Yara. I miserabili e gli apoti

Mentre i missili incrociano nei cieli del mediterraneo allegramente sostenuti dai lampi dei jet, mentre si consuma l’ennesimo fallimento italiano che ci conferma come i più proverbiali dei voltagabbana, abili tanto da far di un vizio scienza, giungendo a nobilitarlo col nome di politica, altro mi chiama, perché urge più delle bizzarie del rais e del suo corrispondente nostrano, perché urla nel mio sangue ancor prima della falsificazione sistematica della storia operata dai mentecatti/miliardari padroni della televisione, manipolatori di coscienze  che liberano per procura amenità e facezie pagate a peso d’oro.

L’altro di cui voglio ragionare con voi ha un nome e si chiama Yara. O meglio, si chiamava. Perché la piccola Yara, non è più. Ne parlo con molta sofferenza e non avrei voluto, ma sono successe due cose.

Prima. Quando Saviano ha affermato essere la ‘ndrangheta diffusa nelle regioni del nord più di quanto non fosse in quelle d’elezione venne aggredito con toni apocalittici ai quali mancava soltanto la lacerazione delle vesti per farla diventare la più classica delle condanne nel sacro tempio della democrazia.

Seconda. Il “miserabile” regalato a Vendola dal governatore della Lombardia per aver insistito sullo stesso argomento, al quale va aggiunta, a completamento l’affermazione di quest’ultimo: «Siamo la regione più sotto attacco da parte della mafia, che non è certo nata nel nostro territorio».

Fin qui il gossip politico ad uso e consumo del popolo di fb (facebookkiani) del quale io faccio parte.

Ma se analizziamo la vicenda più da vicino vediamo delle irregolarità, prima tra tutte la rapidità con la quale è stata lasciata cadere la  pista legata alla famosa testimonianza in un processo legato al narcotraffico resa dal papà della povera Yara. Il fatto, poi, che sia lui come la moglie escludano la vendetta malavitosa indica soltanto l’enorme senso di colpa  che potrebbe insorgere in un genitore nel collegare la morte della figlia ad una scelta ch’egli ebbe a compiere.

Intendiamoci. Di detective dilettanti ce ne sono fin troppi per arruolarmi tra le loro fila.

Tuttavia «noi potremmo chiamarci la Congregazione degli Apoti, di “coloro che non le bevono”, tanto non solo l’abitudine ma la generale volontà di berle è evidente e manifesta ovunque» (Giuseppe Prezzolini).

Considerazioni senza pretesa alcuna di essere conclusive. Cosa stiano cercando gli inquirenti non lo capisco, a costo di essere smentito tra cinque minuti. La bambina è stata trattata in modo brutale ma non si è abusato del suo corpo. È stata strangolata come nel più classico rituale mafioso. Qualche articolo comincia a parlare di depistaggio, facendo anche nomi e cognomi tra gli addetti ai lavori, ma diventa rischioso inoltrarsi nella palude dei si dice senza possedere elementi certi ed è attività per la quale sono per niente attrezzato. Tuttavia, in assenza di ipotesi di lavoro ben definite, emerge sempre più incombente, sempre più terribile, quella che salda le denunce di Saviano e di Vendola, riflessa, oltretutto, da ciò che sembra ogni giorno di più una scelta politica tesa ad indirizzare le indagini verso un delitto a sfondo sessuale o rituale, più tranquillizzante di una faida di carattere mafioso consumata a Brembate.

E adesso provo a spiegarvi, dal mio punto di vista, il segno “esoterico” tracciato sulla schiena di quel corpicino, due linee orizzontali ravvicinate e ad esse, sovrapposta, una X (diventa importante sapere se la X è stata tracciata prima o dopo le due linee). Dunque:  ===== → labbra,  X → chiuse.

Non è chiaro?

Giuseppe Di Gaetano

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