Il fascista libertario prende il volo

Mario Bernardi Guardi

A Il fascista libertario di Luciano Lanna (Sperling & Kupfer, pp.256, euro 17) ho dedicato un lungo (forse fin troppo) articolo che uscirà sul Secolo d’Italia [per completezza di informazione è postato di seguito a questo, ndr] e non mi sembra il caso di ritornare su quel che ho scritto lì, mettendo insieme i (buoni) argomenti dell’Autore e i miei (spero altrettanto buoni),  con l’aggiunta di ricognizioni personali ecc. ecc.

Non ci ho messo, invece, qualche appunto/spunto che la fascio-libertaria lettura mi aveva suggerito e che adesso propongo ai lettori del Fondo.

La felice- defeliciana distinzione tra fascismo-movimento e fascismo-regime da sempre l’abbiamo fatta nostra, riconoscendoci nelle emozioni e nelle ragioni, nelle polemiche e nelle prospettive movimentiste. Così come sono state spesso raccontate in argomentati saggi: e mi limito a citare La rivoluzione in camicia nera (Mondadori, 2006) di Paolo Buchignani.

Non dobbiamo comunque dimenticare che Mussolini, impegnato ad agire col massimo realismo e quindi a tener conto delle più svariate forze in gioco, considerò sempre i movimentisti come l’esercito di riserva intellettuale (e non solo) da mobilitare per il secondo tempo della Rivoluzione. E’ vero: versò abbondante acqua sui più bollenti spiriti, ma lo fece solo perché i tempi non erano maturi. Scatta la domanda giustamente maliziosa, giustamente provocatoria: quando lo sarebbero stati? Rispondiamo col massimo “candore”: è difficile dirlo; si possono, in proposito, disegnare “scenari”, più o meno convincenti, da qui all’eternità.

Resta il fatto che l’”autoritario” o, se si preferisce,  “totalitario” Duce non smarrì mai l’anima “sociale” e “libertaria”. Questo è il contrassegno di Salò, meglio, è il contrassegno che lui stesso volle per Salò e per l’eredità politica che Salò avrebbe dovuto lasciare. Ora, si può ragionare fin che si vuole sul velleitarismo di un simile disegno, nonché sulle mille ambiguità e contraddizioni che stavano dietro il progetto di “consegnare” la RSI nelle mani dei repubblicani e dei socialisti, e non dei monarchici e dei “moderati”: lo ha fatto in maniera documentata e con efficaci spunti di dibattito Stefano Fabei nel suo ultimo libro (I neri e i rossi, presentazione di Giuseppe Parlato, Mursia) e a questo saggio rinviamo il lettore.

Si può ragionare finché si vuole ecc. ecc., dicevamo, ma il “passaggio del testimone” ha- o voleva avere- questo profilo. Del resto, non ha questo profilo il MSI, così come nasce nel dopoguerra? E fino ad AN ed anche dopo non è sempre restato acceso il dibattito tra un’anima libertaria, sicuramente al di là della destra e della sinistra, e tutte le altre anime “di destra”, rispettabilissime per carità, ma che avevano altra identità (altro cuore, altro spirito) rispetto a una forza che, non casualmente ma casualmente, si chiamava Movimento Sociale Italiano?

E adesso? Mi piacciono CasaPound e i “blocchetti”, la loro concretezza mescolata all’immaginario antipolitico o metapolitico, le loro confuse speranze di dar la sveglia a un’Italia che forse c’è ancora, la loro ardente giovinezza, cui guardo con affetto misto a invidia, perché giovane non sono più.

Sul resto preferisco stendere un velo di impietoso, spietato silenzio.

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L’articolo che segue è stato pubblicato oggi, 11 marzo, sul Secolo d’Italia.

