Fumett’Altro. Satanik, la rivoluzionaria in nero

«La mia Satanik ha inventato il ’68». Così Piero Vivarelli, lo scorso luglio, appena due mesi prima di morire, salutò il ritorno in dvd, nella nuova collana «cinekult», del film da lui diretto oltre quarant’anni or sono e dedicato alla celebre eroina del fumetto nero. Nero, se non altro per tradizione familiare, era anche il produttore esordiente, Romano Mussolini, con il quale il regista condivideva una passionaccia per il jazz. Nera, la location scelta per il film: la Madrid di Franco. E nero, del resto, era stato anche il giovane Vivarelli: reduce dei nuotatori-paracadutisti del reggimento San Marco, X Flottiglia Mas, durante la Repubblica Sociale. «Si noti – faceva osservare all’intervistatore, Maurizio Cabona – che in Italia il film uscì non a caso nel marzo 1968, simultaneamente ai disordini di Valle Giulia, a Roma».

Una vera rivoluzionaria, Satanik, che dal prossimo 13 aprile tornerà in edicola – con Panorama e Sorrisi e Canzoni (ma anche senza) – in una collezione imperdibile: sedici volumi, uno ogni mercoledì, due storie alla volta. Scelte personalmente da Max Bunker che, dopo il successo delle ristampe in formato libro di Alan Ford (le cui programmate trenta uscite sono diventate novanta e non è escluso che vadano avanti a oltranza) e Kriminal, rilancia la sua più perfida creatura. Disegnata anche lei, come gli altri “eroi” bunkeriani, dal suo sodale per eccellenza: il compianto Roberto Raviola, in arte Magnus.

Correva – perché a quei tempi la creatività correva davvero – l’anno 1964 e il primogenito Kriminal aveva solo pochi di vita, quando l’Editoriale Corno, oggi Max Bunker Press, decise di dargli una “sorellina” di sangue. Sul primo numero, La legge del male, fa così la sua apparizione Marny Bannister. Almeno all’inizio, però, è una donna tutt’altro che bella e cattiva. Al contrario: brutta e buona. E intelligente, anche se l’intelligenza non la mette al riparo da soprusi e angherie d’ogni genere. Perché il suo viso è sfigurato e non le basta lavorare sodo per conquistarsi il rispetto degli altri e una vita normale. Biologa, grazie allo studio di antichi testi alchemici, riesce a mettere a punto un misterioso elisir di giovinezza che, accompagnato da bagni di luce laser, ne cancellano le mostruose fattezze e la trasformano in una venticinquenne, rossissima quanto bellissima, dark lady: Satanik, la rossa del diavolo. Un “miracolo” che neanche il più professionale dei centri di benessere o il migliore dei chirurghi estetici su piazza riuscirebbero oggi a realizzare. Ma attenzione: non lasciatevi irretire dalla sua sensualità. Può essere fatale. È furbissima e soprattutto vendicativa. Non ha nessuna intenzione di dimenticare e come prima cosa decide di saldare un po’ di conti lasciando dietro di sé lascia una scia di dolore e morte. Cenerentola con una madre arcigna e due sorelle attraenti quanto crudeli, inizia proprio da quelli in sospeso con la sua famiglia, colpevole, per usare un eufemismo, di non averla sostenuta. E già qui siamo al primo affondo nei confronti del più intoccabile dei miti: l’istituzione familiare. Satanik ne spalanca gli armadi e scopre gli scheletri nascosti.

Per gli uomini – attratti dal suo nuovo aspetto fisico – sono dolori. Li sfrutta per ottenere piacere, soldi e potere. Poi li scarica. Altro che remissivo angelo del focolare, Satanik non ha scrupoli. Emancipata come ce n’erano poche, non solo nella fiction dei fumetti, fuma e usa il sesso con la spregiudicatezza che sembrava appannaggio esclusivo dei maschi (pronti ad applaudire ogni dissolutezza, purché non se le conceda la donna, nel caso si punta il dito con sdegno). Non raddrizza i torti, li restituisce. Ai crimini risponde con i crimini maggiorati dagli interessi. Se possibile restituendoli persino più efferati.

