A Fra’… auguri (per i tuoi 60 anni)

Boh. Certo che fare gli auguri alla colonna sonora della “propria vita” è veramente difficile, è come fare un augurio a se stessi però mollando la cinepresa e passare dall’altra parte. Ed è quasi imbarazzante. Ché certe volte più si ama qualcosa più rimarresti in silenzio, volentieri e magari guardarla questa vita e sputarla ed inghiottirla per mille volte ancora, sempre con gli stessi errori, con gli stessi amori e le stesse vittorie.

Così i miei auguri al Principe che da bambina non ho mai letto e che in un futuro mi sono ritrovata tra le mani. Fare e disfare , appunto “ma non lo vedi come passa il tempo come ci fa cambiare” e sono 60 anni, a Frà e prima o poi un grazie serve. Specie stasera che Roma in questo silenzio non ha altro che le tue canzoni a darle un risveglio anche se lo stereo non suona, che gli elicotteri sembrano zanzare, e la guerra sembra così lontana che tra un po’ quando appoggerò la testa sul letto sarà come premere il telecomando della tv. Tutto sarà spento.

I miei di anni sono la metà dei tuoi, o visti da un’altra  prospettiva, sono il doppio. Generazioni diverse , certo, eppure se questo mio tempo si muove e affanna e respira con ogni tua canzone o il tempo non è mai lo stesso per chi lo vive o è la vita che non sta a passo con i tempi. Per cui passo dall’altra parte della cinepresa e ti mostro un po’ quello che è venuto fuori da questa vita.

Nascere con attorno “Bufalo Bill” e avere la sensazione di gettarsi in mare e rimanere sospesi, tra il fondo e la superficie ,dentro o/e fuori,  a braccia e mani aperte, occhi spalancati verso quell’unico raggio di sole che ti illumina il volto. Che se piangi in un mare nessuno se ne accorge e se ridi il bianco dei denti collassa di riflesso tra il sole e l’onda che rappresenta la vita. E tenere la bocca aperta pur sapendo di annegare con l’unica speranza di scegliere. E tra la vita e la morte scegliere De Gregori, piuttosto che l’America. Che paese migliore delle tue canzoni questa vita non avrebbe potuto darmi, sogno più bello non avrebbe potuto costruire, e oceani da sorvolare senza soldi.

Perchè il sogno non è quello che ti dicono di sognare , non quello che ti aspetta sui manifesti, ma è quello che scegli di sentire. Essere De Gregori sarà una gran bella cosa, ma “sentirlo” è il viaggio in un altro mondo che intraprendi, in quello che volevi, in quello che vivi ed in quello che temi perché il futuro è sempre invadente. La direzione del bufalo che scarta di lato e non avere come la locomotiva la direzione prestabilita. Scegliere se andare giù in fondo o risalire. Ed alla fine risali, si sputa l’acqua che si credeva ci stesse annegando ma era solo come riempire un palloncino, quando è pieno scoppia esplode, esplode di vita. Scegliere la propria sorte. E  la cinepresa continua.

La mia generazione già fallita, poiché siamo figli del fallimento. Arresi perchè questo ci hanno insegnato, a Fra’. Così è la vita, ti dicono. Per questo quell’alternativa che mi tiene ancora sospesa con i piedi per terra mentre tutto intorno mi disgusta è sempre la tua musica, perchè non siamo una catena di montaggio, non siamo nati per produrre sempre lo stesso pensiero. Che non è alienarsi, ma è cercare di costruire altro che non sia già stato detto o scritto.

La sostituzione dei tasselli del puzzle che sembravano incollati, si staccano da soli mentre ti ascolto, perché non si può volere e guardare con quello che c’è già. Il sogno che c’è non è quello della mia generazione, ma è di quella che lo ha sputtanato per il potere, che lo distrugge ogni volta che per avere un lavoro se non hai la cravatta giusta e la scollatura perfetta non entri da nessuna parte. Ed erano quelli che volevano la libertà, quelli che ti impedirono di salire su un palco, che ti definirono troppo poco di sinistra. Aristocratico per loro sessantenni di oggi, per me “chissenefrega”.

