Acca Larentia, Valerio Verbano. Anni 70 e dintorni

L’articolo che segue è stato pubblicato venerdì scorso, 9 aprile, su settimanale Gli Altri. E’ qui ripreso per gentile disponibilità dell’Autore.

La redazione

CHE DIO CI SALVI DAL “TEOREMA”
Andrea Colombo

Sono in libreria tre libri uguali e opposti. Trattano due crimini particolarmente atroci tra i molti commessi negli anni ’70 e rimasti senza colpevole. Due attentati la cui memoria si è tramandata da una generazione all’altra e che ancora suscitano dolore e rabbia.

Franco Bigonzetti, 20 anni, e Francesco Ciavatta, 18, furono ammazzati poco dopo le sei di sera del 7 gennaio 1978, mentre uscivano dalla sezione missina di via Acca Larentia a Roma. Il gruppo di fuoco si firmò Nuclei armati per il contropotere territoriale, una sigla peregrina che sarebbe comparsa in seguito solo un’altra volta. Tra le armi che spararono c’era una mitraglietta Skorpion. Sarebbe stata adoperata ancora per attentati siglati Brigate rosse. Avrebbe ucciso l’economista Ezio Tarantelli, nell’85, l’ex sindaco di Firenze Lando Conti l’anno seguente, il senatore democristiano Roberto Ruffilli nell’88.

Valerio Verbano, 19 anni, fu ucciso nell’appartamento in cui viveva con i genitori, in via Monte Bianco a Roma, il 22 febbraio 1980. Era un autonomo molto attivo e conosciuto sia nel quartiere che nella sua scuola. I tre killer entrarono in casa, immobilizzarono i genitori, aspettarono a lungo che rientrasse. Forse volevano ucciderlo, forse interrogarlo, forse entrambe le cose. Quando il ragazzo, cintura nera di judo, rientrò in casa ci fu una colluttazione, uno dei killer perse la rivoltella, un altro adoperò la sua per uccidere Verbano. Qualche tempo prima, quando lo avevano arrestato mentre preparava bottiglie molotov, gli era stato sequestrato un dossier sui neofascisti a cui lavorava da mesi. Non è più ricomparso, misteriosamente fagocitato nei corridoi della Procura.

Valerio Verbano. Una ferita ancora aperta (Castelvecchi), di Mario Capoccetti Boccia, batte soprattutto il sentiero di una storia orale quasi maniacale nella sua precisione. L’autore ha cercato uno per uno gli amici di Valerio, li ha fatti parlare, ne ha riportato su carta anche le minime inflessioni dialettali, le pause, le espressioni gergali. Del pomeriggio di morte del 7 gennaio 1978 si occupano invece gli avvocati Valerio Cutonilli e Luca Valentinotti in Acca Larentia. Quello che non è stato mai detto (Edizioni Trecento). Nessuna ambizione biografica qui: gli autori vogliono indicare alcune piste del tutto trascurate, oppure sottovalutate dagli inquirenti . Trattasi degli stravaganti percorsi della mitraglietta Skorpion, originariamente acquistata dal cantante Jimmy Fontana e della deposizione di una ex brigatista, Livia Todini, che nell’84 aveva fornito numerose indicazioni sui possibili killer di via Acca Larentia.

Questi due libri sono per alcuni fondamentali aspetti identici. Entrambi ritengono che gli inquirenti abbiano indagato poco e male: hanno probabilmente ragione. Entrambi inferiscono che tanta incuria fosse dovuta alla necessità di nascondere qualche segreto: hanno probabilmente torto. A spiegare la sciatteria apparente di quelle indagini, più della necessità di celare misteri valgono altre considerazioni: il sovraccarico di lavoro proprio di anni in cui tra terrorismo e guerre di malavita la carneficina era quotidiana; l’obiettiva difficoltà nell’individuare le responsabilità, non di un’area o di un ambiente, ma, al loro interno, di singoli individui; infine, forse, l’applicazione alla violenza politica di una regola inconfessabile: “Finché si scannano tra loro va benone”.

