Acca Larentia. Caro Colombo, questi sono i fatti…

Ieri (leggi QUI) abbiamo postato un commento di Andrea Colombo alle tesi sostenute nel libro Acca Larentia. Quello che non è mai stato detto. Quella che segue è la replica di Valerio Cutonilli, uno degli autori.

La redazione

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Caro Colombo,

innanzitutto tengo a ricambiare il gradito attestato di stima.

Credo che le critiche vadano sempre accettate, soprattutto quando vengono formulate in modo sereno e argomentato. Prima di replicare nel merito, però, colgo l’occasione per evidenziare un aspetto – per me e Luca molto importante – che nei numerosi commenti rivolti al nostro libro non viene quasi mai considerato.

Ad ispirare il nostro lavoro è stata una convinta volontà di pacificazione e di storicizzazione degli eventi. A differenza di altri, non ci siamo messi ad agitare le forche contro i nemici di ieri o gli avversari di oggi. Abbiamo voluto parlare poi di Walter Rossi, Roberto Scialabba e Ivo Zini in un modo che va oltre il semplice rispetto formale.

Ribadito questo aspetto, forse non proprio marginale, passo ad esprimere il mio punto di vista.

Escludo che ad Acca Larentia abbia colpito la spectre e non credo che Pot.Op., o le sue ipostasi parziali da noi ipotizzate, fossero simili alla spectre. Affermare la peculiare complessità di Potere Operaio, non significa disconoscere le finalità rivoluzionarie dei suo esponenti. E non mi riferisco solo a quei militanti di base che avevano una conoscenza limitata delle relazioni con l’esterno.

Ritengo, piuttosto, che andrebbe discussa in modo serio – senza sarcasmo – un’ipotesi storica che potrebbe ricondurre a una sostanziale continuità umana ma soprattutto progettuale l’antifascismo omicidiario che ha agito nella capitale tra il 1973 (ma ancora di più il 1975) e  il 1978.

Una continuità che chiamerebbe in causa un ambiente politico ben preciso (quello originato da Potere Operaio) e la vocazione “movimentista” che alcuni dei suoi più autorevoli esponenti seppero dimostrare, rispetto al rigido “verticismo” propugnato invece da elementi della caratura di Moretti. Credo che ci si debba interrogare sull’esistenza di un nesso funzionale tra questa vocazione “movimentista” e l’antifascimo omicidiario praticato a Roma nel periodo che ho delimitato poc’anzi.

Tale ipotesi non nasce da una particolare antipatia rispetto al “nucleo forte” sopravvissuto allo scioglimento di Pot.Op. (rispetto ai colleghi di Lotta Continua o di Avanguardia Comunista per esempio), né da un’inversione logica nel concatenamento delle idee.  Essa scaturisce, piuttosto, da una serie di risultanze acquisite nel corso della ricerca effettuata in quei fascicoli istruttori che in pochi, generalmente, si prendono la briga di consultare.

Riassumo alcuni dati.

1973. Il rogo di Primavalle chiama in causa militanti (perlomeno del servizio d’ordine locale) di Pot.Op. So bene che Potere Operaio si definì la terza vittima della strage e ritenne che i “dissidenti incoscienti”, nonostante i 5 litri di benzina,  non volessero uccidere nessuno. Risulta però che, sia prima sia dopo lo scioglimento dell’organizzazione, i suoi uomini più rappresentativi organizzarono tanto una gigantesca campagna d’inquinamento informativo quanto l’esfiltrazione di tre dei responsabili dell’azione.

1975. Viene ucciso Mikis Mantakas. Tra i responsabili figurano perlomeno Panzieri e Lojacono, anch’essi uomini provenienti da Pot.Op. e destinati rispettivamente a UCC e BR. So che l’omicidio è stato ritenuto solo il frutto casuale degli scontri avvenuti al margine del processo Mattei. Risulta però che Panzieri, ad esempio, solo qualche giorno prima era andato a sparare a Tommaso Manzo, legale romano del MSI.  Senza disordini a margine od occasionalità nell’esito.

1975. Viene ucciso Mario Zicchieri. I pentiti Savasta e Libera accusano tre nomi eccellenti dell’ex Potere Operaio, all’epoca dell’omicidio militanti dei LAPP poi FCA: Morucci, Seghetti e Maccari. Gli imputati sono stati poi assolti con formula dubitativa. Gli atti del processo li ho letti a lungo, senza pregiudizi, e un’idea me la sono fatta. E’ possibile però che non coincida con la tua. Fatto sta che proprio nel 1975 inizia a prendere corpo il ben noto progetto di cerniera, espressione notevole di quel “movimentismo” a cui accennavo prima, che troverà uno sbocco interessante verso la fine del 1977.

