Unità d’Italia. E’ Garibaldi la vera star

Arba

La nazione Italia viene considerata una democrazia difficile ma per un qualche oscurissimo motivo è un paese che, nonostante guerre, miserie e divisioni, ha tenuto per 150 anni. Questa sensazione di trovarmi in un luogo miracolato mi spinge irrefrenabilmente, tutte le volte che mi trovo in Italia e a Roma, a visitare in silenzioso pellegrinaggio il Vittoriano.

Altare della Patria o meno, vedermelo davanti fa per prima cosa accapponare la pelle. Basta guardarlo, bianco e massiccio, per sentirsi annichiliti davanti alla sua imponente maestosità. Come trovarsi davanti al trono del più grande Conquistatore, assentatosi per qualche secondo ma con la sua presenza ancora pienamente tangibile e divina. E non intendo un re dei Savoia qualunque ma Garibaldi.

Progettato da Giuseppe Sacconi, architetto marchigiano, su regio decreto di Giuseppe Zanardelli, bresciano, venne realizzato in marmo bresciano pure lui, invece che in travertino romano come originariamente proposto. Per poterlo piazzare in quel preciso punto venne organizzato dal Primo Ministo Depretis, lombardo, un gigantesco ripulisti.  Si trattò di un cambiamento micidiale dell’assetto urbanistico, che fa rispettare ancora di più il Vittoriano. Vale a dire: per farlo nascere fu chiesto un sacrificio fisico, la morte di altre costruzioni. Un fuoco amico che pretese scavi, abbattimenti, spostamenti ed espropri. Il tutto per ricordare re Vittorio Emanuele II, torinese. Alla morte di Sacconi ecco entrare in scena altri tre architetti: Gaetano Koch,  di famiglia tirolese, Manfredo Manfredi, piacentino e Pio Piacentini, non di Piacenza ma romano.

Rappresentava l’unità del paese e la libertà degli italiani.

Nel 2011, dopo 150 anni, si potrebbe meditare sull’Unità imposta a “polentoni, terroni, crucchi” con decreto repubblicano, come festa nazionale, per il 17 marzo. Decreto nel 1861 allora, decreto anni 2000 oggi. I decreti fanno l’uomo e la donna  italiani, sembrerebbe. Ma nello specifico: quale italiano? Gli italiani normali o una specifica classe dirigente italiana?

Successe a Torino “addì 17 marzo 1861”. Si legge:  «Articolo unico: Il Re Vittorio Emanuele II assume per sé e suoi Successori il titolo di Re d’Italia. Ordiniamo che la presente, munita del Sigillo dello Stato, sia inserita nella raccolta degli atti del Governo, mandando a chiunque spetti di osservarla e di farla osservare come legge dello Stato». Legge n. 4671 del Regno di Sardegna  seduta del 14 marzo 1861 del parlamento. Il 21 aprile 1861 quella legge diventò la prima del Regno d’Italia.

Ma cosa c’entra allora il 17 marzo con il popolo e la repubblica italiana odierna? La data del 17 marzo fu quella in cui fu proclamato Vittorio Emanuele II  primo re d’Italia. Un’Italia senza Veneto, Roma, Trento e Trieste … Qualcuno mi spieghi.

Ma non sono l’unica a non capire. La Lega, dopo essersi girata e rigirata nel letto, presa da atroci crampi esistenziali, è arrivata in Lombardia alla madre di tutti i baratti. Recentemente ha proposto alla regione, ed ottenuto, in cambio della cessazione del suo ostruzionismo sul 17, l’istituzione di una bandiera e festa regionale per il 29 maggio, a ricordo della battaglia di Legnano del 1176, la festa del Carroccio, come ha spiegato Stefano Galli capogruppo al  consiglio regionale. Non fu Garibaldi  stesso poi, il 16 giugno 1862, ad esortare i lombardi a Legnano al ricordo della famosa battaglia? Dunque, si alzi il vero italiano. Ovvero, Giuseppe Garibaldi. Nordista e sudista.

Entrata nel tempio del Vittoriano, nel Museo Centrale del Risorgimento, io ci potrei stare fino  ad addormentarmi. Lì ci sono i guerrieri. Lì si parla di eroi e non di mezze calzette. E di jeans. Io davanti ai jeans di Garibaldi mi sciolgo definitivamente. Davanti a quei calzoni blu chiaro sogno. Mi immedesimo. Per quei pantaloni che racchiudevano immensi ideali, in un metro e sessantacinque centimetri di persona, mi scoppia il cuore. Li immagino calzati per combattere mille battaglie per gli italiani, ma non solo. Lo furono per metà mondo in guerre di liberazione.