Il secondo aspetto bipartisan è la comune tendenza a subodorare trame di vastissima portata dietro i due delitti. Per Capoccetti Boccia, la chiave dell’omicidio Verbano è nascosta in quel dossier sui fascisti che, ipotizza l’autore, probabilmente ricollegava in un unico disegno i fili apparentemente dispersi del terrorismo nero e indicava alcune complicità di cui questo disponeva tra le forze dell’ordine. Per Cutonilli e Valentinotti, seguendo la scia di sangue che partiva da Acca Larentia si sarebbe potuta smascherare la tentacolare rete terrorista formata dagli ex di Potere operaio. Omicidi di strada come quello di Acca Larentia, per la Spectre rossa di PotOp, erano naturalmente solo un modo di addestrare e mettere alla prova i pistoleri in vista di più ben più ambiziosi traguardi. Primo fra tutti quello che ogni mattina transitava per via Fani.

Non che si tratti di novità assolute. La pista indicata dal libro su Verbano la stava seguendo il giudice Mario Amato quando fu ucciso dai Nar, nel giugno dell’80. Con tutto il rispetto per lo scomparso, non lo avrebbe portato da nessuna parte, come si è poi accertato. Il dossier di Verbano era uno dei tanti fascicoloni artigianali approntati dall’una e dall’altra parte ai vecchi tempi: fotografie, indirizzi, numero di telefono, lista delle frequentazioni. Roba da adolescenti, non da agenti segreti.

La traccia di Cutonilli e Valentinotti arriva là dove era arrivato Guido Calogero. Cioè a niente, a parte tenere in galera a gratis un bel po’ di militanti e orchestrare un processo che, con quello per la strage di Bologna, costituisce la pagina più nera nella storia della giustizia italiana: il 7 aprile. Potere operaio si è sciolto davvero a Rosolina nel ’73 e se, analizzando la galassia dell’estremismo rosso a Roma, i suoi ex militanti li si rintraccia ovunque è appunto perché allo scioglimento del gruppo non poteva che conseguire una diaspora all’interno dell’area più radicale del Movimento.

Il secondo libro sull’uccisione del giovane autonomo, Valerio Verbano. Ucciso da chi, come, perché (Odradek), di Valerio Lazzaretti, è il migliore dei tre. Nonostante il titolo inquisitorio, è il solo a misurarsi con un tentativo serio di ricerca storica ed è l’unico ad arrivare a una conclusione credibile. Analizzando documenti, testimonianze e atti processuali, l’autore conclude che nella galassia del terrorismo nero, e al coperto della stessa sigla Nar, convivevano umori e progetti diversissimi. A uccidere Verbano, secondo lui, sarebbero stati dunque giovani fascisti che di chiudere la guerra di strada tra rossi e neri, come deciso dai Nar di Valerio Fioravanti, non volevano saperne.

Al di là dei meriti e demeriti dei singoli lavori, è necessario però chiedersi se scrivere libri con l’intento di riaprire indagini e trovare colpevoli sia la maniera adeguata per confrontarsi con quel passato, e per superarlo. Sarebbe davvero “giusto” punire qualcuno per crimini commessi in un’epoca storica molto particolare e molto lontana, quasi sempre quando sia i colpevoli che le vittime erano poco più che bambini, mettendo in galera persone molto diverse dai ragazzi che erano allora?

Si potrebbe obiettare che la verità va ricercata sempre. Giustissimo, però la verità che manca sulla “guerra civile a bassa intensità” di quegli anni non è sapere chi abbia premuto questo o quel grilletto. Riguarda le motivazioni profonde che spinsero i ragazzi rossi come quelli neri, il peso dell’eredità dei padri, il ruolo che ebbe, o che non ebbe, lo Stato.

È una verità opposta a quella che si ricerca nelle aule di tribunale, e in Italia ancora non si decide a scriverla nessuno.

Andrea Colombo

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