A.Grandi-T.Alquati. 150 anni di controstoria

Ogni volta che mi capitano per le mani libri come Eroi e cialtroni: 150 anni di controstoria, scritto a quattro mani da Augusto Grandi e Teresa Alquati, due giornalisti economici, e edito dalla casa editrice torinese Politeia, il mio riflesso automatico, da lettore pavloviano, mi costringe ad una preliminare diffidenza. I miei automatismi, se volete pregiudizi, stratificatisi nel tempo, mi impongono una lettura guardinga, cauta, al limite dell’ostilità. È così che intraprendo questo genere di letture. Come uno scontro all’ultimo sangue.

Questa circospezione, solo in alcuni rari casi, si trasforma poi in piena condivisione di lettore che si crogiola nelle pagine, godendone. E gli ingredienti per essere pregiudizialmente sospettosi ci sono tutti. Il primo è l’eterno ritorno dell’eguale che si esplicita nella polemica mai sedata e costantemente alimentata dagli storici di professione nei confronti di autori non accademici, specie se si tratta di quella vil razza dannata rappresentata dai giornalisti.

La polemica è arcinota. Gli storici accademici, con somma spocchia, ogni volta che viene pubblicato un libro privo delle sacre stimmate professorali, sollevano il sopracciglio schifati, storcono uno dei due lati della bocca in una smorfia supponente che vuole, al di là di qualsiasi valutazione razionale, dire che sicuramente ci si trova di fronte ad un testo di serie b, non scientifico e dunque non rappresentativo. Una bufala, in fin dei conti, che può essere buona solo per i non addetti ai lavori o per i gonzi che si bevono qualsiasi panzana venga loro propinata.

Io sostengo invece, ma con dei distinguo, che spesso e volentieri gli storici accademici, seppur dotati di un apparato scientifico solidissimo, non sono in grado di raffigurare il senso di quello che vanno scrivendo proprio in virtù di una tara di fondo. Non sanno scrivere e non sanno trasmettere al lettore quelle sensazioni necessarie a inquadrare i tanti dati tecnici in uno scenario logico, coerente, generale, godibile e comprensibile.

Spesso sono proprio i giornalisti, con il loro fiuto e la loro prosa sempre in bilico tra la cronaca e la nervosa sintesi, a captare quegli aspetti che meglio fotografano un’epoca.

L’esempio più tipico è rappresentato da William Shirer, giornalista e non storico di professione, che ha saputo disegnare, con una sapienza elettrica, nel suo Storia del Terzo Reich, la parabola di un’ideologia, di un tempo, di un popolo, come nessun altro è stato in grado di fare.

La mia diffidenza nasce dai distinguo. Non tutti i giornalisti hanno la potenza evocativa di Shirer e di giornalisti che scrivono male, in modo approssimato e non coinvolgente per il lettore, ce ne sono a iosa. Da qui, come ogni volta, dovevo partire. Poi, nel manipolare il libro che dovevo ancora iniziare a leggere, c’era quel titolo, bello nella sua prima parte, eroi e cialtroni, devastante, al fine dei miei pregiudizi, nella seconda, 150 anni di controstoria.

Il profluvio di testi pubblicati per i 150 anni dell’Unità ha regalato al mondo una tempesta mediatica, un’inondazione di superfluo, uno tsunami del già visto, letto e sentito che mi scoraggiava fin dall’inizio. E ancora quel termine che ci perseguita da decenni: controstoria, non anticipava niente di buono.

Il mio primo incontro con la controstoria risale a quando avevo sedici anni e mi comprai a rate Il Contromemoriale di Bruno Spampanato. Da lì in poi, di controstorie si sono riempiti gli scaffali di tutte le librerie. Il termine è ambiguo se non falso, perché tutta la storia, come scienza umana dinamica, è un susseguirsi di controstorie, di revisioni, di storiografie, di punti di vista diversi, di racconti con tagli particolari. Per quanto mi riguarda, bisogna parlare sempre e solo di Storia, ben scritta o meno, documentata o superficiale, ma sempre e solo di Storia.

Certo l’esigenza di condensare in un titolo utile a incuriosire il potenziale acquirente è comprensibile. Ma io parlo ovviamente per me. Poi ho cominciato a leggere e la diffidenza si è sciolta. Ma si è sciolta non poco a poco, lentamente, diradando le diffidenze una ad una. Si è diradata di colpo scorrendo l’indice e i primi due capitoli. Tanto che i successivi li ho letto in un crescendo di voluttà frenetica che me li ha fatti letteralmente divorare.

I capitoli, 42 in tutto per 167 pagine, sono in realtà dei capitoletti estremamente densi ma scorrevoli. In essi è narrata la storia, da un punto di vista economico dell’Italia Unitaria, e di come questa storia si sia dipanata in cento cinquanta anni, tra crisi e tentativi di ripresa, tra classi sociali in lotta tra loro, tra eroi, pochi per la verità e cialtroni, parecchi.

