Asor Rosa e il golpe “democratico”. Per chiudere il discorso

Ma, sì. Forse ha ragione Antonio Pennacchi che intervenendo sul magazine online che dirigo, il Fondo, ha derubricato così la sortita di Asor Rosa: «La sua è una provocazione estetica, non un manifesto politico: è un vaffanculo dentro un bar, è un urlo artistico, una creazione mitopoietica». Può essere, mica dico di no. Eppure, un poeta qual è Pennacchi, dovrebbe sapere bene che le parole hanno un certo peso. Che messe in circolo, certe parole, tanto più se sono “d’ordine”, possono procurare più danni delle pistole vere e proprie o, quanto meno, ne possono essere il cane alzato.  E poi, così d’acchito, mi chiedo cosa sarebbe successo al sottoscritto, con la storia che ho, se su questa o altre pagine avessi esplicitamente invocato l’intervento dell’esercito per ripristinare l’ordine democratico, previa – s’intende – la sua momentanea sospensione. Il fatto è che a me infastidisce anche soltanto ipotizzarla per via teorica e provocatoria una cosa del genere. E, poi, il manifesto non è esattamente il bar dietro l’angolo dove fra una briscola e un tressette si possono sparare le prime cazzate che ti vengono in mente. O lo è?

No, non lo è. Anzi, per l’alta considerazione che ho per lo storico “quotidiano comunista”, sono proprio indotto a credere che abbiano pubblicato quell’articolo nella profonda convinzione di condividerlo. E’ la deriva di una certa sinistra che ha l’ossessione di Berlusconi e del berlusconismo. Il loro ragionamento è devastante nella sua linearità: non si riesce a liquidarlo politicamente? Non si riesce a farlo fuori nemmeno per via giudiziaria? La rivoluzione non si può fare? E vabbeh, dài: facciamo un golpe. Probabilmente non se ne sono resi conto, ma questa uscita è l’ennesima vittoria proprio del nemico che vorrebbero abbattere. E’ la vittoria del Berlusconi che è dentro di noi: ma quale parlamento, ma quale democrazia, “ghe pensi mi”. E poco deve essere sembrato importante ad Asor Rosa e ai compagni del manifesto che quel “mi” non è neanche un “mi” ma è un “lu”. “Lu”: il poliziotto, il carabiniere. E il popolo? Zitto e a cuccia che “ti” non servi a niente.

A me fa impressione proprio questo rovesciamento dei paradigmi. “Aridatece er Principe Borghese”, verrebbe da ingiungere. Ma una volta, non era la destra reazionaria a sostenere, in maniera neanche tanto velata, che di fronte al pericolo per le sorti della nazione, l’unica medicina fossero i “colonnelli”? E che differenza c’è fra il “pericolo rosso” di ieri e il pericolo “antidemocratico” oggi, se la medicina prescritta è la stessa? Ci si è riso tanto su quel film con Ugo TognazziVogliamo i colonnelli, appunto – che mai e poi mai mi sarei aspettato che la sinistra, proprio quella sinistra che si pretende libertaria in quanto comunista, o comunista in quanto libertaria, quella sinistra che uscì dal Pci per non farsi complice dell’invasione dei carri armati russi in Cecoslovacchia, potesse proporre un remake che, come tutti i remake, fa sempre ridere un po’ meno della versione originale. Anche perché Asor Rosa che interpreta la parte del mitico golpista Giuseppe Tritoni, non ce lo vedo proprio: non ha le fisic du role.

Ora, io non sono un fanatico sostenitore del dogma che il popolo, proprio come il duce del tempo che fu, abbia sempre ragione. A volte ce l’ha, e a volte no. Senza troppe metafore, sono assolutamente convinto che chi dovesse tornare a votare Berlusconi, dopo le splendide prove al contrario che ha dato come “regnante”, avrebbe torto marcio. Tuttavia, mi chiedo  pure se abbia ragione chi, in astio a lui, ne adotta il medesimo identico modello fino ritenere sacrosante le epifanie dell’ultrà Asor Rosa.  Non mi stancherò di ripeterlo: Berlusconi va battuto per via politica. Qualsiasi altra soluzione, da quella giudiziaria a  quella militare otterrà il mirabile effetto di riconsegnarcelo come vittima e martire di un “sistema” che lui aveva avuto la presunzione di riformare. Se ne faccia una ragione la sinistra: nella guerra della comunicazione, Berlusconi avrebbe di nuovo partita vinta. E non ce lo toglieremmo mai più dalle scatole.

miro renzaglia

.

.

.

 

 

Condividi
  • Print
  • Digg
  • StumbleUpon
  • del.icio.us
  • Facebook
  • Yahoo! Buzz
  • Twitter
  • Google Bookmarks