Storie di ordinaria censura liberale

L’articolo che segue è stato pubblicato sabato scorso, 26 marzo, sul Secolo d’Italia. A seguire, l’articolo di Angela Azzaro censurato da alfabeta2.

La redazione

LASCIATE CHE LE IDEE SCORRANO LIBERE
SENZA PIÙ GABBIE
miro renzaglia

Ma quale rivoluzione liberale. Ammesso e non concesso che liberale faccia rima con libertario (e non la fa: fa solo cacofonia) la censura dell’informazione dovrebbe essere l’ultima delle pratiche. E, invece, no: destra e sinistra sembrano unirsi proprio in nome del divieto alla libertà di dissenso.

Dopo il caso eclatante e  gravissimo della cacciata di Flavia Perina dal Secolo, scoppia un altro caso, stavolta a sinistra. Succede questo. Angela Azzaro è una giornalista di sinistra. E’ stata caporedattrice di Liberazione e, ora, è vicedirettora del settimanale Gli Altri, diretto da Piero Sansonetti. Qualche settimana fa, è stata invitata a scrivere un articolo per il periodico, sempre di sinistra, alfabeta2.  L’invito le era arrivato da un collaboratore esterno, il professore di sociologia urbana Massimo Ilardi, che avrebbe dovuto curare un inserto su un tema a lui caro: desiderio e consumo come luoghi di conflitto e affermazione di sé. E lei ha scritto sul rapporto fra la città e le donne, a partire anche dalla recente manifestazione del 13 febbraio e riflettendo, in particolare, sull’immaginario televisivo in chiave femminista.

L’articolo, arrivato sulla scrivania della redazione, è stato però rifiutato da Andrea Cortellessa, con l’accusa di non essere sufficientemente antiberlusconiano. Il che, detto a una giornalista che ha la storia che ha lei ha dell’incredibile. Tanto più se si considera che, da qualche tempo, la Azzaro collabora proprio con il Secolo d’Italia che, certo, di filoberlusconismo non può essere tacciato. E qui viene il dubbio: e se fosse proprio questa la colpa intollerabile che ha fatto scattare il niet al suo articolo? Andrea Cortellessa – gioverà ricordarlo – è lo stesso personaggio che, qualche mese fa, attaccò ferocemente lo scrittore, anche lui di sinistra, Paolo Nori quando decise di scrivere per Libero. Il ragionamento era: se sei di sinistra non puoi scrivere per Libero, se no sei un traditore!

Nori si è difeso benissimo dall’accusa e, dopo una lunga discussione su vari giornali, ha continuato imperterrito a collaborare con quella testata. Altrettanto sembra decisa a fare Angela Azzaro che, intanto, ha spedito all’interessato redattore di Alfabeta2, questa gentilissima mail: «Caro Cortelessa, mi dispiace che tu abbia respinto il mio articolo. Capisco che esprimeva posizioni diverse dalle tue, ma mi pare strano che una rivista culturale come Alfabeta non sia in grado di accettare il dissenso. Grazie comunque, come scriveva sempre Vittorini a Togliatti».

Che clima liberale, signori miei, che clima! Ma che volete farci? Quando il preteso campione della rivoluzione liberale, Silvio Berlusconi, qualche anno fa lanciò il celebre “editto bulgaro” contro onesti lavoratori dell’informazione, come Enzo Biagi ad esempio, fino al punto di chiudergli il microfono, ha dato l’esempio pedissequamente messo in atto a destra come a sinistra.

In altri tempi, meno ma molto meno liberali dei nostri, quel gran rompicoglioni che fu Berto Ricci, espulso dal Pnf per infedeltà alla linea, veniva chiamato a collaborare direttamente dal duce con l’organo ufficiale della rivoluzione fascista: Il Popolo d’Italia. Un Nicolino Bombacci, fondatore del Partito comunista d’Italia, insieme a Gramsci e Bordiga, nel 1936 poteva pubblicare il suo foglio La Verità (traduzione italica della Pravda sovietica). Un Giuseppe Bottai, ministro delle corporazioni, fregandosene altamente di qualsiasi ortodossia, dava parola sui fogli di regime da lui fondati, come Primato e Critica fascista, a intellettuali in odore, e forse più che in odore, di fronda.