Hanno tutti la stessa dimensione (4 pagine) e replicano il medesimo schema. E in questa serialità sta una delle bellezze del libro. Ogni capitolo è conchiuso in sé. Si apre e si chiude con la tecnica cinematografica della dissolvenza. Una frase che apre il capitolo che può essere un dato numerico o un riferimento di una data o di un accadimento che dà la stura all’abbozzo del cammeo, costituito dal capitolo tutto, che, analogamente all’inizio, sfuma con una frase conclusiva che lo completa e che fa presagire l’apparizione della nuova scena nel capitolo successivo.

In questo susseguirsi di scene, apparentemente giustapposte ma saldate intimamente dalla nebbia della dissolvenza che le apre e le chiude, non c’è mai un’accelerazione secca, un intento declaratorio, una noiosa volontà elencatrice. C’è la consapevolezza che sono i pezzi del mosaico, tutti uguali e tutti inevitabilmente dissimili e irriducibili gli uni agli altri, a produrre l’effetto scenico complessivo. La loro concatenazione non è mai asfitticamente temporale, non è mai geograficamente collocata con esattezza. Ogni confine segue imperscrutabili linee curve e si salda, come il puzzle della copertina, secondo un contorno apparentemente casuale ma intimamente legato da una trama sottostante che è poi il racconto che gli autori ci regalano. È questo il senso della scelta della dissolvenza saldatrice. I confini sono nascosti, agli sguardi superficiali, da una cortina fumogena che permette in tralice di intravedere quelle linee nette che si stagliano sul fondo e che sono l’ossatura risplendente di tutta la narrazione.

La scrittura è sintetica, rapida, fulminea, screziata da una rabbia e da una frustrazione che non ne ottunde mai però la limpidezza. Le frasi sono come onde di una tempesta che si frangono sulle spiagge di piccoli isolotti di duro granito che sono la certezza e la disperazione, al contempo, per il lettore. Questi isolotti di granito, sparsi in questa prosa procellosa che solo talvolta perde il controllo di sé, sono i dati che in ogni capitoletto punteggiano la narrazione. Con sapienza da alchimisti, gli autori utilizzano il dato tecnico, la percentuale, la data come terraferma salvifica per affrontare la loro rabbia che, mal repressa, ma sempre vivificante, monta come il mare in tempesta. Questo permette a loro di non perdere mai il filo della matassa e al lettore di verificare come la loro invettiva, sempre contenuta e compressa nei limiti del nitore sintetico e sincopato della loro scrittura, non sia mai facile invenzione di millantatore ma reale frustrazione desunta dall’analisi dei fatti. Dato che non è mai usato come un maglio nei confronti del lettore e a scapito della scrittura, ma che viene dispensato solo perché strumentale e necessario alla narrazione. E questo è un altro enorme pregio di questa sintesi storiografica che non si sovraccarica mai di quelle scorie che spesso appesantiscono i testi e li fanno deflettere, in mille rivoli secondari, senza mai giungere al dunque.

È proprio una narrazione del “dunque”, del punto focale che costituisce il quieto occhio del ciclone della comprensione, mentre ai margini infuriano i peggiori moti di piazza. Ne nasce allora un affresco completo e inquietante. Dinamico nel suo evolversi, ma che appare invece scandalosamente immobile. È questa la cifra più angosciante di tutto il contenuto.

Quando si parte dagli esordi dell’Unità fino a giungere ai nostri giorni si assiste a una serie di scene, che pur diverse nelle forme e dunque dinamiche, sono inverecondamente statiche nella loro sostanza.

Tutti i problemi che affliggevano il sistema Italia nel 1861 ce li troviamo, dopo un percorso lungo, doloroso, che abbiamo pagato con le nostre tasche e sulla nostra pelle, identici o forse più gravi ancora, oggi che siamo nel 2011. Passano sotto i nostri occhi l’arretratezza del Sud, la diseguaglianza di ricchezza che costantemente cresce tra il Nord ed il Meridione, i problemi della mancata modernizzazione, la profonda inadeguatezza delle nostre infrastrutture, l’eterno problema del nanismo delle imprese italiane e la loro incapacità a competere. Scorrono, come in un horror film, la mefitica e tragica influenza delle banche e la loro incapacità a finanziare progetti, se non a fronte di garanzie reali (assicurate solo dai grandi patrimoni delle famiglie più ricche).

Viene sottolineata la costante incapacità, spesso pelosa, del ceto politico che ci ha governato in tutti questi anni. E viene infine stigmatizzato il ruolo nefasto, all’interno del nostro presunto sistema capitalistico, delle grandi famiglie di imprenditori, abili a far pesare la potenza del loro nome e a farsi finanziare a “babbo morto” ma pusillanimi e paurosi quando devono rischiare del proprio, sempre pronti a sfruttare manodopera a basso costo da strangolare per il loro profitto, piuttosto che investire sul futuro e sull’innovazione nel tentativo di prepararsi al meglio alla competizione.

