Il quesito: nucleare sì, nucleare no

miro renzaglia

Il disastro giapponese, dovuto ad un terremoto e al seguente tsunami che si è abbattuto sulle sue coste, al di là dei danni alle persone, computabili in decine di migliaia di morti, ha riaperto la discussione sulla sicurezza delle centrali nucleari. Nell’evento, infatti, alcun impianti  sono stati danneggiati.

I resoconti governativi di quel Paese ci dicono che la situazione è sotto controllo, ma diffidare delle dichiarazioni ufficiali è l’esercizio più opportuno in circostanze del genere. Quello che è certo è che l’allarme esiste ed il rischio, palpabile. Ciononostante è pure doveroso diffidare di quel pernicioso esercizio che si chiama allarmismo, cavalcato anche stavolta dagli eserciti della salvezza ecologica ed antinucleare a prescindere.

Dal 1945, anno di inizio delle sperimentazioni per l’utilizzo civile dell’energia nucleare, ad oggi si sono verificati circa 150 incidenti. Di questi, la quasi totalità è stata classificata tra il grado zero e il livello tre della scala che ne indica la gravità: semplici guasti che hanno impatto lieve al di fuori dell’impianto. I livelli più alti, da quattro a sette, sono incidenti che determinano contaminazioni radioattive sempre più gravi per l’uomo ed il territorio circostante. Di questi ultimi, se ne contano soltanto 6 che riportiamo in elenco:

Los Alamos (Usa), 1945, livello 4. Un tecnico dei laboratori nazionali di Los Alamos viene contaminato da una pastiglia di plutonio. Muore due settimane dopo.

Los Alamos (Usa), 21 maggio 1946, livello 4. Un fisico viene contaminato dal plutonio durante una dimostrazione scientifica. Muore dopo pochi giorni.

Chalk River (Canada), 1952, livello 5. Primo incidente che interessi un reattore nucleare, quello dei Chalk River Laboratories. nei pressi di Ottawa. Un invio di dati errati provoca la parziale fusione del nocciolo.

Windscale (Regno Unito), 1957, livello 5. Dalla ciminiera della centrale si determina una fuga di gas radioattivi con contaminazione ambientale e allarme fra la popolazione.

Three Mile Island (Usa), 1979, livello 5. Un eccesso di vapore nel circuito primario di raffreddamento determina il rilascio di radioattività nell’ambiente. La popolazione della poco distante città di Harrisburg (140 mila persone) viene fatta sgomberare. Il surriscaldamento determina la parziale fusione del nocciolo.

Chernobyl (Ucraina), 1986, livello 7. L’incidente nucleare più grave mai avvenuto. Vi sono almeno 65 morti e una gravissima contaminazione ambientale. Impossibile determinare le conseguenze a lungo termine, dovute e tumori e leucemie provocati nella popolazione delle aree circostanti e in quelle dei paesi europei contaminati dalla nube radioattiva spostata dai venti.

A conti fatti, solo gli ultimi due sembrano potersi definire vere e proprie catastrofi umane e ambientali. E in quello più grave, l’ultimo, quello di Chernobyl, la ricostruzione dell’accaduto dimostra, inconfutabilmente, che il disastro fu causato da un impianto costruito con criteri antediluviani e da un’incredibile catena di errori umani.

Le centrali nucleari producono attualmente 370 gigawatt, pari al 16% della produzione di energia elettrica planetaria. La Francia, per esempio, provvede al proprio fabbisogno energetico con una produzione atomica pari al 76% (tanto che la esporta anche da noi).

Intendiamoci, il “no al nucleare” è una rispettabilissima opzione di chi ha a cuore le sorti del pianeta. E credo che, anche solo per puro spirito di sopravvivenza individuale, quelle sorti premano un po’ a tutti. Eppure, è bene dirlo, le centrali nucleari non vengono impiantate per un perfido volere di chi desidera che il pianeta muoia: vengono impiantate perché il pianeta e i suoi abitanti hanno bisogno di energia per sopravvivere. Il nucleare è un’opzione in tal senso. Più pericolosa di altre forme di energia? Può darsi. Ma è, per esempio, assai meno responsabile dell’inquinamento planetario dovuto al petrolio e, fino a pochi lustri fa, al carbone.

Ovviamente, sarebbe bellissimo realizzare un mondo che, consentendoci i nostri attuali standard di consumo, provvedesse al fabbisogno con impianti di produzione energetica “pulita e rinnovabile”. E forse ci arriveremo, un giorno. Ma nel frattempo che si fa, tenendo pure conto che le organizzazioni ecologiste sono ostili persino alle istallazioni di centrali eoliche e solari a difesa dell’impatto paesaggistico?

Il ritorno al nucleare dell’Italia, programmato a partire dal 2013  dall’attuale governo, è molto verosimilmente fuori tempo massimo. Dovremo aspettare 20 anni, investendo 30 miliardi di euro, perché le nuove centrali previste producano il 4% di energia del nostro attuale fabbisogno. Certo è che quei soldi continueremo comunque a spenderli importando energia nucleare dalla Francia, come stiamo facendo. E non è che se dovesse saltare in aria un reattore  transalpino (o slovacco o sloveno, per esempio) saremmo al riparo dalle nubi tossiche.

Forse, la prima cosa da fare per rispondere al quesito del titolo, “nucleare sì, nucleare no” è smetterla di essere terrorizzati e… ipocriti.

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