Loro quelli di allora hanno ucciso tutte le speranze, ed io ne salvo ancora uno, io salvo il Principe che quel sogno non lo ha sporcato e non lo ha svenduto, ma che sangue su sangue precipita e non fa rumore. La tua musica è solo (che poi è tutto) la continuazione di un sogno, quello lega i tempi, perché per una generazione che ha fallito non vuol dire che ce ne debba essere un’altra che paghi i debiti senza averli mai contratti.

Canzone per canzone sarebbe bellissimo descrivere ogni sensazione, ogni lamento, ogni pianto ed ogni gioia di quello che la tua musica ha lasciato. Ma qui non è possibile. Servirebbe un libro, ma i libri non si leggono.  E poi dall’altra parte della vita prendo un attimo di pausa, perché la telefonata di un amico con cui ho condiviso il tuo concerto racconta l’emozione di un attimo d’amore “ci sono riuscito, cazzo, ci ho parlato. Ce l’ho fatta”. Ed io “grandioso, continua la lotta perché la battaglia precedente ti ha ucciso, io continuo a scrivere gli auguri”. Ma morire capita solo una volta,e quando ti hanno ucciso le altre volte è solo rinascita. Rinascere sempre. Perchè innamorarsi è come sentirsi morire.

E’ l’inizio di un tuo concerto che segnava la fine di una battaglia persa. Di amore svanito, distrutto, tagliato come le vene dei polsi. E la presenza della vittoria era lì a segnare il destino. Ed era logico: se la colonna sonora della mia vita sono le tua canzoni, a mettere fine non potevi che essere tu entrando in scena, cantando salutando e addio. Una morte amorosa migliore questo film non poteva averla. E’ già il tuo compleanno a questa ora di notte, che sono le due quasi e non prendo pace da ieri che guardo la foto che scattai durante il concerto. Tu in alto, io ad un certo punto in ginocchio, sì. Che alla fine feci un cenno con la mano per farti avvicinare, e con un sorriso venivi verso di me e subito colto da imbarazzo e da quasi spavento dagli altri che seguivano a ruota ti allontanasti [vedi foto in alto].

Non credo di aver mai visto tanto imbarazzo sul volto di artista. Sul palco non proprio un’animale, fermo non si muove dal punto di partenza ed ogni tanto gesticola con le mani per seguire il tempo e la musica. Ma la barba mi conforta. Strano, no. Ognuno è fatto per come si sente. Alcuni dicono “ha un brutto carattere, non ama la gente” e ribadisco sempre “ecchissenefrega”. Bisogna amare le canzoni, non De Gregori, che ne so io, non ci ho mai mangiato assieme. Non è lui che ha chiesto alla gente di comprare i suoi dischi, è la gente che li compra.

Fuori, do un’occhiata un attimo al terrazzo ed il tricolore sventola al contrario e “Viva l’Italia” parte nella testa, perché non è cambiato nulla. Prendo un attimo di respiro, ripenso ai fallimenti, alle amicizie, agli amori, a quando sono morta e a quando di nuovo rinascerò, alla gioia del mio amico, a mio nipote Francesco, ad una bambina che oggi al parco mi sorrideva mentre ascoltavo”il cuoco di Salo’, e pensavo che  di quei morti lei è la vita,  magari vado fuori guardo in cielo perché credo sia arrivato il momento: a Frà tantissimi auguri di cuore e facendoli a te mi rimetto le cuffie, ascolto “Bufalo Bill”, torno in mare e riprendo il mio sogno, perché vivere è importante ma scegliere il suono  da dare a questa vita lo è ancora di più.

Graziella Balestrieri

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