Massimo Morsello. Un poeta distante da me

Simone Migliorato

.Sia in Italia che in Europa il cantautorato è figlio degli anni 60/70. Quest’anno la Francia ricorderà George Brassens con un mostra nel trentennale della sua morte, e da qui alle prossime settimane vedremo sul Corriere della Sera una serie di uscite nel ricordo di Fabrizio De André, cantautore diventato probabilmente più noto e amato solo dopo la sua morte.

La musica e il cantautorato ovviamente non sono stati l’esperienza dei giovani di una sola barricata: Brassens e De André erano dichiaratamente anarchici, come lo erano Ferré e Gaber, come probabilmente lo è ancor oggi Guccini e lo spagnolo Paco Ibanez. Poi ci sono De Gregori, Bertoli, il professor Vecchioni, magari non anarchici ma sicuramente schieati sinistra. Chi c’è stato dall’altra parte della barricata? C’è stato Massimo Morsello, co-fondatore di Forza Nuova, morto dieci anni fa per un cancro.

Prima di continuare vorrei rimarcare di nuovo sul termine barricata: nonostante credo nella non violenza e non ami la spersonalizzazione ideologica, credo che ci siano dei distinguo importanti che nella propria visione del mondo non si possono prescindere. E Massimo Morsello per me, giovane che nell’anno della sua morte aveva 15 anni, si trova del tutto su un’altra barricata esistenziale e politica. E non mi riferisco solo al suo passato politico, che potrei anche non conoscere, ma mi basterebbero i temi della sue canzoni per sentirlo diverso e antagonista rispetto a me: canzoni dedicate al nazista Degrelle, canzoni contro l’aborto, canzoni per la Vandea e per i giovani della RSI. Canzoni che usava per cantare il cammino in cui credeva, cioè quella di un fascismo intriso del cattolicesimo più intransigente.

Mi basterebbe questo per non condividere niente delle canzoni di Massimo Morsello, perché non posso accettare la sua ideologia per me autoritaria, reazionaria, bigotta e pericolosa.

Posso dire però che le sue canzoni sono bellissime, e che se è possibile fare poesia con la musica, Morsello è riuscito a farlo. E di chi è la poesia? Mia o solo delle mie idee? La poesia è di chiunque sappia farla e di chiunque sappia rendere bello ciò che pensa o ciò che vuol dire. Riflettevo di questo l’altro giorno dopo un incontro con il noto poeta Davide Rondoni, cattolico convinto e penna dell’Avvenire che più volte si è schierato contro l’eutanasia, per il crocifisso nelle scuole, ecc… Rondoni sosteneva che si può far poesia con tutto.

Io non credo nell’unione tra i moderati (cosa di cui si ciarla molto in questo momento) ed ovviamente, non essendo un estremista, credo che non possa esistere un unione tra opposti estremismi. Perché i nemici sono diversi, o se sono gli stessi, sono diverse le soluzioni/posizioni. Ma come mi creo una posizione? Ascoltando quello che sento dentro di me e quello che dicono gli altri. Purtroppo oggi nell’epoca del populismo mediatico le idee non esistono: ci sono urli, volgarità e mancanza di realtà. Ci sono soprattutto uomini, politici e intellettuali che non hanno idee, ma solo tornaconti personali.

Probabilmente Massimo Morsello credeva veramente nelle sue idee, altrimenti non avrebbe potuto scrivere struggenti canzoni sulla Vandea, sull’aborto, sull’esilio, sulla morte e sulla politica. E questo infine è il bello della poesia: ci fa ascoltare le idee degli altri e (probabilmente) rafforza le nostre, che senza un avversario col quale confrontarsi sarebbero più vuote di prima.

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