Antonio Pennacchi. Sfida a Berlusconi

L’intervista che segue è stata pubblicata oggi, venerdì 29 aprile, sul settimanale Gli Altri. Domani, il periodico verrà presentato a Latina [vedi locandina sotto].

La redazione

IL FASCIOCOMUNISTA:
«NELLA MIA LATINA UN’ALLEANZA
CONTRO L’ANTISTATO BERLUSCONI»
Intervista a cura di Miro Renzaglia

Ha bisogno di presentazioni su questo giornale Antonio Pennacchi? Probabilmente no, ma due righe per rinfrescare la memoria converrà scriverle, ma giusto due. Nell’essenziale: è l’autore del romanzo Il fasciocomunista (Mondadori, 2003), da cui è stata tratta la non fedelissima sceneggiatura per il film Mio fratello è figlio unico (2007), è il vincitore in carica dell’ultimo Premio Strega con l’ormai celebratissimo Canale Mussolini (Mondadori, 2010), ha ripubblicato quest’anno il suo romanzo d’esordio Mammut (sempre Mondadori, 2011). Una certa passionaccia per la politica ce l’ha sempre avuta: prima militando nel Msi, poi in Servire il Popolo e, da qui, nel Pci, nel Psi, nella Cgil. Vanta un primato assoluto: quello di essere stato espulso da tutte le organizzazioni di cui ha fatto parte. Ora ha in tasca la tessera del Pd ma la vocazione all’eresia non l’ha persa. A Latina-Littoria – come la chiama lui con rigore storiografico – ha proposto per le amministrative di maggio una lista fasciocomunista: “Pennacchi per Latina-Fli”. Dove per Fli è intesa la neoformazione dei finiani fuoriusciti dal Pdl e dove, insieme ai suoi amici “bolscevici neomaoisti” hanno aderito, tra gli altri e in ordine sparso: l’ex direttore del Secolo d’Italia Luciano Lanna, Filippo Rossi, lo storico medievalista Franco Cardini, i deputati Fabio Granata e Claudio Barbaro, il neo-futurista autore  di “Rosso Trevi” Graziano Cecchini. Ovviamente, era proprio di quest’ultima iniziativa che volevo chiedergli, ma lui mi ha stoppato sul nascere: «Basta che nun parlamo de politica». E così mi sono rassegnato.

Parliamo di Latina, allora, la protagonista assoluta dei…

Intanto pe’ comincia’, chiama le cose col loro nome: Latina-Littoria. De dove sei tu? De Roma? Ecco: vorrei vede’ te se a un certo punto te cambiassero er nome della città tua. Dice: “Sì, ma Roma mica l’ha fondata Mussolini. E Littoria sa troppo de fascismo”. E che vor di’? Allora, te rispondo che Romolo era un assassino del fratello suo. Che famo? A Romolo che ha fondato Roma e j’ha dato il nome, jela mandamo bona e a Mussolini che ha inventato Littoria, invece lo volemo cancella’ dalla storia cambiando er nome alla citta sua? Poi, vabbè, ormai so’ sessant’anni che se chiama Latina: più tempo de quanto se sia chiamata Littoria. Pe’ questo se vinco le elezioni vojo er doppio nome: Latina-Littoria… Vaffanlippa, va: m’hai fatto perde’ er filo der discorso. Che volevi sape’ de ‘sta città?

Osservavo che Latina-Littoria è la protagonista dei suoi romanzi e che…

Ah! sì: me ricordo. Stamme a senti’. ‘Sta città l’avemo fatta in due: Mussolini e io. Lui c’ha messo prima de tutto la bonifica. Poi: le case, la torre, la chiesa, le strade e le piazze. Lui c’ha messo la materia, insomma. Ma io, con la mia scrittura, coi miei romanzi, j’ho dato l’anima. E tie’ presente che nei romanzi mia, e pure nelle altre cose che ho scritto, nun me so’ inventato niente. Perché io scrivo solo de quello che so’ direttamente, perché la mia è una famija de coloni, e su quello che me raccontano i testimoni delle vicende che narro. E se qualcosa nun la so’, prima de scrive fregnacce, me informo bene, io… Me rimproverano de ave’ fatto una lista mettendoci dentro gente che non è de Littoria… Aho! Ma candidato nella lista mia ce sta Franco Cardini, uno storico di fama mondiale. Vojo proprio vede’ quanti latinesi puri sanno de Littoria più de quello che sa lui. Ma nun me rompessero i cojoni…