D’altronde, proprio lui, Giuseppe Bottai non era certo tipo da tollerare censure e autocensure. Fino al punto di poter liberamente enunciare su Critica fascista, questo principio: «I giovani devono contestare tutto, devono distruggere per poi ricostruire tutto. Soffocare questa eversione dei giovani è impossibile. Bisogna saper cogliere il meglio da queste avanguardie culturali giovanili». Mussolini tacque e acconsentì. Altri tempi, altra cultura, altra civiltà. Signori miei: altro che rivoluzione liberale.

 

L’ARTICOLO CENSURATO
di Angela Azzaro

La metropoli è stata amica delle donne da sempre. I processi di urbanizzazione e di industrializzazione portano le donne fuori dalla famiglia patriarcale e fuori dal lavoro domestico. I fenomeni di emancipazione, di libertà e di conflitto sono stati sempre quindi legati al territorio, ad una mappa del desiderio che inizia a sgretolare il potere del padre e ad affermare una soggettività più complessa, consapevole, in movimento.

Oggi quella mappa che i femminismi storici, nelle loro varie fasi e periodizzazioni, hanno descritto molto bene, è in parte mutata, sicuramente è diventata ancora più articolata, difficile spesso anche da raccontare e da capire. La città di ieri è diventata un territorio a più strati, in cui consumo, desiderio, virtualità, lavoro cognitivo, precarietà, immaginario, vecchi ruoli e affermazione di sé si mescolano in un mix davvero esplosivo. Non sempre però siamo in grado di raccontare i cambiamenti avvenuti. Spesso rimaniamo imprigionati nei vecchi schemi mentali e non riusciamo a vedere gli elementi di novità e di conflitto.

Non si tratta di rinunciare all’esercizio di critica o di accettare tutto ciò che ci circonda, ma spesso i fenomeni di emancipazione e di libertà si affermano proprio là dove il nostro schema ci porterebbe a vedere solo subalternità al potere. Prendiamo ad esempio le figure della velina e in maniera sicuramente anche più contraddittoria quella della escort. Saremmo immediatamente portati a condannarle, stigmatizzarle come un ritorno al passato.

E difatti da più parti così è stato fatto. Invece quelle figure, a limite dell’incrocio tra paesaggio metropolitano e linguaggio televisivo, tra precarietà e spettacolo, tra donna che accudisce e oggetto irraggiungibile del desiderio, sono una conseguenza, per quanto a volte ingannevole, dei fenomeni di emancipazione. E perché no, anche di libertà e di conflitto. E’ evidente come queste figure accolgano in sé la ruolizzazione dei rapporti uomo-donna che giustamente i femminismi avevano sottoposto a critica e in molti casi ribaltato. Ma dentro questo modello, sicuramente negativo, si giocano processi a volte sorprendenti di affermazione di sé, di cambiamento della propria esistenza. Non è una rivoluzione, perché spesso sono fenomeni isolati, legati al qui e ora delle singole vite, ma producono però quegli scarti che la politica dovrebbe evocare e capire.

Gli stessi femminismi italiani da almeno tre decenni, dopo l’incontro con il movimento delle lucciole, hanno ragionato sulla possibilità di autodeterminarsi  rispetto alla vendita di prestazioni sessuali. C’è tutta una letteratura che su questo, non si sa con quanta possibilità di incidere sul senso comune, ha spostato il dibattito affermando la libera scelta anche per una sex worker. Nel caso delle escort il discorso è, se non più complesso, diverso. La natura della prestazione è diversa, esposta a una visibilità e a una affermazione dentro il mondo dello spettacolo che ci scaraventano immediatamente in un’altra dimensione. Quella appunto del desiderio, dell’immaginario, di una generazione cresciuta con il linguaggio televisivo e telematico, cresciuta con un unico orizzonte, quello della precarietà. «Sono figure – sottolinea l’intellettuale femminista Elettra Deiana – che creano disordine rispetto al nostro modo di vedere le cose che va quindi ripensato».