La redazione

PERCHÉ IL NUOVO STA OLTRE DESTRA E SINISTRA
Mario Bernardi Guardi

Le ultime vicende della politica italiano sembrerebbero legittimare la rottura definitiva degli schemi e la via dell’ossimoro. Il titolo del recente libro di Luciano Lanna (Il fascista libertario, Sperling & Kupfer, pp. 256, euro 17), non mi sembra invece un ossimoro. Aldo Cazzullo, scrivendone sul Corriere della Sera, l’ha collegato direttamente alla rupture finiana e alle nuove prospettive che si lasciano intravedere oltre la lunghissima transizione in corso. E in apparenza quel titolo sembrerebbe ammiccare al corto circuito semantico della contraddizione suggestiva, del gioco d’intelligenza atto a generare l’effetto sorpresa, mettendo in crisi facili schemi, giudizi sommari e luoghi comuni. Ma in realtà quel titolo potrebbe esprimere una “linea di tendenza” che viene dal lontano e dal profondo, e il testo lo fa in una variopinta tessitura di esperienze e testimonianze che, se possibile, esaltano la contraddizione, confermandone la legittimità. In che senso? Nel senso che, come ben mostra (e dimostra) Lanna, nell’ossimoro è raccolto quel Novecento “altro” che non volle essere paralizzato dall’antitesi destra-sinistra e non si sottrasse all’azzardo della sintesi.

“Quel” Novecento è uno scenario talmente ricco e affascinante da provocare una sorta di vertigine: e non solo perché raccoglie gli umori di più generazioni che trasformarono gli ossimori in belle bandiera di lotta culturale e politica, ma perché è vivo “nel” nostro tempo e “per” il nostro tempo, e dunque potrebbe essere eredità da mettere a frutto. Se solo si avesse il coraggio di osare: ed è un “se” non da poco. Ma ritorniamo al nostro coloratissimo Novecento e alla sequenza degli impossibili che divennero arditi progetti. L’interventismo culturale, con gli “incendiari” delle riviste fiorentine e delle avanguardie – ma si può risalire ancora più indietro, e cioè alle mitologie nazionalpopolari del garibaldinismo e del mazzinianesimo e al patriottismo “sociale” di Alfredo Oriani – semina in abbondanza sul terreno dove germoglierà il miglio Novecento libertario. Nel Leonardo, nella Voce, nel Manifesto futurista che sono avventure ciascuna con un suo ben preciso profilo ma affratellate da un sogno/bisogno di “svecchiamento”, c’è già un bel po’ di materia incandescente: l’appello a una nuova, giovane Italia; la battaglia per una scuola che formi ed educhi al confronto delle idee; l’urgenza di dar voce a una cultura che non si appaghi di reperti museali ma parta all’assalto di tutti i cieli, inventando e plasmando il futuro; il gusto per l’originalità e la contaminazione, la trasversalità e la trasgressione, l’intraprendenza e la sfida; il rifiuto della pedanteria accademica, del bigottismo, del clericalismo, del moralismo unto e bisunto, del conformismo ottuso e forcaiolo.

Tutto questo era, è “di destra”? No. che non lo è. Tutto questo, ed è il nucleo vitale e il costante punto di riferimento della ricognizione-riflessione (ed anche della conclusione) di Luciano Lanna, è «al di là della destra e della sinistra». Documenti alla mano. Nomi in testa. Idee e immagini nel cuore. I fiumani, da Keller a Comisso (e sulla straordinaria fauna accorsa nella Città di Vita vale la pena di rileggersi Alla festa della rivoluzione di Claudia Salaris, e D’Annunzio di Giordano Bruno Guerri), il Rosai del Libro di un teppista, recentemente riproposto da Vallecchi, il Bilenchi di Vita di Pisto, il Kurt Suckert (non ancora ribattezzatosi Curzio Malaparte) di Viva Caporetto!, il Viani di Ritorno alla patria, e ancora, inerpicandoci nel Ventennio, il Maccari del Selvaggio, il Longanesi dell’Italiano, il Ricci dell’Universale (per l’amico Indro Montanelli, un’immacolata icona, al pari, come tante volte ebbe modo di ricordare, di altri “fedelissimi” in camicia nera, tutti morti sul campo: Giani, Pallotta, Roddolo…), il Vittorini de Il garofano rosso, il Gallian de Il soldato postumo (Cesare De Michelis lo riscoprì nel 1988 per la sua Marsilio) ecc.