E il pubblico tifa per lei. Per una volta l’ipocrisia dei buoni viene sconfitta dalla sana cattiveria di una protagonista che non cerca di mostrarsi migliore di quello che è. La partita, però, è più ampia e il campo di battaglia è un immaginario collettivo in radicale trasformazione. Il vero bersaglio dei fumetti neri è una società, quella italiana, che fa fatica ad accettare il cambiamento dei costumi, l’ansia di libertà delle giovani generazioni, il vento libertario che soffia d’oltreoceano e che fa chiudere – anzi serrare – le tapparelle dei benpensanti.

Basti ricordare, per fare uno dei tanti esempi possibili, come la relazione di Satanik con il detective afroamericano Kriss Hunter rappresentasse il primo amore interrazziale nella storia del fumetto italiano: un pugno nello stomaco dei moralisti che cercavano di nascondere l’erotismo sotto il tappeto dei propri tinelli e, più o meno velatamente, difendevano la linea Maginot di un razzismo camuffato dall’ipocrita formula del “mogli e bui dei paesi tuoi”.

La serie, come tutte quelle firmate dalla coppia Bunker-Magnus, presentava notevoli elementi di novità e di originalità nei testi come anche nella ricercatezza del disegno, dall’attenzione per i dettagli alla raffinatezza delle molte scene erotiche, con pochissime concessioni alla nudità malgrado l’ingenerosa marchiatura di “fumetto per soli adulti”.

Rispetto a Kriminal, poi, le storie di Satanik appaiono più “ambiziose” e le sceneggiature più ricercate: dalla contaminazione dei generi – azione, intrigo, orrorifico e fantastico –nascono i primi incontri ravvicinati con licantropi e vampiri con più di vent’anni d’anticipo sull’indagatore dell’incubo tanto celebrato oggi, Dylan Dog, e mezzo secolo prima del trionfo mondiale, sempre sul grande schermo, del paranormal del Twilight di Stephenie Meyer e dei suoi epigoni.

Satanik, come accennavamo all’inizio, al cinema c’era arrivata già in un anno simbolo come il 1968, dando il proprio nome al film italo-spagnolo diretto da Pietro Vivarelli (con un giovane Pupi Avati come aiuto regista). Una pellicola liberamente tratta, come suol dirsi. Tanto che, a differenza della serie sulla carta stampata, l’attrice polacca che ne interpreta il ruolo, Magda Konopka, dopo una corsa su un’auto rubata,  precipita in un burrone e muore. I freni – non solo quelli inibitori – erano stati tagliati. Fine del film. Sequel non pervenuti.

«È stato un viaggio nel tempo, quando le attrici avevano per lo più il seno vero, non quello siliconato dal chirurgo – ha ricordato Vivarelli – e la Konopka, più disinvolta delle italiane, lo mostrava appena, anche per evitare al film la stessa sorte del fumetto: il divieto ai minori di 14 anni o, peggio, di 18 anni».

La Satanik d’inchiostro, invece,  ha resistito in edicola fino al 1974: 231 episodi in dieci anni di presenza costante in edicola: albi mensili, passati quasi subito a frequenza quindicinale e, alla luce dell’accoglienza sempre benevola del pubblico, rimasti bisettimanali fino alla fine. Negli ultimi numeri, va detto, forse anche a causa della durissima campagna diffamatoria e censoria nei confronti di Satanik, la rossa sembra essere diventata meno spietata, tanto da collaborare con una società segreta, la Patente Speciale, che non è certo un’associazione benefica e filantropica ma è pur sempre schierata dalla parte della legge. Una deriva che potremmo defiire Law & Order, un po’ come se Diabolik diventasse un collaboratore di giustizia. Il fumetto nero, del resto, aveva vinto la guerra, preparando il terreno per chi sarebbe venuto dopo. In tempo di pace, scriveva Nietzsche, l’uomo guerriero si scaglia contro se stesso. Massima che potrebbe sposarsi anche a Satanik.

Roberto Alfatti Appetiti

 

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