1978. Avviene l’eccidio di via Acca Larentia. La strada che porta more solito verso gli ambienti dell’ex Pot.Op. non è figlia di un pregiudizio ma viene tracciata nei fascicoli di un’istruttoria che noi ci siamo limitati a esaminare.

Impossibile riassumere in questa sede tutti gli elementi rinvenuti. Ne indico solo alcuni a livello indicativo.

Dalle informative della Questura nelle quali si riferisce la voce ricorrente negli ambienti della sinistra radicale  e che attribuisce, in modo pressoché univoco, l’azione di Acca Larentia agli ambienti dell’Alberone.

A diversi pentiti che attribuiscono l’azione alle squadre armate dei comitati riconducibili a Rosati e Davoli, ennesimi esponenti dell’ex Pot. Op.

A decine di testimoni che attribuiscono a Rosati e Davoli la conduzione di una struttura armata operante proprio nella predetta zona dell’Alberone, struttura che fungerebbe da cerniera tra le squadre armate dei comitati e la lotta armata.

Al pentito BR Brogi, ritenuto attendibile in ogni processo, che (in un memoriale poco pubblicizzato) attribuisce l’azione al gruppo armato dell’Alberone riconducibile a Rosati e Davoli, cui risulterebbe strettamente collegato un altro gruppo armato operante nella zona dei Castelli Romani.

A un’informativa della Questura che, a pochissimi giorni dall’attentato, ricollega la sigla utilizzata per la rivendicazione (NACT) a una miriade di nomenclature usate per rivendicare attentati commessi a partire dal 1975.

Al fatto che alcuni di questi attentati oggi sono pacificamente riconducibili al gruppo LAPP poi FCA (ritenuti effettivamente il secondo la continuazione del primo), a cui Rosati e Davoli presero parte. Al fatto che gli altri attentati sono pacificamente riconducibili a un gruppo che, guarda caso, all’epoca operava proprio nella zona dei Castelli Romani. Gruppo, quest’ultimo, che secondo un discreto numero di pentiti era collegato strettamente al gruppo armato operante all’Alberone.

Alla testimonianza della dissociata Livia Todini, ritenuta sempre attendibile dalle corti, che asserisce: a) la disponibilità a partire almeno dal 1982 della pistola mitragliatrice Skorpion impiegata ad Acca Larentia ad un brigatista che il giorno dell’eccidio era residente proprio nel palazzo accanto alla sede del MSI nonché: b) la frequentazione del medesimo estremista dell’ambiente dell’Alberone durante il 1978 e la frequentazione dell’ambiente contiguo al MCR nel periodo successivo.

Al fatto che proprio  il MCR indicato dalla Todini è la formazione dove a fine degli anni settanta ritroviamo tutti i protagonisti del fu Pot.op “dispersi” lungo la diaspora degli anni precedenti. Ad esempio Morucci, Rosati, Davoli.

Resto convinto che chiunque, soprattutto un avversario politico, resti innocente (un giurista direbbe non colpevole) sino a rigorosa prova contraria. Questo principio deve valere anche per le persone che ho appena menzionato. Peraltro, nella prospettiva storiografica da me auspicata le posizioni personali rilevano poco e si può discutere da parte a parte con la necessaria serenità, nella prospettiva di un’auspicabile pacificazione.

Credo però che, invece di liquidarli come farneticazioni partorite da teorici della spectre, gli elementi che ho indicato poc’anzi meriterebbero qualche riflessione in più.

Con stima,

Valerio Cutonilli

PS: Luca ed io non siamo stati i primi a interrogarci sull’esistenza di un possibile nesso tra l’eccidio di Acca Larentia (da noi definito però un’azione di retroguardia) e il caso Moro. Ben prima di noi lo fece Germano Maccari, autorevole esponente di Pot.Op., nonché “quarto” uomo del sequestro del presidente della DC. Fu lui a dichiarare, presso la commissione Stragi, che un unico gruppo (simultaneamente?) possedeva sia la Skorpion usata ad Acca Larentia sia quella impiegata nell’omicidio Moro.

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