Libia. Una nuova Dien Bien Phu?

I rivoltosi hanno chiesto aiuto all’Occidente e l’Occidente non si è tirato indietro seppure, possiamo dirlo, non senza riserve. Per prima la Francia che, inizialmente invia i Mirage , poi non vuole assumere il comando NATO per non incrinare i rapporti con il mondo arabo.

Lo sbarco di truppe di terra è ancora un tema di discussione: un intervento così diretto potrebbe generare l’apertura di un nuovo fronte, stavolta molto vicino alle coste europee del Mediterraneo, in primis quelle italiane, con conseguenti crisi umanitarie, tensioni, scontri di dimensioni maggiori rispetto a quelle finora in atto.

La risoluzione 1973 dell’ONU parla chiaro: missione aerea per protezione civili libici, evitando qualsiasi altra forma di coinvolgimento militare.

Sono quasi dieci anni che la Francia non partecipa ad una campagna, da quando l’allora presidente Chirac rifiutò di prestare appoggio ad USA, Gran Bretagna ed Italia alla missione irachena.

L’ Eliseo subì nel 2003 le aspre critiche del popolo americano, ma incassò anche l’appoggio del mondo pacifista e dei partiti progressisti, mostrandosi come rispettoso delle decisioni delle Nazioni Unite e per nulla interessato a sostenere sforzi bellici di una nazione (gli USA) in quel momento oggetto di polemiche sulle reali motivazioni dell’invasione dell’Irak.

Una settimana dopo il rifiuto francese, reparti della Legione erano in Costa d’Avorio, un paese sciagurato, tormentato da decenni di guerra civile; ma anche un paese ricco di giacimenti minerari e di miniere di diamanti. Allora, qualche giornale occidentale, sottolineò che la Francia si fosse finalmente ‘svelata’, mostrando un pacifismo “di facciata” in funzione della salvaguardia dei propri interessi in molte aree del globo, come le ex colonie.

Non sono sicuro che l’impegno francese sia mirato alla semplice difesa dei civili, in linea con la risoluzione ONU. Sono invece certo che presto o tardi Tripoli e Bengasi pulluleranno di legionari e paracadutisti. Sono anche certo della situazione che si verrà a creare: scontento, dissapori, civili spaventati e adirati all’idea che gli europei possano mettere le mani sulle risorse locali, monopolizzandole e avviando una politica di sudditanza del paese nordafricano all’Europa.

Il forte si mesce col vinto nemico, Col novo signore rimane l’antico; L’un popolo e l’altro sul collo Vi sta. Dividono i servi, dividon gli armenti;  Si posano insieme sui campi cruenti D’un volgo disperso che nome non ha. (Alessandro Manzoni – Adelchi)

Gli ultimi versi di Adelchi espongono in modo piuttosto chiaro gli esiti di una guerra: i vecchi padroni sono deposti o assorbiti da nuovi, creando equilibri a vantaggio della sola potenza occupante; risorse e territori assimilati dai vincitori; nuove leggi imposte ad un popolo che passa da un dominio ad un altro senza possibilità di scelta.

Come il popolo italico, anche quello libico attende l’arrivo dei “franchi” per avere sostegno militare e guida in un conflitto che giorno per giorno è più cruento e sanguinario; nel contempo auspicano a un rispetto futuro propria terra e delle proprie ricchezze, unici strumenti per permettere al paese di rinascere forte, prospero, con un equilibrio interno che scacci ogni ombra di possibile infiltrazione di cellule destabilizzanti.

La Libia è troppo vasta per essere controllata tutta e confina con stati dai quali con estrema facilità potrebbero confluire guerriglieri di provata fede islamica e anti occidentale. La futura gestione post Gheddafi dovrà sviluppare un rapporto di forte fiducia tra il nuovo governo e le forze NATO e soprattutto dovrà essere evitata quanto più possibile una presenza prolungata di truppe.

I francesi sono maestri della diplomazia,un po’ meno della guerra. I tempi di Orano, Algeri e dell’ Indocina sono lontani anche se, va detto, fu proprio con un bombardamento (quello di Haiphong) che ebbe inizio il declino della Francia come potenza coloniale. Dopo Haiphong dieci anni di lotta in Viet Nam si risolsero in un cruento corpo a corpo tra le rovine del campo trincerato di Dien Bien Phu, una fortezza che, secondo Henri Navarre, avrebbe invece assicurato lo sfaldamento e il logoramento delle forze di Giap.

Anche in Libia tutto è cominciato con un bombardamento. In queste ore Sarkozy si congratulerà con i suoi generali per la brillante azione aerea e per il lustro internazionale da essa derivata. L’unica speranza è che gli assi della Armeé de l’Air si mostrino più oculati dei Leclerc, Salan e Navarre: l’entusiasmo e l’appoggio dei popoli non hanno vita eterna e di tutto la Libia ha bisogno eccetto che un nouvelle Ho Chi Minh.

Marco Petrelli

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