Eppure, tutti ad indossare, destra e sinistra, una insignificante maglietta di un incomprensibile e limitato Che. Il Che qui e il Che là. Sul petto uno straniero, quando l’eroe per eccellenza, puro e romanticamente duro, ce l’hanno gli italiani. Uno slittamento non etico e senza rispetto. Blue-jeans, bleu de Genes, pantaloni marittimi e senza peccato come il suo proprietario. Di indescrivibile valore morale. Anche se quello commerciale, essendo i più vecchi del mondo, raggiunge i 70.000 euro. E che dire dello stivale con il foro della pallottola che lo ferì sull’Aspromonte, reliquia moderna a simbolo della sofferenza fisica che l’essere eroe di due mondi costò a Garibaldi? Non rappresenta tutti i morti ed i vivi fortunati eroi dell’Italia in tutte le guerre passate e presenti?

Magari Garibaldi venisse apprezzato anche oggi dagli italiani come lo fu per esempio dagli inglesi! Compresi quelli sull’isola di Wight. Sì, perchè oltre a Jimi Hendrix, Bob Dylan, The Who o i Doors anche Garibaldi mise piede sull’isola, accolto da un entusiasmo ancora più marcato dal fatto che i lavoratori ottennero un pomeriggio libero.

Ve lo immaginate un italiano ricevere tali onori da schizzinosi come gli inglesi? Non è il caso di aumentare la considerazione per quest’ uomo?

Nel 1864, a 56 anni, all’apice della fama, arrivò a Wight, su invito di Charles Seely, sostenitore dell’unità d’Italia e uno dei leader dell’isola.  Seely era deputato per il Lincolnshire, e ospitò Garibaldi sia a Londra che sull’isola di Wight. A Londra, Garibaldi venne  acclamato da mezzo milione di inglesi, come cita The Illustraded London News dell’aprile 1864. Lì impiegò sei ore per fare 3 miglia, tanto grande fu la foga inglese.

Garibldi era stato felice di recarsi in Inghilterra. Voleva personalmente ringraziare le tante persone che gli avevano offerto supporto, come anche espresse in un discorso a Southhampton:  «Senza l’aiuto della nazione inglese sarebbe stato impossibile portare a termine le nostre imprese nel Sud dell’Italia». Arrivando a Wight indubbiamente si sarà compiaciuto delle migliaia di persone che lo attendevano. Le strade erano decorate con bandiere e striscioni, volevano vedere l’eroe italiano e la folla lo scortò per tutto il viaggio: a piedi, a cavallo, in carrozza verso la residenza di Seely, chiamata Brooke House, dove Garibaldi piantò anche un albero, una quercia morta nel 1995, che la famiglia Seely chiamò l’albero della Libertà. Poi visitò il grande poeta Alfred Tennyson a Wellingtonia, piantando un altro albero davanti alla sua casa. Tennyson gli consigliò di non discutere di politica in Inghilterra e in quell’occasione si recitarono a vicenda poesie. Garibaldi versi in italiano dei quali Tennyson non capì una parola. Ma poco importava.

Il 20 aprile gli fu assegnata l’onorificenza “Freedom of the City of London”. Incontrò il Primo Ministro liberale Lord Palmerston e il principe di Galles, il futuro Edoardo VII. Adorato, anche se l’impatto che Garibaldi aveva sui lavoratori e i sindacati preoccupava la regina Vittoria.

Da allora in poi si vendettero le Garibaldi balls, dolcetti “eroici”. I domestici di Seely trafficarono perfino con i capelli garibaldini ritrovati sul pettine da lui usato e con bottigliette dell’acqua sporca del suo bagno. Ceramiche di Staffordshire  ebbero il suo nome, figurine, sciarpe di seta, profumi, biscotti. Una squadra di calcio, la Nottingham Forest, adottò il Garibaldi-rosso come il colore delle maglie nel 1865. Oggigiorno quel rosso si esprime in special modo nei cappellini, caps rosso garibaldino dei tifosi. Ma ci rendiamo conto?

Così che, davanti al Vittoriano, preferisco pensare a Garibaldi eroe senza macchia, conquistatore per l’onore e non per i soldi o la poltrona. Un italiano amato senza limiti. E all’Italia auguro di riuscire a compiere imprese politiche garibaldine, audaci ed eroiche riforme di pensiero, di cuore ed ideali e di nazione. Su, tenete duro che ce la potete fare. Al limite, fate una scappata al Vittoriano…

.

.

.

Condividi
  • Print
  • Digg
  • StumbleUpon
  • del.icio.us
  • Facebook
  • Yahoo! Buzz
  • Twitter
  • Google Bookmarks