R.E.M. Collapse Into Now

Federico Zamboni

.Abbiamo bisogno di spazio per ogni album che scegliamo. Non sullo scaffale, nella rastrelliera, accanto al letto o allo stereo. Nella nostra vita. Nel nostro tempo saturo. Nella nostra mente distratta. Nel nostro cuore che gira su stesso come una moneta beffarda, ora a velocità vorticosa, ora con lentezza estenuante: su una faccia c’è un tale groviglio di figure, di segni, di banalità, di enigmi, che non ci si capisce più niente; sull’altra il vuoto disseccato e definitivo di un deserto. Un vuoto che sarebbe bello riempire. Un vuoto levigato e perfettamente piatto come quello di uno specchio. Ti viene voglia di saperlo: chissà che faccia ti è venuta, dopo tutti questi anni. Chissà che faccia hai, oggi. Ti avvicini per dare un’occhiata. Ma lo specchio deve essere guasto. Non riflette niente. Non restituisce nessuna immagine. Perché non è un vero specchio. Solo una fotografia. Solo una scultura pop. Solo l’idea brillante di qualcun altro che non sei tu.

I R.E.M. dicono che Collapse Into Now è, o potrebbe essere, il loro ultimo album. Sarebbe una degna conclusione, se fosse vero. Il quindicesimo capitolo di un libro che non ha da offrire un finale avvincente ma che in fondo non ne ha nemmeno bisogno: non è che debba riscattare coi fuochi d’artificio dell’ultima sera una sagra mediocre e prevedibile. Il programma che è andato in scena in tutti questi anni è stato ricco. A volte munifico fino all’eccellenza. Altre volte soltanto (soltanto?) solido e accurato, come si conviene a chi può contare tanto sull’estro imprevedibile dell’artista quanto sull’abilità consapevole, e permanente, del grande artigiano.

Per chi giudica dall’esterno è facile cedere alla tentazione di fare paragoni tra i diversi momenti e stilare classifiche, fino a sminuire una singola sfaccettatura in nome di un’altra. Fino a liquidare come bigiotteria tutto ciò che è inferiore alla purissima luce del diamante migliore. Ma per chi sta all’interno – all’interno della miniera cui ciascuna di quelle pietre preziose è stata strappata, calandosi nelle gallerie sotterranee e spesso disagevoli dell’ego, dove bisogna avventurarsi in cerca dell’ispirazione – la prospettiva è completamente diversa. Non è solo un ideale. È anche un lavoro. La perfezione è un’eventualità, non un obbligo. Il piccolo smeraldo non sembra poi così piccolo, dopo tanti giorni trascorsi ad aggirarsi invano tra le rocce. Voi cosa avreste fatto, al nostro posto? Lo avreste lasciato là sotto? Lo avreste gettato via?

«Parlami della paura», dice Francesco Pacifico al bassista Mike Mills, nell’intervista pubblicata sul numero di marzo della versione italiana di Rolling Stone, e disponibile in versione ancora più ampia sul sito della rivista. «Rispetto al songwriting, non rispetto al mercato. La paura di non scrivere più bei pezzi.»

«Non so…», replica Mills. «Forse all’inizio o a metà degli anni ’90… ma non mi disturba davvero. Ti capitano periodi in cui non scrivi belle canzoni, ma poi magari passa qualche settimana e ritrovi il tocco. Il blocco lo supero o continuando a scrivere, o prendendo una pausa, a seconda dei casi. Per liberarsi la mente, magari si fa qualcos’altro».

Non è una scienza esatta. È un’attitudine che è costretta a misurarsi sul terreno accidentato della realtà. Se non ti muovi non arrivi da nessuna parte, ma a volte tutti quei passi non servono ad arrivarci davvero. Servono solo a stancarsi. E allora bisogna aspettare. Aspettare che tornino le forze. La voglia di riprovarci. La resistenza necessaria per non mollare alle prime difficoltà. E per affrontare un altro fallimento.

.«Ogni giorno della mia vita – afferma nella stessa intervista Michael Stipe, il cantante e frontman che oggi si autodefinisce «una sorta di creative director della band» – mi sveglio con un desiderio di creare qualcosa, che sia con la musica, o la scultura, o la fotografia. La fotografia, per me, come mezzo, è cambiato incredibilmente negli anni, per via del digitale, è diventato meno una cosa finale e più una fonte di materiali e idee per creare altro. Ammiro i grandi fotografi. Anche il tipo che mi ha fatto le foto oggi: molto bravo. Ma per me voglio prendere foto e farle diventare tridimensionali, una cosa diversa. Per cui, come persona creativa, come artista, cerco in questi diversi mezzi espressivi, alcuni dei quali incredibilmente stimolanti… ed è con questa idea che vado a dormire e mi risveglio ogni giorno della mia vita. Certo, ci sono cose che so di non saper fare bene. Non sento il bisogno di occuparmi di pittura. Non mi piace come disegno. Ci ho provato. Non mi piace il mio tratto, la mia linea. Ma amo la grafica.»

Possono sembrare dettagli. Le divagazioni di una rockstar che coltiva degli hobby aggiuntivi. E invece sono illuminanti per capire come le cose siano perennemente in evoluzione, quando gli artisti non si accontentano di avere successo e di usare a oltranza le formule che hanno ormai acquisito. Anche se quelle formule funzionano ancora. Soprattutto, se funzionano ancora.

Molti, e specialmente i fan, tendono a vedere i loro preferiti come delle presenze permanenti del loro immaginario. Perché è un pantheon che in un modo o nell’altro ha richiesto tempo e dedizione. Perché risponde, quando più e quando meno, a un bisogno di identificazione. E quindi di stabilità. Ma quello che gratifica non sempre fa bene. Quello che rassicura non sempre fa crescere. Quasi mai, in realtà.

La fine dei R.E.M. trasmette una sensazione spiacevole, anche solo come ipotesi. Ma è un riflesso condizionato. È l’illusione, sciocca, che le cose belle possano ripetersi all’infinito, in un miracoloso e inverosimile miscuglio di conferme che danno sicurezza e di innovazioni che inebriano. Dopo tutti questi anni, al contrario, è del tutto naturale che il loro ciclo si chiuda. Svariate delle recensioni hanno sottolineato che Collapse Into Now sembra ripercorrere l’intero ventaglio delle capacità della band, senza nulla che si stampi nella memoria come un passaggio cruciale: né in senso positivo, con la forza di un capolavoro, né in senso negativo, con la debolezza di una bruttura.

Eppure quel ventaglio continua ad attraversare l’aria, così spesso immobile, con traiettorie nitide e affascinanti. Non sorprendono. Non possono più sorprendere. Restano preziose.

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