Lanna di suggestioni e di stimoli ne offre, e tanti, perché tanti sono gli elementi su cui soffermarsi: c’è il vissuto dei “ragazzi di Salò” e c’è la loro vita in “questa” repubblica (dove li mettiamo, a destra, a sinistra o al di là e oltre, tipi come Giorgio Albertazzi, Carlo Mazzantini, Mario Castellacci, Enrico de Boccard, Piero Sebastiani ecc.? Non ci piove sul fatto che si tratti di “fasci” né su quello che si tratti di “libertari”: e allora come li posizioniamo nello scenario politico attuale?); c’è una eredità di valori e di affetti irrinunciabile anche per chi ad essa appare più estraneo (dove sceglierebbero di schierarsi oggi Beppe Niccolai e Giano Accame?); c’è il mai interrotto, e perpetuamente acceso, dibattito sul ’68 delle origini, tutt’altro che di sinistra; ci sono pezzi di storia del Msi, l’esplosione intellettuale e generazionale della Nuova Destra, il fervore dell’immaginario giovanile – da Hugo Pratt a Rino Gaetano a Capitan Harlock – e l’immagine che si proietta e si concretizza in un modo nuovo di essere in quello stesso modo nel presente e per il futuro: si pensi a Casa Pound e al Blocco Studentesco.

Ci sono molte osservazioni dedicate a interlocutori antifascisti, ma alieni da spirito di setta, non conformisti e capaci di interrogare e di interrogarsi: da Pavese a Pasolini, da Pannunzio ad Adriano Olivetti, da Cacciari a Lizzani, da Antonio Landolfi a Beniamino Placido. Ci sono infine le memorie private di Luciano, uno dei tanti «lacerati tra l’immagine esterna e la propria rappresentazione interna»: da una parte, la rappresentazione anticomunista, all’insegna del binomio “legge ed ordine”; dall’altra, la convinzione profonda di essere qualcosa di più e di diverso: e cioè dei contestatori che si battono per la libertà della cultura, i diritti civili, la giustizia sociale, il superamento di tutti gli schemi e di tutte le pregiudiziali. Uno dei tanti, dicevo, e, col più giovane Lanna, mi ci metto anch’io: iscritto alla Giovane Italia, lettore, a 16 anni, di Evola, Nietzsche e insieme del Pensiero Nazionale diretto dal repubblichino e fasciocomunista Stanis Ruinas, sessantottino con i nazionalpopolari dell’Orologio di Lucci Chiarissi, laureato con una tesi su Piero Gobetti, giovane prof. tranquillamente accettato come “fascista” dagli allievi ma bollato come “comunista” da tanti conservatori nemici acerrimi delle contestazione, avviato alla folgorante scoperta di Berto Ricci dall’indimenticabile Beppe Niccolai.

Ma abbiamo sbagliato tutto o abbiamo visto primae meglio di altri? Be’, io questo sguardo lungimirante, posso coglierlo, immaginarlo, ipotizzarlo in qualche altro amico. E dovunque si trovi: in Fli, tra i radicali o i socialisti, nel Pdl, magari nel Pd o in Sel, oppure in una sovrana solitudine. Questo è quanto chiedo da sempre ed ancora non vedo: qualcuno capace, senza far sconti, che, forte della vocazione e dell’intenzione di andare davvero oltre, ci presenti un progetto-programma a tutto campo (e aperto anche ai “nomina-numina” dell’antifascismo libertario: io, il “mio” Gobetti, l’ho lanciato a destra, sulle pagine del Conciliatore addirittura negli anni Settanta; così come, negli anni Ottanta, ho lanciato il fascio-anarchico Berto Ricci, non solo sulla neutrale Storia Illustrata ma su Ragionamenti Storia, mensile socialista di Giuseppe Averardi, ex Pci, e grande amico di Antonio Landolfi, anomalo socialista da poco scomparso).

Un sogno realizzabile – ammesso e non concesso… – nel futuro che si sta costruendo? Proprio così, tanto più a tener conto, realisticamente, delle condizioni e convulsioni geopolitiche presenti, e capaci di strapazzare qualunque attesa. Al momento, senza disperare, aspettiamo. Intanto mi piacciono, e tanto, quelli di CasaPound.


Mario Bernardi Guardi

MARIO BERNARDI GUARDI

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