In tutto questo risalta, come una fiammata illuminante, la saga della famiglia Agnelli che compare con brevi passaggi in molti dei capitoli di questa ricostruzione. E che permette di fare chiarezza sull’immobilismo sostanziale che ha caratterizzato soprattutto la classe dirigente del Paese e le sue grandi famiglie imprenditoriali.

Per individuarne con chiarezze stile e intenti, si confronti l’ultima dichiarazione di Marchionne, dopo le ripetute minacce di lasciare il paese, circa la volontà di spostare a Detroit la sede operativa della Fiat, con questo passaggio del capitolo dodici:  «A Torino sorse anche la dinastia degli Agnelli. Agnelli – come Pirelli o Pesenti, ma anche come Olivetti (Camillo non Adriano) – non aveva la benché minima sensibilità solidaristica, nessun interesse per le condizioni di lavoro e di vita degli operai. Né aveva interesse ad un ruolo sociale dell’impresa che, per lui o per loro, non aveva legami con il territorio o con lo Stato. Nessuna etica se non quella del profitto ad ogni costo….. La regola era prendere tutto, ad ogni costo, senza restituire alcunché alla società….. Uomini nuovi, pronti a confrontarsi con il mondo…….. Riportando a casa solo ciò che faceva più comodo. Così Giovanni Agnelli andò negli Stati Uniti e dalla visita alla Ford riportò a Torino il taylorismo, la standardizzazione del processo produttivo ma dimenticò oltre oceano la politica salariale volta a trasformare gli operai in potenziali acquirenti delle automobili prodotte dalla Ford».

Ieri e oggi, saldati intimamente in quello statico stallo invalidante per l’Italia ma assai profittevole per loro. Stesso ruvido riguardo è dispensato a tutto il “padronato” che nel corso di questo secolo e mezzo ha dimostrato tutta la sua insipienza.

Bisogna dire ancora, per elogiare gli autori, che trattandosi entrambi di giornalisti economici che operano a Torino, Guerra lavora nella redazione torinese del Sole 24 ore, che hanno un coraggio raro ai nostri giorni, considerando anche le loro considerazioni circa l’acquisizione della carta stampata ad opera dei grandi gruppi. Sottolineare con chiara fermezza lo stile degli Agnelli e degli imprenditori e additandoli tra i mali principali d’Italia è quasi temerario ma testimonia una cristallina volontà di chiarezza e di verità che me li rende oltremodo simpatici. Rischiano del proprio insomma, non concedono sconti, vanno per la loro strada fieramente, quasi ingenuamente.

Il risultato finale è uno splendido libro, scritto elettricamente, senza infingimenti o frasi di circostanza, senza pillole indorate e senza giri di parole. Questi sono i fatti, così nudi da risultare osceni. Un balletto di carni flosce e di menti brevi, una scena creata su un elitismo per nulla basato sulle capacità e che ha minato e mina perfino la nostra volontà di uscirne. Insomma una carrellata di pochissimi eroi, che spesso finirono male, e di tanti cialtroni.

Interessanti le osservazioni sul tanto vituperato ventennio che a ben vedere e se confrontato con il prima e con il dopo, così tanto male, almeno per quello che tentò o seppe fare in campo sociale ed economico, non era.

Un’ultima bislacca osservazione sulla copertina del libro (prendetela per quello che è), può forse svelare meglio il pensiero degli autori sul senso di questi cento cinquanta anni di Unità d’Italia. Ho applicato la SWOT analysis.

La SWOT analysis permette di identificare, dividendo un foglio in quattro quadranti, le forze (Strengths) primo quadrante in alto a sinistra, le debolezze (Weaknesses) secondo quadrante in basso a sinistra, le possibilità (Opportunities) terzo quadrante in alto a destra e i pericoli (Threats) quarto quadrante in basso a destra, di un progetto o di un modello economico.

Se prendete il puzzle della copertina, da me ribattezzato “Progetto Italia”, potete dividerlo facilmente in quattro quadranti (ciascuno composto da quattro tessere). Nel quadrante delle forze, il primo in alto a sinistra, ci trovate l’immagine di Mussolini a torso nudo intento a falciare il grano. Nel quadrante delle debolezze, il secondo in basso a sinistra, c’è la foto dell’ingresso della FIAT, nel quadrante delle possibilità, il terzo in alto a destra e nel quadrante dei pericoli, il quarto in basso a destra, ci sono delle immagini di interni di fabbrica con tubi che si intersecano in maniera caotica e straniante, con ghirigori angoscianti ed incomprensibili.

L’estrema sintesi visiva di questa controstoria di eroi e cialtroni e del futuro del nostro paese, denso sì di opportunità ma carico di enormi pericoli, alle prese ancora oggi con problemi irrisolti da sempre, sta in quella copertina?

Mario Grossi

Frascati, 2 aprile 2011

.

.

.

Condividi
  • Print
  • Digg
  • StumbleUpon
  • del.icio.us
  • Facebook
  • Yahoo! Buzz
  • Twitter
  • Google Bookmarks