Unità d’Italia. Patria È Poesia

miro renzaglia

L’articolo che segue è stato pubblicato venerdì scorso, 25 febbraio, sul settimanale Gli Altri.

La redazione

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VI STATE SBAGLIANDO
PER ME LA PATRIA È POESIA

miro renzaglia

Si fa presto a dire patria. “Dio patria e famiglia” suona, per antonomasia, nel cor d’ogni uom che si pensi di destra. Ma: «Un uomo che si rispetti non ha patria», replica in uno dei suoi squartamenti un disincantato Emil Cioran che, certo, di sinistra non era. E forse ha ragione George Bernard Shaw, nonostante le sue infatuazioni staliniste, quando definisce: «Il patriottismo è, fondamentalmente, la convinzione che un particolare paese è il migliore del mondo perché ci siete nati». Ma come conciliare tale identificazione geo-anagrafica con la massima cosmopolita, per quanto a tutta destra, di Julius Evola: «La mia patria è là dove si combatte per le mie idee»? Il fatto è che fra “eternisti”, “perennisti”, “etnosimbolisti” e “modernisti” non si riesce a cavare una definizione oggettiva del concetto di patria manco a pagarlo oro. E se, allora, avesse ragione – su tutti – Joseph Brodskij, quando sostiene che «La mia patria è la poesia»?

A me m’ha fregato mio padre. Del resto la radice etimologica di “patria” e “padre” è la stessa. Prima ancora che sapessi leggere e scrivere mi insegnò oralmente “La spigolatrice di Sapri”. Quella dell’ «Eran trecento eran giovani e forti e sono morti». Avevo sì e no 4 anni ma, da quel momento, patria e poesia mi sono sembrati un binomio inscindibile. La poesia di Luigi Mercantini – diciamolo francamente – è brutta, con quelle orrende rime baciate che scandiscono i suoi versi irregolari, benché immediatamente orecchiabili. Ma lì per lì – capirete – non ci feci caso: pur nella sua bruttezza, andò a toccare corde che una volta pizzicate è difficile mettere in silenzio. Il dato saliente, insomma, è che mio padre (la “famiglia”)  intendeva trasmettermi l’amore per l’Italia (la “patria”) attraverso una “poesia”. E c’è riuscito. Detto per inciso, grazie a Dio era ateo: almeno il primo elemento del trinomio “Dio patria e famiglia” me lo sono risparmiato.

Patria e poesia, dunque. Se la definizione di patria è impervia, quella di poesia lo è – se possibile – ancora di più. Martin Heidegger, uno che di complessità va maestro,  sosteneva che: «La poesia è il linguaggio dell’essere, l’uomo è il custode della casa dell’essere». E non è il “linguaggio” (la lingua) uno degli elementi che si vogliono identificativi dell’ “essere” patria? Se così è – e a me sembra inoppugnabile – la poesia, sempre stando alla definizione che ne dà Heidegger, è il luogo dove possiamo sempre ritrovare la nostra patria. Persino prima che una unità politica, statale,  geografica arrivi a esprimerla compiutamente nel senso che noi oggi diamo a questa parola. Persino quando si è ancora «calpesti, derisi / perché non siam popol / perché siam divisi».

Infatti, non bisognava aspettare Mameli e il suo inno ai “Fratelli d’Italia”, alla vigilia della nostra Unità, per sapere che la poesia lo dice meglio, la poesia lo dice prima. Su tutto: quindi anche su quel che c’è da dire delle attese di patria e, nella fattispecie, della nostra: «Ahi serva Italia, di dolore ostello, / nave sanza nocchiere in gran tempesta, / non donna di provincie, ma bordello!», Dante Alighieri. Oppure: «Che s’aspetti non so, né che s’agogni, / Italia, che suoi guai non par che senta: / vecchia, otïosa et lenta, / dormirà sempre, et non fia chi la svegli?», Francesco Petrarca. Dante, Petrarca: la lingua italiana nasce da loro. E già nella neonata favella si avverte forte, ineludibile, l’istanza della patria. Mio padre, che magari riguardo alla poesia era di gusti facili e per di più circoscriveva il suo concetto di patria esemplare ad un Ventennio non propriamente in aura storica, c’aveva comunque preso.