Nel suo romanzo, Il fasciocomunista si nota una…

Il fasciocomunismo è una metafora poetica. Mo’ tu che fai er giornalista, de metafore che cazzo ne sai? Te lo spiego io. Metti il caso di Latina-Littoria: Mussolini ha levato la terra ai ricchi e l’ha data ai poveri, ai coloni. ‘Sta cosa è de destra o de sinistra? E’ chiaro che ‘ste due categorie non servono a defini’ la questione.  Quando le parole secche non bastano a chiarire uno stato di cose, i poeti, colle metafore, risolvono er deficit de comprensione. Dice: “Sì, ma i comunisti e i fascisti se so’ massacrati per un secolo intero e mo’ arrivi tu e je voj fa’ fare pace colle metafore tue”. Non è che lo dico: io j’ho proprio fatto fa’ pace qui a Latina-Littoria. Quando ho presentato la lista, il 20 aprile scorso, seduti fianco a fianco c’erano Massimiliano Lanzidei che c’ha ancora in tasca la tessera de Rifondazione comunista (ma mo’ me sa che lo buttano fuori) e Luciano Lanna, l’ex direttore del Secolo d’Italia. E so’ tutti e due candidati della lista mia. Allora: j’ho fatto fa pace o no? E lo sai perché vojo che fanno pace? Perché fascisti e comunisti c’hanno il senso dello stato. E oggi la disputa è fra lo stato e l’antistato. L’antistato è quello de Berlusconi e de Gasparri. E lo stato, invece, semo noi… Hai capito quello che vojo di’?

Credo di sì. Comunque, i personaggi di Canale Mussolini sembrano calcati dalla…

Non “sembrano calcati”: so’ proprio ripresi dalla realtà. D’inventato ci sono solo i nomi. Compa’: io so’ nato pe’ scrive’ ‘sto romanzo. Mo’ è vero che, mannaggia a me, me so’ ributtato un’altra volta in politica. Ma me dici tu se nun ce provavo io a riporta’ i fasci a sinistra chi ce provava? Quelli dovevano torna’ a sinistra da dove so’ partiti: a Piazza San Sepolcro, nel 1919. Io vojo ricuci’ lo strappo del 1914. Ma tu l’hai letto il programma dei “Fasci di Combattimento”? No che nun l’hai letto. Tu fai il giornalista: che cazzo te ne frega a te della storia? Io, invece, l’ho letto. Embè, c’aveva ragione Togliatti, quando nel 1936 scriveva la lettera ai “Fratelli in camicia nera”. Voi sapé che je scriveva? T’accontento subito: «Fascisti della vecchia guardia! Giovani fascisti! Noi proclamiamo che siamo disposti a combattere assieme a voi ed a tutto il popolo italiano per la realizzazione del programma fascista del 1919». Dice: “Sì, vabbè! Ma poi mica se ne è fatto niente”. E che vor di’? Se vede che non erano maturi i tempi: nun è che quella cosa che ha scritto Togliatti se nun s’è potuta fa’allora è diventata una scemenza. No! Quella cosa è ancora valida. Io ce riprovo: se er popolo me segue, bene e sennò se l’andasse a pija’ ‘nterculo…

Però, la recente ripubblicazione del suo romanzo d’esordio, Mammut

Nun ce se credePrima nun lo voleva nessuno e mo’ le case editrici se lo litigano. Ma non è questo il punto. Il punto è che in quel romanzo raccontavo le storie de quando facevo l’operaio all’Alcatelcavi e c’era ancora un senso di appartenenza dei lavoratori con l’impresa. Sì, vabbè: facevamo pure la lotta di classe contro il padrone. Però, quando finivamo er turno, se avevamo fatto un bel lavoro eravamo contenti. Se, invece, qualche cosa era andato storto, ce rodeva er culo. Insomma, padrone o non padrone, a noi er lavoro nostro ce piaceva fallo e fallo bene. Me dici te che cazzo gliene frega oggi a un precario de un call center de fa’ bene er lavoro suo? Nun bastano i disoccupati, i cassintegrati, i morti e gli invalidi sul lavoro… nun basta che hanno reintrodotto pure la schiavitù per i lavoratori immigrati, clandestini e no… c’hanno pure levato la soddisfazione de fa’ bene er lavoro nostro. Poi dice che uno s’inventa una lista fascio-bolscevica neomaoista, come ho fatto io a Littoria mia…

La ringrazio, l’intervista è finita.

Bravo, nun m’hai fatto neanche una domanda de politica: sei stato de parola. Che cazzo me ne frega a me della politica? Io so’ uno scrittore: vojo parla’ solo de letteratura… Senti, compa’: ma che, niente niente, t’andrebbe de candidatte colla lista mia?

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