Fumett’Altro. In principio fu Fantômas

Roberto Alfatti Appetiti

In principio fu Fantômas, il capostipite dei neri che proprio in questi giorni compie 100 anni senza per questo mostrare segni di cedimento, né al “bene” né alla vecchiaia. Vide la luce – si fa per dire, accuratamente mascherato com’era e rimanendo caparbiamente nascosto nell’ombra – nel febbraio del 1911. Da allora ne ha combinate più lui di chiunque altro, roba che al suo confronto Arsenio Lupin, creato cinque anni prima da Maurice Leblanc, più che un ladro gentiluomo sembra una dama di san Vincenzo. E lo stesso vale per quei figlioli italiani che al criminale per eccellenza devono più di qualcosa: dai “fratelli” kappa – Diabolik, Kriminal, Zakimort e Satanik – ai cattivi perduti dell’immaginario degli anni Settanta come Lo Sconosciuto di Magnus e Massimo Zanardi di Andrea Pazienza. Un testimone che scotta, quello lasciato dai francesi Marcel Allain e Pierre Souvestre. Misurarsi con un “professionista” spietato quanto diabolico, straordinario nei travestimenti e decisamente megalomane, non è stato facile per nessuno. Fonte di ispirazione per numerose generazioni di fumettari, scrittori e registi, i rifacimenti al fascinoso Signore del Male hanno prodotto personaggi interessanti ma anche qualche “scivolone” in edicola, libreria, piccolo e grande schermo. Perché “adattare” o reinventare Fantômas al di fuori del suo habitat naturale non è uno scherzo.

Ne sa qualcosa il regista Christophe Gans che, dopo averne annunciato trionfalmente il ritorno per il 2011 in una nuova pellicola in 3D – con il volto del magnetico Vincent Cassel cinquanta anni dopo l’interpretazione magistrale di Jean Marais – sembra incontrare qualche difficoltà. Le notizie al riguardo sono contraddittorie e il marito della Bellucci sembrerebbe essersi tirato indietro. Conciliare la figura del cattivo senza scrupoli, perché di questo parliamo, con quella del super eroe classico, non è impresa facile.

Eppure ad aver appena superato la prova con geniale disinvoltura sono due temerari del fumetto italiano: Luigi Bernardi e Onofrio Catacchio. È grazie al loro collaudato sodalizio artistico che il genio del male si trova catapultato in un futuro prossimo di guerre e crisi finanziarie globali e trasformato in una vera e propria organizzazione criminale: Fantomax, non solo un uomo ma una società segreta che obbedisce esclusivamente alla logica del Male e dichiara guerra al mondo attraverso una mirata strategia della tensione. Questione di diritti, ovviamente, che però non toglie nulla alla credibilità della storia – Fantomax (Coconino Press, pp. 208, € 17,50) – presentata in prima assoluta sabato scorso dagli autori al festival Bilbolbul di Bologna e disponibile in tutte le librerie dal prossimo 17 marzo.

«Di Fantômas amo la dialettica tra bene e male, libertà e conservazione, giocoso e serio, che è fondamentale per i fumetti neri, che con la musica beat considero alla base della rivoluzione culturale anni Sessanta. E un peccato che oggi, in tempi manichei, questa dialettica sia andata perduta». Così parlò Luigi Bernardi, vulcanico bolognese sempre alle prese con mille progetti: critico, editore (suo Nova Express, il periodico di culto dei primi anni Novanta), traduttore e soprattutto scrittore, oltre che appassionato lettore di Fantomas, tanto da aver tradotto il primo volume della sua saga con Francesca Rimondi per la Mondadori già nel 2000. Curricola altrettanto significativo quello del disegnatore barese Onofrio Catacchio, una lunga confidenza con la scrittura del male e un tratto potente in grado di coniugare grottesco e realtà riuscendo a dare visivamente il senso della contemporaneità.

«Se per il Fantomas letterario i nemici sono la borghesia e il mondo che attorno a lei si raccoglie – hanno spiegato – il nostro Fantomax ha una visione del mondo molto precisa, e per metterla in atto, semplicemente, lo deve conquistare». E in quest’epoca di chiaroscuri in cui a fare la voce grossa sono “cattivi” mascherati da buoni, non possiamo non prepararci ad accogliere con simpatia un cattivo dichiaratamente e orgogliosamente tale che – “armato” di pugnale ma anche di smoking e cilindro – ha sempre manifestato, diciamolo pure, un certo stile.

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