro manifesto – ho qualche timore. Non possiamo correre il rischio di scendere in piazza e alzare la voce per difendere non i nostri diritti ma quelli di chi ce li ha scippati. Proprio come pochi mesi fa quando gli studenti hanno manifestato in difesa dei privilegi dei baroni. Non possiamo correre il rischio di cadere nella trappola di chi ci ha preceduti: cercando di accaparrare per noi stessi privilegi fuori dal tempo senza farci scrupolo di scaricarne i costi sulle gene razioni che verranno».

Quali diritti stanno chiedendo i giovani italiani? Stanno chiedendo (e lo si può leggere sull’appello che ha messo timore alla Meloni sul sito “Il nostro tempo è adesso) il diritto all’istruzione pubblica, il diritto alla saluta, all’abitare. Insomma il diritto di costruirsi un futuro, che non è una pretesa fannullona (o radical-chic, che è ormai l’offesa più in bocca nella destra italiana). Il ministro Meloni definisce questi diritti come “fuori del tempo”! Può essere fuori dal tempo chiedere che la propria università funzioni? O che nelle scuole pubbliche ci siano materiali che permettano lo svolgimento della didattica? E’ una pretesa fuori dal tempo chiedere una regolamentazione per gli affitti degli s tudenti che pagano 500 euro per uno sgabuzzino? E’ una pretesa fuori dal tempo chiedere un contratto di lavoro che mi tuteli se mi ammalo? E’ chiedere un sacrificio ai miei figli tutto questo? Non commento nemmeno il passo che afferma che le proteste di dicembre contro la Gelmini erano una difesa dei privilegi dei baroni, perché non mi pare nemmeno il caso.

Il ministro continua: «Non possiamo correre il rischio che la rivendicazione di un futuro migliore si risolva nella semplice pretesa di entrare nella cittadella dei tutelati dalla quale siamo rimasti chiusi fuori. Ma che successo sarebbe il nostro, anche in caso di vittoria? Avremmo forzato un sistema in bancarotta aggravandone ancora il conto e lasciando macerie ancora più devastate a chi verrà dopo noi. Se vogliamo alzare la voce, dobbiamo anche avere il coraggio di cambi are slogan e ritornello. Se vogliamo alzare la voce, deve essere per dimostrare che siamo meglio di chi ci ha preceduto. Dobbiamo avere il coraggio di scelte impopolari che forse produrranno frutti più per i nostri figli che per noi. Dobbiamo avere il coraggio di deludere chi ci vorrebbe sulle barricate di un conflitto generazionale e rispondere con un patto di solidarietà tra le generazioni. E’ inutile rimpiangere un sistema che non ci possiamo più permettere, ma è possibile impegnarsi per costruirne un nuovo in cui sia possibile vivere e non solo sopravvivere».

E’ su questo punto che ruota tutto il discorso del ministro: «quelli prima di noi si sono mangiati tutti, in nome di questi diritti e ora noi non possiamo più mangiare come loro!». Probabilmente è vero che gli italiani, popolo parassitario purtroppo per indole, ha trovato nello stato sociale un modo per “mangiare” a discapito di chi, magari, aveva veramente bisogno dello stato sociale. E’ anche vero però che il sistema Mondo, e il sistema Italia, non sono andati in crisi per questo. Il discorso della crisi mondiale è molto più complesso ed è da idioti ridurlo così. Però, ed è questo il discorso che da più parti si è sollevato, non si può scaricare tutta la crisi addosso a chi non ne è colpevole. E questo non è uno slogan e un ritornello, ma è un dato di fatto: come può questa generazio ne costruire e “dimostrare che siamo meglio di chi ci ha preceduto” se non si investe su questa generazione? E di quali figli parliamo, se nessuno di noi può minimamente pensare di fare dei figli?

In molti quando sentono questi discorsi dicono che è solo vittimismo. O che siamo dei borghesi, che alla fine ci preoccupiamo solo del nostro benessere. Può anche essere, e anzi sono convinto che da questa crisi farà uscirà una generazione più forte di quella che ci ha preceduto, anche se ora l’orizzonte sembra essere ancora molto buio. Ma la classe dirigente italiana, che è vecchia, decrepita e afflitta da un’avidità quasi compulsiva, non si rende conto (e la Meloni in primis, che vecchia poi non è) che non è questa la soluzione per uscire dalla crisi. Se soluzione si può chiamare. Perché togliendo i diritti (che nono sono privilegi) ai giovani si toglie loro ogni possibilità di crescita e di riuscita personale. Perché seppur nella crisi bisogna investire sulle classi giovani, perché altrimenti, da questa crisi non usciremo mai. Altro che sbarchi a Lampedusa…

Simone Migliorato

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