Libia. E’ una guerra fra tribù

miro renzaglia

L’articolo che segue è stato pubblicato ieri, 2 marzo, sul Secolo d’Italia.

La redazione

È LA SCISSIONE
IL VERO INCUBO DELLA LIBIA
miro renzaglia

Una cosa è certa: le matrici delle rivolte o delle rivoluzioni sono sempre diverse le une dalle altre. In particolare, l’osservazione vale per quanto sta accadendo in Nord Africa da un mese a questa parte. L’unico minimo comune denominatore fra le vicende di Tunisia, Egitto e Libia sembra potersi trovare nel desiderio di modernizzazione di quei Paesi. Ma, pure qui, quando si osservano i movimenti che si sono fatti promotori delle sollevazioni, qualche dubbio sorge. I Fratelli Musulmani in Egitto, per esempio, non sembrano essere il massimo di modernità in termini di apertura alle libertà e ai diritti civili. E tanto in Egitto che in Tunisia, ai regimi deposti, che per quanto retrogradi erano comunque a sostanza “civile” di Moubaraq e Ben Ali, non si è trovato niente di meglio che sostituirli con gli stessi organigrammi preesistenti: militari a Cairo e civili a Tunisi. Il che – bisogna dirlo –  non è certo il massimo delle avventure libertarie.

E ora veniamo al regime in bilico del colonnello Muammar Gheddafi. Arrivato al potere con il classico colpo di stato, ormai può sostanzialmente contare sostegno solo su alcuni (neanche tutti) apparati dell’esercito e su una parte (nemmeno tutta) della sua tribù. Tanto è vero che, a quanto riferiscono le cronache, è stato costretto ad arruolare compagnie di mercenari per difendere il suo traballante regime, stante  la riluttanza dei militari ufficiali a sparare sulle folle in rivolta. Lasciamo stare il delirio secondo il quale, per lui: «Questa gente non ha richieste. Le loro richieste vengono dettate da Bin Laden. I vostri figli sono manipolati da Bin Laden». I segnali che arrivano dai rivoltosi vanno in una direzione che sembra essere di segno opposto ad un traguardo modernizzatore. Le folle scese in piazza, infatti, e se i simboli hanno senso, hanno recuperato insegne del passato. A cominciare dalla vecchia bandiera libica: il tricolore nero-rosso-verde che sventolava, sul regno di Re Idris, prima della Rivoluzione delle Masse (la Jamahiriya) imposta da Gheddafi.

Ora, è probabile che prima di un balzo in avanti sia necessario, come vuole un vecchio adagio, fare un passo indietro per prendere la giusta rincorsa. Ciononostante, gli scenari immediatamente palpabili non sono quelli che sarebbe in auspicio. Soprattutto valutando il sacrificio di sangue che quelle popolazioni stanno sostenendo per affermare un principio di liberazione. E il rischio che il regime libico soccomba a vecchie dispute tribali (mai sopite), fino alla scissione dello stato unitario in due diverse regioni geo-politiche – Tripolitania e Cirenaica –  non sembra essere nelle migliori aspettative per l’Italia e l’Europa.

Tuttavia, sarebbe del tutto errato soggiacere alla ferrea logica della real-politik. Quando interi popoli mettono in discussione la sussistenza dei loro sistemi politici versando il sangue dei propri figli migliori,  l’obiettivo primario non è quello di pensare ai nostri interessi immediati quanto, piuttosto, di comprendere le ragioni profonde del disagio che fatalmente è esploso. E di chiederci se le nostre politiche (nostre nel senso di Italia, Europa ed Occidente) non siano in qualche misura responsabili dell’esplosione.

Poco più di due anni fa (gennaio 2009, per la precisione), abbiamo firmato con mano ferma dell’attuale capo di Governo, Silvio Berlusconi, un trattato di amicizia con la Libia. Tale era la forza di questo vincolante accordo che è stato consentito a Gheddafi di venire a far visita per due volte a Roma, accettando i suoi “sputi in faccia” all’Italia e agli italiani. Peggio: riservandogli gli onori che il nostro premier ha inteso suggellare con un fervido baciamano personale al Raìs. Abbiamo vissuto quel gesto (del baciamano) e lo abbiamo esplicitamente riferito su queste pagine, come un atto di assoluta e insopportabile sudditanza ad uno stato straniero. Cominciamo, allora, a chiederci cosa quel gesto abbia voluto significare per le popolazioni libiche che ora sono in rivolta. E con quale grado di attendibilità e fiducia interpretino adesso la decisione di strappare quell’accordo e la ventilata possibilità, roba di queste ore, del nostro Governo di avviare operazioni militari di embargo contro il regime di Gheddafi.

Quell’accordo aveva dei contenuti precisi, in termini di riconoscimento politico (e lasciamo stare, per amor di calcolo economico, che prevedeva anche un esborso di 5 miliardi di euro, ufficialmente per chiudere il contenzioso coloniale e, implicitamente, per garantire le nostre coste dallo sbarco di clandestini provenienti dalle rive della Libia). Delle due, una: o il nostro governo è stato miope allora a non prendere nemmeno in lontana considerazione l’ipotesi di crollo del regime libico con cui lo stipulava, o è tacciabile di tradimento oggi.

E resta da vedere, oltre all’esito della rivolta in atto, anche con quale grado di fiducia assistono alle giravolte del governo italiano le nostre imprese economiche (Fiat, Unicredit, Finmeccanica, per citarne alcune) che contano sugli investimenti azionari dell’attuale regime libico.

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