La ricaduta di queste nuove figure e lo spiazzamento che esse producono ha avuto anche degli esiti sulla manifestazione del 13 febbraio indetta da un gruppo di donne. La sua riuscita è stata preceduta da un intenso dibattito a partire proprio dalle figure delle escort e delle veline. La contrapposizione iniziale tra donne perbene e donne permale è stata indubbia. Da una parte c’erano le donne indignate, dall’altra c’era Ruby. Contro cui, nonostante l’acceso dibattito, si è continuato a colpire duro anche durante la manifestazione. In tante, avevano scritto sul corpo, “Tu Ruby, io lavoro”. Le une contro le altre. I femminismi si sono presentati a questo appuntamento e a questa querelle davvero informa. Messe da parte vecchie divisioni e antichi rancori, le diverse scuole di pensiero hanno detto a gran voce che così non andava bene. Che quella contrapposizione era sbagliata e che dividersi era l’obiettivo del potere che in teoria si voleva criticare.

Nel day after della manifestazione e dopo la nuova tappa dell’8 marzo non poche questioni restano aperte. In primis c’è il problema del dialogo tra generazioni. Oggi la più esposta, però – forse la meno capita – è proprio la generazione delle ventenni e delle trentenni. In piazza a Roma erano presenti, ma avevano deciso di firmare un altro appello, diverso da quello delle organizzatrici di “Se non ora quando?”. Il loro era invece “Indecorose e libere”. E sono le stesse indecorose e libere, che da anni provano a mettere a tema la questione della precarietà esistenziale, ancora prima che lavorativa. Tra di loro, c’erano anche le ragazze di Donne da Sud che hanno deciso di essere sia nella piazza ufficiale che nel corteo che è arrivato sotto Montecitorio, con tanti ombrellini rossi segno di riconoscimento e di orgoglio delle prostitute contro cui si stava sollevando una nuova ondata di moralismo.

La storia del gruppo Donne da Sud e la realtà che rappresentano vanno al di là di quegli appuntamenti e costituiscono un pungolo per i femminismi e per la sinistra. Per rispondere alle loro domande non basta più la vecchia mappa del conflitto che abbiamo in testa, servono nuove categorie, una messa in discussione dei paradigmi con cui abbiamo convissuto fino all’altro ieri. A partire dal fatto che quella generazione è cresciuta con un linguaggio diverso dal nostro: il linguaggio della televisione, appunto, ma anche il linguaggio di una politica che si radica nel qui e ora, che non crede più nei grandi sogni, ma nei piccoli cambiamenti. Una generazione da buttare? Tutt’altro. Semplicemente chiede e dice cose diverse da quello che ci aspetteremmo. Invece di capirlo, si tende a stigmatizzarla, oppure a descriverla come passiva.

Ma non è così. Non solo confligge, crea sapere, ma rivendica con orgoglio la propria diversità e la propria storica. «Sono cresciuta con Non è la Rai», ci dice Celeste Costantino di Donne da Sud. “A volte, quando qualcuno mi chiede di che anno sono, rispondo che sono nata con Italia1, cioè nel 1979. Per noi la televisione non è stata solo una cattiva maestra, è stata anche una brava maestra. Se siamo quello che siamo, se abbiamo scelto di essere le donne che siamo diventate, lo dobbiamo anche al nostro crescere davanti alla tv”. Inutile negarlo, è convinta Celeste. Ma infatti perché farlo? La sua formazione non le ha impedito di costruire consapevolezza, di vivere nella dimensione della politica, di riflettere criticamente sulle cose.

Oggi la precarietà la spinge a ripensare anche il rapporto con gli uomini. Anche loro infatti sono stati travolti dalla precarietà. Le certezze maschili non sono più quelle di un tempo e spesso la loro solitudine incontra quella delle donne di fronte alla precarietà. Una precarietà che da una parte rende più fragili, ma che è anche una bomba pronta a scoppiare sia dal punto di vista politico che sociale. Come non capirlo? Non si tratta solo di diritti, ma di una questione che rimette in gioco tutto. «E’ per questa ragione – dice Celeste – che la parola femminismo a molte di noi va stretta. Non si tratta di mettere in discussione certi valori, ma di fare i conti con una parola che spesso risulta respingente e chiusa in un sistema di pensiero che non ci racconta più, che non racconta più le nostre vite».

Una nuova sfida? Sicuramente una domanda da ascoltare e non da liquidare come sacrilega, perché al di là dell’esito della provocazione ci stimola a capire il presente e il cambiamento di soggettività in atto. Un cambiamento che non sempre ha le sembianze che avevano sperato o auspicato, anzi a volte è irritante, ambiguo, contradditorio. Ma non per questo si tratta di un cambiamento meno importante o meno interessante.

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