La “maledizione” della J27

Federico Zamboni

.Una vecchia storia. Oppure, se si preferisce, una vecchia leggenda. Di quelle che però sono dure a morire e con l’andare del tempo, anzi, si caricano di ulteriore suggestione. Sembra persino logico, in fondo. Se nessuno si dimostra capace di dissipare le ombre significa che l’oscurità è davvero impenetrabile. I problemi insoluti si innalzano al rango di enigmi. Le risposte mancanti si trasformano nella prova inoppugnabile che le domande erano fondate. Le indagini possono languire, ma non si spengono mai del tutto. O presto o tardi arriverà qualcuno che tenterà di riaprirle. Come ha fatto, nel caso specifico, un volume uscito l’anno scorso col titolo di Delitti rock, firmato da Ezio Guaitamacchi e pubblicato da Arcana. Come farà, a breve termine, un programma tv di Rai Due che riprende lo stesso titolo del libro e che sarà presentato da Giorgio Faletti.

Il catalogo è ampio. Ma tra tutte le altre la vicenda centrale continua a rimanere una. La chiamano in diversi modi: da quelli più stringati che riducono tutto a una sigla come “J27” o a una locuzione appena un po’ più estesa come “club 27”, a quelli più espliciti come “la maledizione della J27”. Per chi sappia di cosa si tratta, e sia almeno un po’ incline a lasciarsi coinvolgere da questo genere di storie, e di atmosfere, finiscono con l’essere tutte e tre delle denominazioni intrigamti, ciascuna alla sua maniera. Ma il primato, va da sé, spetta alla terza. La maledizione della J27. Che mischia abilmente le carte della certezza e del dubbio: una certezza quasi sovrannaturale, la maledizione, e il dubbio di un complotto che si traveste da destino. Un vecchio trucco da titolisti di fumetti o di romanzi gialli. Un trucco immortale che funziona sempre, sul confine ambiguo tra prestidigitazione e occultismo. Lo stesso risultato può avere spiegazioni differenti. Il supremo inganno è un vero mago che si finge un semplice illusionista.

Le diciture sono almeno tre. Il dossier è uno solo. Il numero delle cartelline all’interno è controverso. Chi dice quattro. Chi dice cinque. Chi dice ancora di più. I nomi sono altisonanti. Brian Jones. Jimi Hendrix. Janis Joplin. Jim Morrison. Loro sono quelli sicuri. Tutti con una “j” a fare da iniziale al nome o al cognome, e tutti deceduti a 27 anni. Poi ci sono quelli che soddisfano solo il requisito dell’età al momento della scomparsa: il più celebre è Kurt Cobain. Nato il 20 febbraio 1967, morto il 5 aprile 1994. Ma ce ne sono parecchi altri. E se si risale indietro nel tempo, fino agli anni Trenta, si trova una leggenda del blues come Robert Johnson.

Ma restiamo sui primi quattro. Quelli che rimangono l’asse portante di tutta la vicenda. E che sono legati da un’ulteriore e ancora più sorprendente (sconcertante) coincidenza. Il primo a restare ucciso, Brian Jones, muore il 3 luglio del 1969. L’ultimo, Jim Morrison, esattamente due anni dopo, il 3 luglio del 1971. È come un cerchio orribile, ma perfetto, che si chiude. E che dà da pensare. Nelle vicende umane la perfezione, sia nel bene che nel male, non sembra mai dovuta al caso. Perché c’è troppo caos, tutto intorno, per ammettere a cuor leggero che la stessa mancanza di senso si annidi anche là dove appare, invece, una connessione evidente. Meglio un disegno malvagio, che il solito intreccio di linee confuse e di fatalità imperscrutabili. Meglio un rituale di morte, che accettare la palese assurdità di giovani e grandi artisti che scompaiono anzitempo.

.Prima Brian Jones, che pure è il meno straordinario dei quattro. Poi Jimi Hendrix, fuoco inarrestabile che brucia qualsiasi schema precostituito nell’ambito della musica.  Poi Janis Joplin, onda d’urto che spazza via il canone corrente di bellezza estetica e di grazia femminile nel canto. Infine Jim Morrison, che rifiuta l’idea che l’intensità delle parole possa sostituire quella della vita reale: la poesia non è un surrogato, una fuga momentanea nel mondo di un’armonia formale e astratta, un elaborato trastullo che si compiace di essere nobile, e non si vergogna di essere esangue, come certa aristocrazia decaduta. La poesia delle parole deve saldarsi alla poesia dei gesti. Dapprima sul palco, come un esempio. E poi nell’esistenza di ciascuno, come un’acquisizione permanente che può accettare di ritrarsi un poco per fronteggiare le necessità materiali, nei momenti più duri, ma che in nessun caso è disposta a farsi da parte in via definitiva.

Jimi. Janis. Jim. Rivoluzioni artistiche che diventano metafore, anticipazioni, bagliori di una rivoluzione più grande che minaccia, senza nemmeno doverne essere consapevole, di estendersi all’intera società. Se l’ordine sociale è finto, è ipocrita, è capzioso, allora il disordine diventa sano di per sé. Necessario di per sé. Pericoloso di per sé.

Jim, Janis, Jimi. La domanda che da latente si fa espressa, e sempre più concreta. Ci sarà modo di neutralizzarli col classico, collaudato, vantaggioso sistema dello star-system? Il meccanismo è noto. I grandi artisti hanno per forza di cose un grande ego. L’ego spinge all’affermazione individuale. L’affermazione individuale rischia di smarrire le sue motivazioni originarie, e migliori. Quello che doveva essere un mezzo – avere successo per comunicare ad altri la propria verità – si degrada a obiettivo in se stesso. Avere successo per avere un pubblico. Un pubblico fedele. Appassionato. Pagante.

Il meccanismo è noto. Ma non è detto che sia anche universale. A volte, inopinatamente, qualcuno resiste, rifiuta, si oppone per una reazione istintiva oppure, più raramente, per un’autentica consapevolezza. Certi sono solo anarcoidi, a rischio di autodistruggersi. Altri sono ribelli che sono consci del conflitto con l’establishment e dell’impossibilità di appianarne le cause, pervenendo a una vera pacificazione. Il sistema li osserva. Li tiene d’occhio. Si interroga su cosa sia meglio fare per neutralizzarli.

Qualcuno se lo ricorda: gli stessi avvenimenti possono avere spiegazioni diverse. Il supremo inganno è trasformare delle morti accidentali in vittime di un complotto. Ma un complotto talmente oscuro da sembrare inventato, e da trasferire tutto su un piano puramente fantastico. Non lo sapete? La maggior parte delle persone ama il mistero in quanto tale, e fa solo finta di desiderare le risposte.

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