Chi contesta il concetto di patria lo fa spesso affidandosi alla convinzione che all’amore per la propria scatti automaticamente l’avversione o l’odio per l’altrui. Non voglio contestare che ciò non sia una ricorrenza storica. Dico solo che la malattia non è nella patria ma nel patriottismo, non nella nazione ma nel nazionalismo. E che è in questi “ismi” l’infezione dello spirito  che bisogna imparare a riconoscere ed espellere. Del resto, l’ismo nazionale è solo una delle tante epidemie che hanno prodotto e producono lutti planetari. Vogliamo parlare dalle guerre di religione o di quelle che scoppiano per interessi puramente economico-finanziari, benché spesso ammantate di nobili ideologie, come la “democrazia” da esportazione per esempio? Ma se il binomio patria-poesia in cui credo ha un senso, ha anche in sé il suo antidoto. La poesia non è patrimonio esclusivo del popolo che parla la lingua in cui è stata scritta: è patrimonio di tutti i popoli e di tutte le nazioni. Così è per il concetto di patria: diversa perché unica, di tutti perché la sua “radicale” (da: radice) specificità è una ricchezza del mondo.

La radice. Oh! la radice: questo eterno elemento che ricorre a cifra delle identità. Qualcuno ricorderà mica che, là dove il concetto moderno di patria coincide con quello di nazione, la radice storica affonda nell’humus della Rivoluzione francese? Ovvero, che la modernità del rapporto stato-popolo-nazione comincia con questa fatidica affermazione, contenuta nella “Dichiarazione dei Diritti dell’Uomo e del Cittadino”, espressa il 26 agosto 1789: «Il principio di ogni sovranità risiede nella nazione»? Trovo quanto meno curioso che chi ha sposato i principi di quella rivoluzione – Liberté, Égalité, Fraternité neghi il presupposto di patria-nazione. Andare oltre non è solo necessario ma doveroso. Decidere quali elementi di una rivoluzione debbano essere fatti salvi e quali, invece, no, è prassi salutare. Pur tuttavia, mi chiedo se sia possibile dichiararsi eredi di una rivoluzione e negarne il suo fondamento e, secondo ma non secondario, cosa ci sia poi di così sbagliato nella nazione. In fondo, in origine, “natio” significa nascere. E la patria-nazione è il luogo in cui abbiamo imparato lingua e poesia, diritto e dovere, arte e cultura, mestiere ed ozio. E’ il luogo dove riposano le ossa dei nostri padri e delle nostre madri. Perché non dovremmo amarla, anche quando ci fa male? Depuriamola dalla retorica patriottarda, disinfettiamola dagli isterismi sciovinisti e xenofobi, apriamola verso orizzonti più vasti, come voleva Giuseppe Mazzini che già, nel mentre lavorava alla nazione Italia, vaticinava quella europea e – vedrete – l’incubo si dissolverà se non in un sogno, almeno in qualcosa di meno sgradevole di quanto vorrebbero i suoi denigratori a prescindere.

Depurare, disinfettare, aprire l’amore per la propria patria all’amore sic et simpliciter e coniugarlo con la poesia è compito arduo, lo so. C’è riuscito benissimo – a parer mio – Roberto Benigni in quella summa degli istinti popolari italiani che è il Festival di Sanremo, facendo l’esegesi all’Inno di Mameli e interpretando il canto in chiave di sommessa vocazione all’eroismo. Permettetemi di insistere, proponendovi la lieve “Italia”, di Giuseppe Ungaretti: «Sono un poeta / un grido unanime / sono un grumo di sogni //  Sono un frutto / d’innumerevoli contrasti d’innesti / maturato in una serata // Ma il tuo popolo è portato / dalla stessa terra / che mi porta / Italia // E in questa uniforme / di tuo soldato / mi riposo / come fosse la culla / di mio padre».

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